Mattei non aveva potuto impedire il licenziamento del precedente direttore

Dopo «L’Espresso», il secondo fatto nuovo nel panorama giornalistico italiano degli anni ’50 è rappresentato dalla pubblicazione de «Il Giorno», sostenuto finanziariamente, anche se per un certo periodo in modo occulto, dall’ENI di Enrico Mattei. «Il Giorno» uscì a Milano il 21 aprile 1956. Fino alla fine del ’59 il giornale fu diretto da Gaetano Baldacci, mentre dal 1° gennaio 1960 subentrò alla direzione Italo Pietra. L’iniziativa di fondare un nuovo giornale, che rompesse con la tradizione e con l’assoluta chiusura con la quale la stampa indipendente aveva accolto i numerosi segnali di novità che c’erano nel panorama nazionale ed in quello internazionale, fu presa da Baldacci, che in quel momento lavorava al «Corriere della Sera» come inviato speciale. Nel settembre del ’55 fu quindi costituita la Società Editrice Lombarda, presieduta da Oreste Cacciabue, che avrebbe edito il nuovo giornale. Nelle prime intenzioni di Baldacci, il giornale avrebbe dovuto principalmente interessarsi di politica ed economia, lasciando scarso spazio alla cronaca, sul modello di alcuni giornali svizzeri e tedeschi come la «Gazette de Lausanne», la «Tribune de Genève» e la «Weltwoche» <58. Solo in un secondo momento – ma siamo ancora nella fase di progettazione del giornale – fu deciso di inserire anche la cronaca, ma non quella cittadina, coerentemente all’impostazione di alcune significative esperienze giornalistiche estere.
Mattei non intendeva figurare apertamente come editore del giornale, anche per l’evidente anomalia che rappresentava il caso di un ente pubblico che finanziava un quotidiano di sua proprietà per farne lo strumento di sostegno della propria politica industriale. La soluzione fu trovata consentendo l’ingresso nella società editrice all’editore Cino Dal Duca – che durante il fascismo era emigrato in Francia avviando un’attività editoriale destinata ad un pubblico popolare – desideroso di tornare in Italia ed entrare sulla scena editoriale nazionale partecipando ad un giornale di prestigio. Il 21 dicembre del ’55 Angelo Ranieri, nipote e rappresentante di Del Duca, entrava quindi nel Consiglio d’amministrazione della SEL. L’ingresso di Del Duca modificò radicalmente il progetto iniziale di Baldacci: la cronaca e lo sport, inizialmente non previsti, furono introdotti, così come fu progettato un inserto in rotocalco che avrebbe dovuto ospitare servizi fotografici ed una parte riservata ai fumetti ed ai giochi. L’idea era di inserire all’interno del quotidiano un foglio che avesse le caratteristiche del settimanale, in modo da catturare l’attenzione di un pubblico più ampio, soprattutto femminile. La vocazione di “quotidiano nazionale” era esplicitata proprio dall’ampio spazio accordato alla cronaca nazionale – fatto inconsueto per l’epoca, visto che anche i grandi quotidiani si interessavano unicamente della cronaca locale – ben distinta anche graficamente da quella milanese.
Sull’esempio di «France-soir», Del Duca introdusse il modello del quotidiano che esce in continuazione: la prima edizione andava in macchina alle 21:30, in modo che potesse essere distribuita anche nel centri più lontani del paese prima degli altri quotidiani, dopodiché le notizie venivano aggiornate fino alle 4 del mattino destinandole all’edizione pomeridiana del giornale. Anche in questo modo di organizzare il lavoro redazionale, l’esperienza de «Il Giorno» rappresentò una rottura rispetto al passato. La particolare conformazione geografica dell’Italia, sviluppata in lunghezza, impediva ai quotidiani “nazionali” una reale diffusione nei centri più distanti dal luogo d’edizione. Inoltre, le difficoltà dei trasporti facevano sì che tali quotidiani arrivassero in edicola con notevole ritardo rispetto ai quotidiani locali. Per questa ragione, nei centri periferici, e soprattutto nel centro-sud della penisola, la supremazia dei quotidiani locali non era minimamente scalfita dalla grande stampa d’informazione. La frammentazione del paese aveva poi anche un immediato riflesso sul mercato giornalistico, dal momento che ostacolava oggettivamente l’acquisto, nella maggior parte dei casi, di un altro quotidiano oltre a quello locale. Gli editori de «Il Giorno», invece, intendevano ribaltare questo stato di cose: da qui la scelta di dare molto spazio alla cronaca nazionale e di chiudere prima delle altre redazioni il giornale in modo da permettere una capillare diffusione in tutto il paese. Altrettanta attenzione fu riservata all’impostazione grafica, che doveva immediatamente sottolineare l’originalità del giornale rispetto agli altri (gli elementi principali sono: la sostituzione dell’articolo di fondo con commenti molto più snelli, l’inserimento della pubblicità anche nella prima pagina, l’articolazione degli articoli in più pagine, l’abolizione della terza pagina, il dualismo giornale/rotocalco).
