Il 20 novembre 1943 viene annunciata ufficialmente la costituzione della Guardia Nazionale Repubblicana

Il 15 settembre 1943 Benito Mussolini viene liberato dalla prigione sul Gran Sasso, in cui era stato relegato dopo il 25 luglio: lo stesso giorno emana i primi ordini del giorno quale Duce del Fascismo. Uno di essi, il quinto, riguarda la Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale (M.V.S.N.), che per sua volontà viene ricostituita, mentre il sesto ordine del giorno, che segue di qualche ora i precedenti, nomina comandante in capo della Milizia Renato Ricci <1, già presidente dell’Opera Nazionale Balilla; la M.V.S.N. diventa così il primo tassello per la costruzione del futuro esercito fascista repubblicano.
Il maresciallo Rodolfo Graziani, però, nominato da Mussolini comandante supremo e ministro delle forze armate della Repubblica Sociale Italiana, non accetta la decisione del Duce di formare un esercito di partito e di dare tanta importanza ad un militare non professionista come Ricci <2. Quello che dovrà combattere a fianco degli alleati tedeschi dovrà essere un esercito unitario ed assolutamente apolitico, composto di volontari <3, ai quali “stia a cuore la sorte dell’Italia”; inoltre la Milizia, sempre secondo la tesi del Graziani sottoposta a Mussolini, si è fatta odiare dalla gente durante gli anni del regime, quindi l’averla ricostituita è stato un grande errore <4.
In questa lotta interna alla R.S.I. sembra spuntarla il maresciallo Graziani: il Consiglio dei Ministri della Repubblica Sociale Italiana del 28 ottobre 1943, infatti, emana i decreti riguardanti la formazione e lo statuto del nuovo esercito fascista repubblicano <5, che proclamano, oltre all’assoluta apoliticità che deve contraddistinguere le forze armate, l’integrazione della M.V.S.N. nell’esercito, all’interno del quale formerà il Corpo delle Camicie Nere, ponendosi sullo stesso piano del Corpo degli alpini e dei bersaglieri <6.
Renato Ricci, però, non ci sta e continua a tempestare di richieste Mussolini, per avere a disposizione un corpo autonomo, rifiutandosi di accettare ordini da Graziani <7. l suoi sforzi non saranno vani: il 20 novembre 1943 viene annunciata ufficialmente la costituzione della Guardia Nazionale Repubblicana (G.N.R.), il cui comando viene affidato a Ricci; la formano, oltre alla vecchia M.V.S.N., l’arma dei Carabinieri e la Polizia dell’Africa Italiana (P.A.I.) <8; viene subito definita polizia di partito, a cui sono delegati compiti di polizia interna e militare, per “far rispettare le leggi della repubblica; proteggere l’incolumità personale dei cittadini; garantire l’ordinato svolgersi di tutte le manifestazioni singole e collettive dell’attività nazionale” <9.
All’8 ed al 18 dicembre 1943 risalgono i decreti di Mussolini che sanciscono formalmente la struttura e le funzioni della G.N.R. <10: l’autonomia è totale, la Guardia di Ricci ha anche un bilancio proprio, però dovrà essere interamente composta di volontari di età compresa tra i 17 ed i 20 anni, almeno secondo decreto, perché poi, in realtà, un certo numero dei giovani che risponderanno alle chiamate alle armi del governo fascista repubblicano andranno a rimpolpare i quadri della G.N.R. <11. La convivenza della vecchia M.V.S.N. con carabinieri e P.A.I. non produrrà gli effetti positivi che Ricci e Mussolini speravano potesse avere, anzi si rivelerà un fallimento: la Polizia dell’Africa Italiana, con un organico di un paio di migliaia di uomini, si trova a Roma, dove rimarrà fino all’arrivo dell’esercito anglo-americano, ribellandosi ai tentativi, anche quelli da parte dei tedeschi, di trasferirla nell’Italia settentrionale; i carabinieri si rifiutano in gran numero di aderire alla Repubblica Sociale e di prestare servizio nella G.N.R., molti scapperanno, altri passeranno dalla parte dei partigiani <12.
