La prima volta che vidi Parigi (I love Paris)

Quella volta – settembre 1969 – la macchina fotografica di nostro padre la usava mio fratello, che aveva nel frattempo imparato ad usarla o che ebbe la fortuna di capire sul momento come funzionasse. Se fosse dipeso da me, sarei tornato da Parigi senza immagini, come ci era capitato per altre città in precedenti occasioni.

E in sponda sinistra della Senna allora – io tanto amante della storia! – non sapevo che ero a due passi dalla Lutetia dei Romani.

Sulla Torre Eiffel ci siamo saliti, ma, manco a dirsi, proprio a noi doveva capitare di farlo in una mattinata di profonda nebbia, che ci impedì di vedere alcunché dall’alto.

Con quale noncuranza davanti ad aspetti tipici di Parigi! Ma quella volta fu un po’ così. Già in altro blog ho scritto quale sfacciataggine da solito italiano avessi esibito, chiedendo, davanti al passaggio – al ponte della Concorde – di un corteo di motociclette e di limousine, ad un gendarme se si trattava di Pompidour: al che, mettendosi sull’attenti, quel pubblico ufficiale mi declamò tutto impettito, quasi sull’attenti: “Oui, Monsieur le President!”, inducendomi (inducendoci) a dileguarmi (dileguarci) velocemente prima che, ripensandoci, il brav’uomo mi imputasse qualche forma di oltraggio al Capo dello Stato… E proprio di recente io e mio fratello abbiano deliziato a tavola certi nostri interlocutori con il racconto di altre nostre sbadataggini parigine, soprattutto rispetto ad una sbarazzina visitatrice del Louvre, indotta da un curioso oggettino (una pallottola scarica!), appeso ad una collana di mio fratello, a fare la mossa – “Cos’é questo?” – per la sua (nostra? se ricordo bene era accompagnata da un’amica) conoscenza, passando, non avendo ottenuto istantanea risposta, subito oltre le inebetite statue di sale dei 2 Brothers Maini 2.

In effetti I love Paris come recita il titolo di una gran bella canzone di Cole Porter, ma soprattutto per fattori più seri di quelli, che qui ho accennato e che demando a sedi più autorevoli.

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