La redazione era composta, in prevalenza, da giornalisti molto giovani, scelti intenzionalmente per dare al giornale uno stile più dinamico ed aggressivo, in modo da differenziarlo dal resto della stampa d’informazione: il taglio dato alle informazioni politiche era molto breve ed aggressivo, molta attenzione era dedicata alla descrizione dei fatti. L’edizione pomeridiana, invece, accordava più spazio alla cronaca, accentuando le caratteristiche proprie del “settimanale” che il giornale possedeva.
Nei primi mesi la tiratura si stabilizzò intorno alle 100.000 copie, mentre l’edizione pomeridiana non superò le 50.000 copie. Le zone di maggior diffusione furono il Veneto ed alcuni capoluoghi regionali dell’Italia centrale – Firenze e Bologna soprattutto – mentre a Milano, dove il «Corriere» egemonizzava il mercato, la diffusione non superò le 15-20 mila copie, riuscendo a sfondare solo in quel pubblico di lettori “radicaleggianti” che costituivano il bacino de «L’Espresso».
I primi risultati furono lusinghieri, ma emersero fin dall’inizio i punti deboli della politica editoriale imposta da Dal Duca e, meno visibilmente, da Mattei. Per quanto riguarda quest’ultimo, pur non essendo l’ENI visibile nel Consiglio d’amministrazione della SEL, in numerosi ambienti politici ed industriali c’era la consapevolezza che dietro il giornale ci fosse proprio Mattei, come anche dimostrava il sostegno dato dal quotidiano all’“apertura a sinistra”, cioè all’ingresso nel governo dei socialisti. Più nello specifico, però, ciò che destava preoccupazione erano gli alti costi dell’impresa. La scelta di vendere il giornale in una condizione di dumping, cioè ad un prezzo (£ 25) inferiore ai costi, iniziava a rivelarsi insostenibile, anche perché la scelta di diffondere il quotidiano a livello nazionale comportava rese superiori alla media (intorno al 25%) che andavano ad incrementare il deficit complessivo. La crisi scoppiò nel mese di luglio: per contenere i costi il Consiglio d’amministrazione decise di chiudere l’edizione del pomeriggio e di dimezzare le pagine dell’inserto rotocalco, che passarono da otto a quattro. Nonostante queste misure il deficit continuava a stazionare su cifre molto elevate, prossime o forse superiori al miliardo di lire. Del Duca tentò di risolvere il problema cercando nuovi azionisti che intervenissero con capitali freschi, ma si scontrò con l’opposizione di Mattei che temeva interferenze nella linea editoriale del giornale. Il braccio di ferro fra i due editori si risolse nel mese di agosto a favore di Mattei: le azioni ed i debiti della SEL furono assunte dall’Istituto bancario romano, dietro il quale si celava l’ENI, e la nuova società editrice fu gestita da Felice Camoni, un personaggio sconosciuto nel mondo editoriale. Il maggior coinvolgimento di Mattei avvenne proprio in coincidenza con la crisi di Suez, lo scontro fra l’Egitto e la coalizione anglo-franco-israeliana destinato a scuotere gli equilibri internazionali. In tale frangente il giornale si schierò, unico caso nel panorama giornalistico nazionale, apertamente a favore delle ragioni dell’Egitto di Nasser e quindi contro i paesi occidentali, coerentemente agli interessi che l’ENI aveva o coltivava nei paesi arabi.
Pur rimanendo alto il passivo, «Il Giorno» fu rilanciato dalla nuova gestione grazie agli ingenti mezzi finanziari profusi dall’ENI, arrivando a vendere 120-130 mila copie al giorno. In questa fase, la linea politica del giornale divenne decisamente più aggressiva, criticando apertamente e senza mezze misure tutti i nemici di Mattei, dalla Confindustria all’industria petrolifera angloamericana, fino ai partiti ostili alla politica filo-araba dell’ENI. In particolare fu riservato molto spazio alle lotte condotte dai paesi mediorientali e nord-africani contro le potenze coloniali, coerentemente con la politica di Mattei favorevole all’accordo con le nuove leadership di questi paesi in modo da poterne sfruttare le risorse petrolifere in concorrenza con le “Sette Sorelle”. Altrettanta attenzione e credito fu dato all’URSS e al nuovo corso politico di Krusciov, proprio perché l’ENI nel ’57 aveva siglato un accordo con il paese comunista per sfruttarne il petrolio.
