I partigiani ai quali M. si unì erano quelli della 55ª brigata Rosselli

Introbio (LC). Fonte: Montagne Lago di Como

Lo stesso giorno in cui H.W. veniva fucilato, si procedeva all’arresto di F.M., Obersturmann della 9ª compagnia del Kraftwagen Transport Regiment 7, Sicherungs-Abteilung (mot.), facente parte dell’NSKK <359.
M. era scappato dalla sua formazione il 28 luglio 1944, portando con sé anche un po’ di soldi prelevati dalla cassa della formazione e circa 1000 sigarette. Nel primo interrogatorio dopo il suo arresto vennero ricostruiti i passaggi della sua fuga. Nella testimonianza resa M. tentò di mettere in luce come la maggior parte delle decisioni che aveva preso non erano state frutto della sua volontà, ma gli erano state consigliate:
“Non ho pensato a dove volevo andare. Avevo solo un’aspirazione: scappare da dove c’erano dei tedeschi, perché avevo paura di essere scoperto[…] Quando mi è stato contestato, che dovevo aver udito qualcosa a riguardo di banditi o di partigiani, e sapere appunto che sulle montagne c’erano i banditi, devo, che mi si creda o no, replicare che a ciò non ho pensato”.
Sembrava però contraddirsi quando, sempre nel corso dell’interrogatorio, aveva affermato:
“Attraverso le intermediazioni delle persone presso le quali ero ospite, conobbi per strada un italiano, che mi è rimasto fino ad oggi sconosciuto, il quale si disse disponibile ad accompagnarmi in montagna. In questi giorni avevo preso la decisione di andare in montagna con i partigiani”.
Dopo aver dormito in un pagliaio nei pressi di Introbio (prov. Lecco), si era unito a un gruppo di partigiani a Grassi <360. La comunicazione con i partigiani, per motivi linguistici, non era facile, così gli era stato detto che si sarebbe dovuto aspettare l’arrivo di un altro tedesco che si era unito in precedenza al gruppo di partigiani: “A. mi presentò la vita presso i partigiani con le tinte più rosee, in modo che io non vacillassi nella mia decisione”.
I partigiani ai quali M. si unì erano quelli della 55ª brigata Rosselli. Nel ruolino del distaccamento Carlo Marx appartenente al I Battaglione di questa brigata compaiono infatti i nomi di A.S. <361, originario di Wiener Neustadt, e di F.M. appunto. Gli venne inoltre chiesto se fosse in grado di procurarsi un’arma, o se fosse in grado di convincere altri camerati ad unirsi a loro; l’accettazione “ufficiale” nel gruppo partigiano M. la identifica però con il momento in cui aveva indossato alcuni distintivi partigiani:
“Dopo alcune ulteriori domande, senza alcuna cerimonia venni inquadrato tra i partigiani. Da un armadio che si trovava in una chiesa nelle vicinanze su indicazione di altri partigiani presi un fazzoletto rosso e l’ho in seguito sempre indossato come foulard al collo. Inoltre c’erano molte stelle di David, con i colori rosso-biancoverde”. Evidente qui il riferimento alla stella, simbolo di molte formazioni partigiane, che il soldato tedesco identificava però come “stella di David”.
M. riferì anche le azioni che aveva svolto presso i partigiani; in particolare sottolineò di non aver preso parte ad azioni militari, ma di esser stato sopratutto destinato a compiti di guardia, di pulizia e di cucina. Una sola volta aveva avuto la volontà di prender parte ad un’azione di attacco contro una caserma, ma non era riuscito, a suo dire, a tenere il ritmo di marcia dei partigiani e aveva così deciso dopo due ore di camminata di girarsi e tornare indietro. M. aveva fatto conoscenza anche di un altro tedesco, G. B., che intorno al 23 settembre 1944 era arrivato tra i partigiani dichiarando di voler combattere insieme a loro; il 3 ottobre poi era stato portato presso la formazione come prigioniero un altro soldato tedesco, G.M., anche se M. afferma che nei suoi confronti non c’era quasi alcun controllo.
L’11 ottobre il gruppo partigiano di cui faceva parte anche M. venne attaccato e fu costretto ad allontanarsi dalla posizione tenuta fino a quel momento. Il 16 ottobre M. venne infine catturato in un’azione di rastrellamento compiuta da SS italiane nei pressi di Oggiono (Lecco). Mentre M. affermava di essersi consegnato spontaneamente, nell’atto di accusa si legge che egli venne invece arrestato. Condotto al comando tedesco di quel paese, venne interrogato da due appartenenti delle Waffen-Grenadier-Brigade der SS (ital. Nr.1). Nell’arco di 10 giorni venne spostato prima a Introbio, dove rimase una notte, poi a Barzio e infine a Monza. Il 30 ottobre entrò da prigioniero nel carcere di S. Vittore a Milano.