La G.N.R. istituisce presso ogni comando provinciale un ufficio politico investigativo, che invia periodicamente al Comando generale un rapporto informativo sulla situazione locale, riguardo, in particolare, l’ambiente fascista repubblicano (cioè, il numero di adesioni che ha avuto il Partito, come svolge la sua attività, in quale modo e con quali risultati le autorità civili fasciste eseguono il proprio compito); l’atteggiamento dei tedeschi nei confronti della G.N.R. e degli altri organi del Partito e del governo; la diffusione e l’impatto del movimento partigiano; lo stato in cui versa lo spirito pubblico. <13
Ricci non riesce però a creare una grande milizia, come Mussolini e soprattutto i comandi tedeschi volevano, e così, nell’agosto del 1944, la G.N.R. perde la sua autonomia e torna a far parte dell’esercito, nel quale mantiene comunque una posizione preminente, mentre il comando, assunto in un primo tempo dallo stesso Duce, viene affidato al tenente generale Niccolò Nicchiarelli, già capo di Stato Maggiore di Ricci. In questa occasione tornano alla ribalta le diatribe interne tra le diverse componenti del fascismo repubblicano, poiché è anche il maresciallo Graziani ad insistere, come già aveva fatto alcuni mesi prima, per l’allontanamento di Ricci, trovando questa volta maggiore soddisfazione. <14
[NOTE]
1 A. TAMARO, Due anni di storia 1943-1945, Roma 1948-50, vol. I, p.587
2 G. PANSA, L’esercito di Salò nei rapporti riservati della Guardia nazionale repubblicana 1943-44, INSMLI, Milano 1969, p. 9
3 E. CANEVARI, Graziani mi ha detto-34 documenti, Magi-Spinetti, Roma 1947, p.245. G. PANSA, L’esercito di Salò cit., p.9. V. ILARI, Il ruolo istituzionale delle forze armate e il problema della loro “apoliticità”, in P.P. POGGIO (a cura di), La Repubblica sociale italiana 1943-1945, Atti del convegno di Brescia 4-5 ottobre 1985, Annali della Fondazione Luigi Micheletti, Brescia 1986, pp. 295-312.
4 F.W. DEAKIN, Storia della Repubblica di Salò, Einaudi, Torino 1963, p. 579
5 A. TAMARO, Due anni di storia cit., vol. II p. 274. R. GRAZIANI, Una vita per l’Italia. Ho difeso la Patria, Mursia, Milano 1986, p. 196
6 A. TAMARO, Due anni di storia cit., vol.ll, p. 247. V. ILARI, Il ruolo istituzionale delle forze armate cit.
1 F.W. DEAKIN, Storia della…, cit., pp. 586-591
8 Sulla P.A.I. ed i suoi collegamenti con la Resistenza vedi P. TOMPKINS, L’altra Resistenza. La liberazione raccontata da un protagonista dietro le linee, Rizzoli, Milano 1995, pp. 145-147 e pp. 155-157.
9 E. CANEVARI, Graziani cit., p. 287
1O G. PANSA, L’esercito di Salò cit., p.11
11 Ibidem, p. 13
12 Ibidem, p. 15 e seguenti, N. VERDINA, Riservato a Mussolini. Notiziari giornalieri della Guardia Nazionale Repubblicana, novembre 1943-giugno 1944, Feltrinelli, Milano 1974, introduzione p. XI. A questo proposito vedi anche L. KLINKHAMMER, L’occupazione tedesca in Italia 1943-1945, Bollati Boringhieri, Torino 1993, pp. 304-308.
13 N. VERDINA, Riservato a Mussolini cit., introduzione p. XI
14 G. PANSA, L’esercito di Salò cit., p. 123 e segg. V. ILARI, Il ruolo istituzionale delle forze armate cit.
Raffaella Scocchi, Il Partito Fascista Repubblicano a Trieste, Tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, Anno accademico 1995-1996

In relazione alle ampie possibilità offerte dall’incontro tra nuovi strumenti multimediali e ricerca storico-documentaria si deve menzionare un altro strumento del web meno recente, ma altrettanto utile per la ricerca storica sul biennio 1943-45: la banca dati dei notiziari della Guardia Nazionale Repubblicana, gestita dalla Fondazione Luigi Micheletti di Brescia <3. In essa vengono riportati integralmente i documenti prodotti dalla “Sezione Situazioni” del Comando Generale della GNR, dal novembre 1943 al marzo del’45. I notiziari si basano sulle informative inviate dalle questure e dalle prefetture della Repubblica sociale e sono uno strumento basilare per comprendere gli equilibri ed i rapporti tra autorità diverse nelle province d’Italia durante i 600 giorni della RSI.