Con il passare dei mesi, gli attacchi portati dalla stampa – i cui proprietari erano tutti associati alla Confindustria – e da alcuni partiti politici, soprattutto il PLI di Malagodi e l’MSI, crebbero di misura e di intensità, per l’anomalia di un giornale controllato da un potente ente pubblico che lo utilizzava per sostenere la propria politica. La creazione, nel ’56, del Ministero delle Partecipazioni statali – che consentiva alle imprese pubbliche di sganciarsi dalla Confindustria – e la legge varata dal Parlamento in quello stesso anno che concedeva all’ENI lo sfruttamento in esclusiva dei giacimenti di metano della Valla Padana, accrebbero l’ostilità dei giornali legati all’associazione degli industriali. Fra il ’58 ed il ’59, Mattei e Baldacci, per fugare queste voci e ridimensionare la portata di questa offensiva, cercarono l’alleanza con alcuni editori, in modo da allargare l’assetto proprietario – avendo tuttavia cura che il bastone del comando restasse all’ENI, il quale formalmente ancora non compariva come proprietario della testata – tuttavia, interrogati sulla loro disponibilità a partecipare all’impresa, Feltrinelli, Mondadori e Rizzoli rifiutarono.
Nel ’58, intanto, a causa delle pressioni esercitate dai Crespi sul governo, che avevano minacciato di trascinare in tribunale «Il Giorno» per concorrenza sleale – considerato che i suoi debiti erano regolarmente coperti da un ente pubblico – Mattei era stato costretto a creare la SEGISA, una società a cui era stata intitolata la proprietà del giornale, ed aveva attribuito alla stessa società l’esclusiva della raccolta pubblicitaria da destinate a «Il Giorno». La SEGISA, a sua volta, aveva dato in appalto esclusivo ad una ditta specializzata la raccolta pubblicitaria, che riceveva i contratti pubblicitari dell’ENI. In questo modo, mascherati sotto forma di pubblicità, l’ENI poteva continuare a sovvenzionare il quotidiano milanese ripianandone i deficit accumulati <59.
Le pressioni della grande stampa e dei partiti politici conservatori non avevano comunque accennato ad attenuarsi. Posto sotto assedio, nel maggio del ’59 il ministro delle Partecipazioni statali, Ferrari Aggradi, dichiarò finalmente che la proprietà de «Il Giorno» apparteneva per il 49% all’ENI, per un altro 49% all’IRI e per il 2% al ministero di cui era titolare. La manovra aveva un senso politico apertamente anti-Mattei. Nel gennaio, infatti, era caduto il governo guidato da Fanfani, che de «Il Giorno» era stato un protettore, ed era stato formato un governo monocolore presieduto da Segni, che mosse un duro attacco al tentativo di accordo promosso dalla sinistra DC e il PSI, colpendo anche quegli organi di stampa, come «Il Giorno», che ne sostenevano l’opportunità. La destra democristiana era comunque intenzionata a mantenere il giornale nell’orbita pubblica – ed a questo proposito aveva rifiutato l’offerta di Carlo Caracciolo di acquisire il 50% delle azioni de «Il Giorno» – ma intendeva mutarne la linea editoriale, portandola su posizioni neo-centriste. Il Consiglio dei ministri del 23 dicembre 1959 decise quindi il licenziamento di Baldacci, che fu sostituito con Italo Pietra, designato ancora una volta da Mattei, il quale non aveva però potuto impedire il licenziamento del precedente direttore.
[NOTE]
58 P. MURIALDI, Nascita e crescita del «Giorno», in «Problemi dell’informazione», 3, 1997, pp. 423-437.
59 M. ISNENGHI, Giornali e giornalisti. Esame critico della stampa quotidiana in Italia, cit., p. 176.
Guido Ferrini, La stampa italiana dal dopoguerra alla seconda Repubblica. Dalle concentrazioni editoriali alla finanziarizzazione dell’editoria, Tesi di laurea, Università di Pisa, Anno accademico 2014-2015

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