Tra il 23 novembre e l’8 dicembre vennero interrogate sei persone che avevano avuto rapporti con M. durante la sua fuga. G. B., un civile originario di Como ma residente a Monza, interrogato dalla Feldgendarmerie – Trupp 513 (reparto alle dipendenze della Militärkommandantur di Milano), riferì di aver fornito al soldato tedesco alcuni abiti civili, e di aver anche organizzato un appartamento presso il quale potesse nascondersi. Dopo 14 giorni B. disse che voleva però “liberarsi” del soldato tedesco, il quale non accennava a voler lasciare l’appartamento, e gli aveva così raccontato la bugia che, essendo ricercato, doveva abbandonare quell’abitazione. I due erano saliti in treno insieme, in direzione Lecco, salvo poi scendere una fermata prima, a Maggianico, dove M. era stato lasciato presso un’osteria. Dopo circa 20 giorni M. mandò però nuovamente a chiamare B., che nell’interrogatorio affermò:
“M. piangeva molto e mi pregò di aiutarlo. Diceva di non avere più soldi. Gli diedi 1000 lire e ritornai a Monza. Da allora non ho più sentito niente di lui”.
Testimoniò anche che, solamente dopo essere stato arrestato era venuto a sapere che il soldato tedesco che aveva aiutato aveva in realtà disertato, così come non aveva mai nemmeno intuito che questo volesse unirsi ai partigiani; se avesse saputo prima le sue reali intenzioni , affermava, non lo avrebbe certamente aiutato.
Ad essere interrogata fu anche una donna C.K., nata a Bruxelles ma residente a Dortmund, che era ritenuta essere il tramite tra le richieste del soldato tedesco e il civile italiano. C.K. si trovava in Italia perché, secondo quando da lei affermato, aveva fatto richiesta di seguire il marito, che era arruolato nella stessa formazione di M. Questa donna contestò tutte le accuse che le venivano rivolte: di aver consigliato a M. di unirsi ai partigiani, così come di avergli offerto dei documenti nuovi e di aver fatto da intermediaria tra lui e B.(“non avrei potuto, perché al momento non parlo italiano”). Contestò anche l’accusa di aver svolto propaganda o di essere colpevole di spionaggio, ammettendo però di ascoltare radio Londra, per aver notizie riguardo la famiglia e i suoi due figli, che vivevano a Bruxelles. Dalle dichiarazioni della donna emersero però ulteriori aspetti sulla personalità del soldato M.; alla richiesta di procurargli una pistola, la K. affermò di credere che il disertore tedesco volesse uccidersi, in quanto era sicuramente troppo debole, per trovare il coraggio di sparare a qualcun altro.
Allo stesso modo anche H. K., marito della donna e impiegato nella medesima compagnia di M., rigettò le accuse di aver aiutato la fuga del disertore, accusandolo invece di essere una persona dedita all’alcool; durante i turni di guardia aveva dovuto spesso richiamare all’ordine la camerata di M., perché di notte vi si beveva fino all’alba : “Se ora gli mancano i soldi, è perché se li è bevuti”.
Durante l’interrogatorio del 27 ottobre M. aveva dichiarato di essere stato consigliato proprio dai coniugi K. a disertare; questi avevano anche, secondo M., organizzato la sua fuga che dopo una sosta a Dortmund si sarebbe dovuta concludere a Bruxelles. La signora K. negò di aver voluto aiutare M. a scappare, affermando che si era solamente offerta di aiutarlo a recuperare la somma mancante che secondo lei qualcuno aveva sottratto per incolpare M.; il marito invece affermò di non aver consigliato la fuga, ma piuttosto di cercare di chiarire la vicenda con il tesoriere dell’unità.
Il processo si tenne il 21 febbraio 1945, quasi quattro mesi dopo il suo arresto. Dal ritratto che venne fatto di M. in questa occasione emergeva una formazione molto varia sia in ambito lavorativo sia per quanto riguardava la sua carriera militare. Aveva lavorato come cuoco, come pasticciere, come oste, aveva appreso il mestiere di tornitore, e il 2 gennaio del 1940 aveva iniziato il servizio militare. In Russia nella OT era stato impiegato come cuoco e nel marzo 1944, dopo una breve formazione, era stato addetto alle finanze della sua formazione, con la quale era impiegato a Monza (9ª compagnia del Kraftwagen-Transport-Regiment 7). M. durante il processo rigettò le accuse di aver sottratto dei soldi dalla cassa della formazione, e anche di essere stato spesso ubriaco: “non ho bevuto di più degli altri camerati. Di giorno sono stato solo una volta ubriaco. Non avevo alcun supporto e nessun scrivano per il mio lavoro. Mi è stato tutto accollato e dovevo fare tutto da solo”.
