Il capitano Gino Punzi

Un ritaglio stampa del marzo 1948, concernente la richiesta di estradizione di parte italiana alle autorità francesi del presunto assassino del capitano Punzi, documento apparso in Gruppo Sbarchi Vallecrosia di Giuseppe “Mac Fiorucci

Si avvicina la data, 14 dicembre prossimo, in cui sarà presentato a Ventimiglia (IM) il libro scritto per i tipi dell’editore Alzani di Pinerolo (TO) da Dario Canavese e dedicato alla figura di Luigi (Gino) Punzi, già capitano degli alpini (artiglieria alpina), caduto ai primi di gennaio del 1945 nella città di confine con la Francia, segnatamente in una casa di Marina San Giuseppe, trucidato proditoriamente da un pescatore (forse due: padre e figlio) vendutosi ai nazisti: Punzi era in missione tra i partigiani dell’imperiese per conto degli Alleati, più precisamente dell’allora O.S.S. (antenata della C.I.A.) statunitense.

Scrivo in proposito quelle che spero (anche se non toglierei nulla all’opera di cui in premessa) risultino poche righe, perché un intreccio di fattori connessi alla figura del capitano mi accompagnano da nove anni e continuano ad emozionarmi.

Tutto cominciò quando pubblicai sul mio vecchio blog qualche nota, desunta da alcune testimonianze di momenti della Resistenza comprese in Gruppo Sbarchi Vallecrosia [Partigiani del mare] del compianto Giuseppe “Mac” Fiorucci, in cui appariva un breve riferimento alla tragica morte del capitano Gino Punzi.

Forse non sarò molto preciso in quello che segue, ma provo a ricapitolare quello che accadde per via di occasionali lettori del mio post. Dapprima mi chiese notizie un lontano cugino del capitano, che (desumo) ha messo in moto altri familiari per la più recente stesura di una notevole biografia, a carattere, per quanto mi risulta, privato, soprattutto sugli anni di carriera militare, del Punzi. Indi mi contattò il nipote di un partigiano francese già operante a Peille, non lontana da Nizza, perché gli risultava in modo ufficiale che il capitano Gino aveva combatutto nel locale maquis. Poco dopo ancora un esponente del Gruppo Alpini a riposo mi annunciò che era stata appena rinvenuta, abbandonata in una discarica, la croce di marmo dedicata appena finita la guerra al capitano.

Non ho, come faccio tuttora, approfondito la combinazione dei succitati avvenimenti, ma penso che siano stati tutti utili a varie iniziative, non solo quelle sin qui citate, ma anche altre, come il riposizionamento, avvenuto non molto tempo fa, alla presenza di familiari del capitano, della lapide mentovata in Sant’Antunin di Ventimiglia, sito simbolo del locale Gruppo Alpini.

Per quanto mi attiene, ho imparato già molto dalle pregresse ricerche di Dario Canavese: ne estrapolo soltanto che il capitano era stato insignito nel 1948 di medaglia d’argento al valore militare alla memoria con la seguente motivazione: “Combattente in territorio oltre confine non si arrendeva ai tedeschi ed in impari lotta opponeva fiera resistenza mantenendo alto l’onore e il valore del soldato italiano. Benché ferito riusciva a sfuggire alla cattura e unitosi al movimento clandestino francese organizzava la partecipazione al “Maquis” di formazioni partigiane composte di connazionali in Francia. A Peille, Peiracava e alla Turbie si univa ad essi ed eseguiva ardite missioni per collegare e coordinare nella zona di frontiera ed in quella rivierasca l’azione dei partigiani francesi e italiani. Mentre rientrava alla base di ritorno da una missione particolarmente rischiosa, veniva proditoriamente colpito da un sicario prezzolato che lo finiva a colpi di scure. Cadeva nel compimento del dovere dopo aver riassunto nella sua opera le belle virtù come militare e partigiano d’Italia” – Alpi Marittime – Ventimiglia, 8 settembre 1943 – 6 gennaio 1945“. La data dell’assassinio del capitano, tuttavia, dovrebbe essere quella del quattro gennaio 1945.

Ho rinvenuto in mie ricerche diverse volte brevi accenni all’agire di Punzi: ne ho talvolta riportato gli estremi in altri miei blog più peculiari, per lo più intrecciati a testimonianze di altri valorosi partigiani, per cui mi dispiace alquanto non riprendere in questa occasione tante fila di un discorso affascinante, benché complesso, ma mi urge rammentare il rilievo del libro di Canavese.

Sono rimasto, invero, affascinato dalla parabola di combattente per i valori della democrazia, della libertà e della lotta contro il nazi-fascismo del capitano Gino, venuto a morire nella mia città natale dalla lontana Acquafondata (FR), dove era nato nel 1917. Intrigante sarebbe anche appurare in quale veste alla fine del 1943 (gli Alleati erano ancora lontani da questo confine marittimo italo-francese) il Punzi iniziasse ad operare per la creazione di una rete clandestina di spionaggio antifascista: una domanda che ho posto in pubblico a dicembre dell’anno scorso a Ventimiglia quando Canavese mi conferì l’onore di farmi intervenire ad un incontro del Gruppo Alpini di Ventimiglia mirato sul capitano Gino, una domanda che appare anche nel citato opuscolo privato dei familiari, una domanda che meriterebbe ulteriori ricerche, perché forse la Resistenza sul fronte delle attività di spionaggio ha rappresentato un fenomeno più complesso di quanto sinora appurato.

 

 

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