Qualcosa sulla Costa Azzurra

Se la memoria non m’inganna la prima volta che oltrepassai il confine con la Francia fu a cinque anni a settembre 1955 per andare a trovare lo zio materno – ritratto nella soprastante fotografia alla sua partenza (o una ripartenza) da Ventimiglia (IM) per la sua destinazione di cui qui a breve -, zio che fece in quel periodo una stagione nella squadra di calcio di Grasse (Alpi-Marittime), i dirigenti della quale, essendo la medesima a livello dilettanti, gli trovarono colà anche un lavoro, di cui non ricordo niente, ma che probabilmente non aveva a che fare con la locale storica industria della profumeria.

Non rammento neppure bene se da Nizza a Grasse abbiamo viaggiato con lo storico Le Train des Pignes, in cui da adulto mi sono con interesse imbattuto in romanzi di miei prediletti autori transalpini.

Credo che proprio allora mi siano rimasti impressi per sempre nella mente i platani di Francia, che, a ben vedere, non sono diversi dai nostri, ma che ancora adesso, facendo un esempio, se li scorgo in qualche scena di un film, assumono ai mei occhi una connotazione particolare.

A Nizza avevamo quella volta anche salutato velocemente dei cugini di mio padre. Non sono mai riuscito a ricostruire la storia dell’emigrazione in Francia di tanti nostri lontani familiari. Neanche di quelli più vicini, come il nonno, raggiunto in Costa Azzurra al più presto sul finire – deduco! – dell’estate del 1931 da papà, zii e nonna.

Abitarono – dicevano mio padre e mio zio Dante – brevemente, prima del ritorno subitaneo in Italia, a Le Cannet.

Dove mio padre – di lui posso almeno documentare qualcosa – altrettanto brevemente andò alla scuola elementare.

Con risultati approssimativi. Non poteva certo imparare in pochi mesi una difficile lingua straniera. Anche se in seguito si vantò sempre di parlare discretamente, tenendosi, va da sé, in esercizio, il francese.

In quella classe ebbe come compagno (mio padre nato nel 1921, questi nel 1922: la solita retrocessione di un anno per uno scolaro immigrato!) il futuro corridore ciclista Lucien Lazaridès, ma conobbe anche il di lui fratello Apo (magari i link su Wikipedia qualcuno se li guardi in francese, se preferisce!). Mio padre, che qualche volta da ferroviere incontrò ancora questi fratelli sui treni, mi diceva sempre che Lucien aveva vinto il Tour de France del 1946, mai omologato, ma che in qualche modo un tempo trovavo in qualche modo sottolineato da qualche parte, come anche mi confermò, essendo io ormai adulto, un vecchio appassionato di ciclismo dalle parti di Cannes: tant’é!

Centrale nelle mie prime esperienze di Costa Azzurra fu Cap d’Ail, dove abitava un cugino della nonna, il quale ci veniva spesso a trovare e che, inoltre, ci fece spesso da autista e da cicerone nei dintorni della sua cittadina, davvero incantevoli.

La casa di Cap d’Ail: la “zia” e mia madre

A lungo ho pensato e magari penso ancora che sotto questi aspetti la Francia sia davvero Douce France, come cantava Charles Trenet.

Cerco sempre di attenermi ad un lieve tocco…

Volendo interrompere questa mia (forse) prima carrellata di specifici ricordi alla mia adolescenza, mi rendo conto che, pur abitando molto vicini alla frontiera, a Ventimiglia (IM), all’epoca non ero poi ancora andato tante volte di là…

 

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