Scaricava sulla signora K. la responsabilità di aver organizzato la sua fuga, perché quando l’aveva incontrata la seconda volta “era già tutto pronto”, mentre scagionava B. il civile italiano: “B. è amico dei tedeschi, e non aveva alcun rapporto con i partigiani. Io stesso non volevo andare con i partigiani, ma volevo solamente allontanarmi e cercarmi un lavoro, possibilmente come cuoco[…] Non sapevo più cosa fare, dal momento che mancavo dalla truppa già da 21 giorni. Venni a conoscenza di esser arrivato tra i partigiani solamente quando arrivai dal comandante partigiano. Suppongo di essere stato dislocato tra i partigiani dal mio accompagnatore. Non conoscevo questa persona. Lungo il percorso abbiamo passato la notte, e sono andato con lui nell’albergo lungo il fiume. Non sapevo quanto alti sulle montagne fossimo. Nell’albergo volevo lavorare, mi venne però detto, che dovevo andare ancora un po’ più in alto. Pensai per lavorare. Quando andai 300 metri più in alto, improvvisamente ero tra i partigiani”.
I coniugi K. ribadivano durante il processo il fatto che M. fosse spesso ubriaco, e che si fossero proposti di prestargli del denaro per risolvere la sua situazione, ma negavano di averlo incoraggiato a fuggire o di avergli fornito supporto in tal senso.
M. venne condannato a morte e alla perdita della dignità militare per tradimento di guerra (§57 MstGB Kriegsverrats <362, l’unico dei tre reati tra quelli che gli venivano riconosciuti che prevedeva la pena di morte), allontanamento non autorizzato (§ 64 MstGB, Unerlaubte Entfernung) e appropriazione militare indebita (§ 138 MstGB Militärischer Unterschlagung). Non gli era stata riconosciuta l’accusa di guerriglia (§ 3 KSSVO, Freischärlerei) in quanto la corte non aveva potuto dimostrare che egli avesse usato le armi contro l’esercito tedesco e italiano. Inoltre anche nei suoi turni di guardia tra i partigiani, l’arma era utilizzata solamente per dare avviso di eventuali pericoli, mentre in un’azione contro la caserma della milizia italiana, non si poteva essere sicuri che M. avesse con se un’arma.
Dopo la lettura del verdetto M. affermò ancora una volta che egli non si era unito volontariamente ai partigiani, e che aveva partecipato alle loro azioni solamente per ritagliarsi una possibilità di fuga. Disse di aver perso la testa per paura della punizione e in quello smarrimento non aveva pensato alle conseguenze del suo gesto. Pregò inoltre che la pena di morte fosse mutata in una pena detentiva, considerando anche che non aveva intrapreso alcuna azione che recasse danno alla Wehrmacht. Venne condannato per allontanamento non autorizzato, e non per diserzione, in quanto non era impiegato in compiti militari, ma faceva piuttosto parte dell’entourage della truppa, circostanza questa che sarebbe stata in seguito contestata dal tenente colonnello e giudice delle SS presso l’Höchsten SS- und Polizeiführer und Bevollmächtigten General der Deutschen Wehrmacht in Italien, il quale riteneva invece che M. andasse condannato per diserzione, in quanto non solo egli era stato Obersturmann presso un Transport Regiment dell’NSKK, ma anche perché si poteva procedere alla condanna per diserzione anche nei confronti di membri dei reparti al seguito delle truppe.
La corte non credette alla giustificazione secondo la quale egli si fosse recato in montagna per cercare lavoro: era a conoscenza di ogni soldato che stazionava nei dintorni, si legge nella sentenza, che le montagne nei pressi di Introbio erano “Bandengebiet”, come dimostravano anche i cartelli posti nelle strade d’accesso a quei luoghi. Tanto più, si diceva, che in settembre, dopo la chiusura stagionale degli hotel, nessuno va in cerca di lavoro nell’ambito della gastronomia, e men che meno spostandosi dai territori abitati alle montagne.
L’ultima pagina del riassunto della sentenza si sofferma sulla partecipazione di M. alla lotta partigiana. Indipendentemente dalla sua presenza attiva o meno a scontri armati, solamente il fatto che soldati tedeschi si unissero al gruppo partigiano significava favorirli, sia moralmente che militarmente, dal momento che ogni servizio compiuto rendeva disponibili altre forze per il combattimento.