3 http://www.notiziarignr.it. Il sito è attivo dal 2006, questo ed i siti citati in questo capitolo sono stati visitati nel periodo 21 agosto-20 dicembre 2017 (se non indicato altrimenti).
Jacopo Calussi, Fascismo Repubblicano e Violenza. Le federazioni provinciali del PFR e la strategia di repressione dell’antifascismo (1943-1945), Tesi di dottorato, Università degli Studi Roma Tre, 2018

Pagina 1 del Notiziario GNR del 25 novembre 1943. Fonte: Fondazione Luigi Micheletti cit. supra

In queste circostanze l’Italia, fino al 1943 principale alleato della Germania nazista, paese promulgatore di leggi razziste e i cui funzionari erano stati responsabili dell’arresto finalizzato alla deportazione di 7.579 ebrei italiani <31, riuscì a minimizzare la propria corresponsabilità nel genocidio; in questo modo fece passare in secondo piano non solo le responsabilità politiche, ma anche quelle personali di collaborazionisti e delatori, ovvero di coloro che, come ha scritto Simon Levi Sullam, “[…]compirono materialmente gli arresti: polizia, carabinieri, finanzieri, membri della Milizia o della Guardia nazionale repubblicana (GNR) e volontari fascisti; ma anche di coloro che compilarono le liste delle vittime: dagli impiegati comunali e statali dell‘anagrafe razzista, ai funzionari di polizia che trasformarono i nomi degli elenchi in mandati di arresto; dal prefetto e dal questore che firmarono gli ordini di cattura, giù giù lungo la scala gerarchica fino alle dattilografe che ne compilarono i documenti” <32.
[NOTE]
31 Gli arresti di ebrei in Italia effettuati esclusivamente da italiani furono 1898; eseguiti da tedeschi 2489, da italiani e tedeschi assieme 2314, cfr Liliana Picciotto., op. cit., p. 30. Si veda: Statistica generale degli ebrei vittime della Shoah in Italia, 1943-1945, disponibile al seguente link: http://www.cdec.it/home2.asp?idtesto=594.
32 S. Levi Sullam, op. cit., p.12.
Federica Di Padova, I campi profughi per Jewish Displaced Persons in Italia tra storia, ricostruzione e memoria (1943-1951), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2017/2018

Sorvolando sul termine quantomeno curioso di “Brigate Rosse”, usato per gli anni quaranta in una pubblicazione del ’59, le Brigate Nere devono essere considerate come formazioni repubblicane create esclusivamente in funzione di lotta antipartigiana. L’esclusività della funzione antiribellistica per le Brigate Nere deve essere messa in relazione con l’insieme di disposizioni che i CLN emanarono nelle ultime fasi precedenti all’insurrezione, con particolare riferimento alla pena di morte comminata verso i brigatisti stessi <116. In aggiunta, la memoria delle Brigate deve essere contestualizzata nell’insieme di invidie, contrasti e lotte per il potere che caratterizzarono i vertici della RSI sin dall’autunno del ’43. “L’esercito personale di Pavolini” fu infatti l’esito di una lotta che vedeva i propri prodromi nella dicotomia tra esercito apolitico e milizia, propria delle discussioni italo-tedesche sulla costituzione dell’esercito repubblicano e della Guardia Nazionale Repubblicana <117. L’accettazione mussoliniana del “piano-Pavolini” fece riferimento proprio all’ondata di diserzioni che colpì la GNR e mise in crisi i suoi distaccamenti più vicini al fronte meridionale, nell’estate del 1944.
Pavolini figura quindi come capro espiatorio esclusivo di una politica di resistenza ad oltranza, in realtà adottata da numerosi membri del vertice politico e militare della RSI; fautore di un fascismo intransigente e totalitario, per la memorialistica dominante risultò l’unico responsabile della costituzione di uno dei più violenti corpi armati della RSI, non adattabile in nulla alla mitologia neofascista della “Repubblica Necessaria” <118, difesa strenuamente da volontari giovani, patriottici e portatori di un’onorevole quanto inflessibile lealtà alla nazione.