Nella richiesta di grazia il difensore di M. affermava come egli, nel tempo libero, si dedicasse a “letture serie”, andasse ad assistere a concerti e a teatro, frequentando persone irreprensibili. Sottolineava inoltre come non fossero stati in precedenza presi dei provvedimenti penali contro di lui. Puntava poi a dimostrare come M., che era stato incaricato della guida della contabilità della sua unità, non fosse adatto per quel compito, dal momento che aveva ricevuto solamente pochi giorni di formazione. Inoltre, come riportato anche in alcuni giudizi sull’accusato rilasciati da persone che lo conoscevano, egli aveva un animo piuttosto irragionevole, aveva un carattere smaliziato e aveva dimostrato di perder facilmente la fiducia in sé: “L’occasione spinse questo uomo, forse debole di volontà ma non cattivo, al furto”. La difesa cercava inoltre di convincere la corte che M. avesse svolto con i partigiani esclusivamente compiti di servizio, in cucina, tanto da far ritenere che “sembrava più un prigioniero, che un membro dei partigiani”. Non aveva mai avuto intenzione di fornire supporto ai partigiani o arrecare uno svantaggio all’esercito tedesco; sulla base di queste considerazioni si chiedeva così che la pena di morte venisse mutata in una pena detentiva e che gli fosse data la possibilità di riscattarsi.
La domanda di grazie venne però respinta. M., così si esprimeva il general maggiore Ernst Wening, si era unito al gruppo partigiano per il timore della punizione del furto che aveva commesso, e non aveva solo cercato protezione ma era stato impiegato attivamente in combattimenti contro l’esercito tedesco e italiano. L’esecuzione era necessaria per motivi di deterrenza. Il 1 marzo anche il generale plenipotenziario della Wehrmacht in Italia, Karl Wolff, confermò la sentenza emessa il 21 febbraio dal tribunale militare della Leitkommandantur di Milano, che lo condannava a morte e alla perdita della dignità militare.
M. venne informato alle 4.30 del 12 marzo 1945 che quel giorno, poche ore più tardi, sarebbe stato eseguita la sentenza che lo condannava a morte. Venne ucciso nel cortile interno della caserma d’artiglieria di Milano alle ore 7.33 di mattina da un commando di dieci uomini e in seguito sepolto nel cimitero Maggiore di Milano.
[NOTE]
359 BA-MA, Pers 15/141317.
360 Rifugio Grassi, a Bocchetta di Camisolo, Valtorta (BG). I rastrellamenti di cui parla M. sono quelli che investirono queste valli nell’ottobre del 1944, Bundesarchiv Berlin-Lichterfelde, R 70 Italien/22; Primo de Lazzeri, Le SS italiane, Milano, Teti, 2002, p. 207. A tal proposito si veda anche la scheda compilata sul sito dell’Atlante delle Stragi nazifasciste in Italia. Il ruolino del battaglione è conservato presso l’Istituto di Storia Contemporanea “Pier Amato Perretta” di Como, fondo Franco Manzotti.
361 A. S., condannato a morte anch’egli dal tribunale di Milano il 25.10.1944 e giustiziato il 15.11.44 insieme all’altro soldato tedesco che comparirà più avanti nel testo, G.B. I due vengono catturati insieme, quando venerdì 6 ottobre erano stati incaricati di prelevare una SS di stanza a Introbio per ricavare informazioni sul rastrellamento che si ipotizzava imminente. Nel diario del partigiano Sam (Franco Manzotti) si legge alla data dell’8 ottobre: “In mattinata mi reco al comando: apprendo la cattura ad Introbio di Arturo e Gunter. Sono veramente addolorato, Arturo era un ottimo ragazzo, serio, ubbidiente, coraggioso”. Non so la loro fine, se si potesse liberarlo con un colpo di mano lo farei più che volentieri”, p. 15. Il diario è consultabile all’indirizzo www.55rosselli.it. Ringrazio il sig. Eugenio Pirovano (membro del direttivo del circolo Arci “Liberarci” di Barzanò e dell’associazione Banlieue) per la segnalazione.
362 Riguardo la definizione di Kriegsverrats si veda anche Wolfram Wette, Detlef Vogel (Hg.), Das letzte Tabu, cit., pp. 15-19.
Francesco Corniani, “Sarete accolti con il massimo rispetto”: disertori dell’esercito tedesco in Italia (1943-1945), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2016-2017

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