Nello spezzettamento della responsabilità amministrativa conseguente, un’ulteriore divisione di ambiti avveniva all’interno dell’area provinciale: a latere delle autorità tedesche, vengono poste sullo stesso piano di ufficiosa sovranità territoriale sia le autorità tradizionali a capo delle prefetture (con la nuova definizione di “Capi della provincia”), sia quelle militari dei comandi provinciali della GNR e dell’esercito, sia, infine, i vertici locali del PFR. Palla parla in tal senso di “policentrismo” saloino, in parziale assonanza con la policrazia nazista già esposta, rifiutata a livello terminologico per l’effettiva dipendenza delle autorit{ italiane rispetto a quelle tedesche. L’equilibrio di potere a livello provinciale era caratterizzato dalla continua emergenza di contrasti su singole competenze amministrative, che celavano duri scontri tra diverse personalità ed organizzazioni fasciste per il controllo del territorio e dei suoi abitanti <233.
Le dinamiche interne alla provincia, per Palla, richiamavano i rapporti di potere tra centro e periferia sviluppatisi nella fase iniziale del regime, riportando in auge una struttura di potere riferibile a nuovi e vecchi ras <234. Le autorità sin qui descritte si ritrovarono quindi a rapportarsi in prima persona con i comandi germanici e i rappresentanti ministeriali del Reich, escludendo parzialmente dalle materie di gestione amministrativa le direttive governative del “centro” della RSI. Nelle considerazioni di Palla, la contestualizzazione e l’interpretazione della condotta delle singole autorità deve quindi essere studiata con una prospettiva “invertita”, che prediliga cioè l’analisi sociale, economica e politica delle province, piuttosto che i rapporti intercorsi tra personalità di grado elevato della gerarchia repubblicana <235.
[…] Le formazioni della Milizia, trasformata in GNR dal novembre del ’43, le future Brigate Nere e l’insieme di polizie speciali repubblichine dipendevano almeno a livello ufficiale per il proprio impiego dallo “Stato maggiore operativo per la lotta alle bande” di Wolff, comandato da Harro With, ufficiale proveniente dalle formazioni preposte alla controguerriglia sul fronte orientale <265. Nella primavera successiva, vennero poi insediati altri due comandanti di polizia e delle SS per le regioni centrali d’Italia, così da rafforzare un sistema di gestione e comando delle forze armate preposte alla lotta alle bande partigiane.
[NOTE]
116 Ad esempio, il piano “E 27” del CLN piemontese, citato in S. Peli, Storia della Resistenza in Italia, Einaudi, Torino, 2006, pg. 169, 170.
117 Sull’argomento dell’esercito repubblicano si vedano F.W. Deakin Storia della Repubblica, op. cit. capitolo VII, L. Ganapini, La Repubblica delle Camicie Nere, op. cit. pg. 72-77 e M. Armaroli, La diarchia nazione-partito e il problema politico del nuovo esercito della RSI, in “Rassegna del Lazio”, Roma, numero speciale 1965.
233 Sul tema del controllo territoriale delle autorità locali di Salò, si veda il contributo, di qualche anno più tardo, di M. Borghi, Il nemico, controllo del territorio e repressione antipartigiana in area veneta, in Geografia della Resistenza, territori a confronto, Atti del Convegno Nazionale di Vittorio Veneto, 14, 15 marzo 1996, ISRSC, A. Zanzotto, V. Veneto, 1998.
234 Palla, Amministrazione periferica e fonti locali, op. cit. p. 239.
235 In tal senso, Palla raccomandava un’attenzione specifica alla documentazione prodotta dalle autorità prefettizie e podestarili, in particolar modo per quanto riguarda la loro selezione e, eventualmente, la loro sostituzione nel corso dell’intera e breve esistenza della RSI, in ivi, pp. 242, 243.
264 C. Gentile, La repressione antipartigiana tedesca in Veneto e Friuli, in Ventura, Brunetta, op. cit. pp. 190, 191.
Jacopo Calussi, Op. cit.

L’alta percentuale dei militanti nelle Brigate Nere giudicati dalla Corte d’Assise Straordinaria di Milano non deve oscurare “il dato di fondo della irrisoria adesione in termini numerici alle Bn” <216. Le Brigate Nere erano in totale 48 <217 e ciascuna avrebbe dovuto essere composta da 1.000 unità. L’obiettivo di arruolare e armare 48.000 uomini non fu però mai raggiunto.
Per cercare di attirare i volontari, i vertici di quello che doveva essere il corpo dei fedelissimi e degli arditi attuarono anche poco nobili stratagemmi, come seducenti paghe, lusinghiere promesse di promozioni e la garanzia di essere impiegati sul fronte anziché combattere il nemico interno. Non mancarono anche tentativi di “rubare” i militi ad altri corpi armati come la Gnr e la Polizia repubblicana e tuttavia la cifra dei volontari effettivamente mobilitati dalle Bn attestata dalle più recenti ricostruzioni storiografiche oscilla tra gli 11.620 e i 16.000 uomini <218, vale a dire circa un terzo del totale previsto.
La gran quantità di brigatisti comparsi davanti alla Corte, così come il prevalere di imputati appartenenti a Gnr e polizia su quelli arruolati nell’esercito repubblicano, mette più che altro in luce il fatto che, essendo questi corpi nati per combattere il nemico interno, è probabile che i loro militi commisero crimini contro i partigiani o comunque visibili dalla popolazione. Di questi crimini, più che delle operazioni effettuate dai soldati sul fronte, i cittadini chiesero a guerra conclusa giustizia.
[…] Che si sia trattato di rastrellamenti, arresti, uccisioni o ferimenti, i crimini commessi contro gli appartenenti al movimento di resistenza sono il principale motivo d’accusa a carico degli imputati che avevano militato in una formazione armata fascista o erano arruolati nell’esercito repubblicano.
Del resto, alle Brigate Nere e alla Guardia Nazionale Repubblicana era stato affidato il compito di sgominare il nemico interno e per questo scopo furono anche mobilitate le formazioni di polizia <234. Su queste ultime gli uffici delle SS insediatisi in Italia esercitavano una stretta sorveglianza <235 e in linea generale i tedeschi incoraggiavano la partecipazione dei soldati della Gnr, dei brigatisti e delle forze di polizia repubblicana agli scontri contro i ribelli. Infatti, poiché le truppe tedesche erano già impegnate sul fronte contro gli Alleati, non disponevano di ulteriori forze sufficienti a debellare sistematicamente il movimento partigiano e necessitavano inoltre di spie e di guide pratiche delle impervie regioni montuose dove renitenti e partigiani trovavano rifugio <236.
A partire dai primi mesi del 1944 la lotta armata contro i ribelli acquistò per i tedeschi un’importanza non trascurabile. Di fronte al coordinamento delle bande e all’incisività sul piano militare delle loro azioni di sabotaggio delle vie di comunicazione e degli attentati ai danni dei soldati tedeschi, lo stato maggiore reagì dando alle truppe ordini molto permissivi per procedere con brutalità contro i ribelli <237 e i loro fiancheggiatori <238.
[…] Per i tedeschi la gestione dell’approvvigionamento dei viveri in Italia era di fondamentale importanza ai fini del mantenimento dell’ordine tra la popolazione. L’organo istituito dall’Amministrazione militare per adempiere a tale incarico fu la Direzione generale Alimentazione e agricoltura, il cui personale però era insufficiente a verificare le consegne da parte dei contadini e a contenere il fenomeno del mercato nero. Anche qui fu così necessario coinvolgere l’autorità della Rsi e le sue istituzioni in materia: gli Uffici agrari italiani, il Commissariato nazionale dei prezzi e la polizia economica italiana, reclutata a partire dal marzo 1944 tra le fila della Gnr e della Polizia repubblicana.
Nemmeno con l’ausilio dei fascisti però gli occupanti riuscirono ad attuare la prevista requisizione dei prodotti agricoli e ad evitare l’innalzamento dei prezzi dovuto al dilagare del mercato nero. Giocarono a loro sfavore la disorganizzazione e la complessità degli uffici italiani, la resistenza che la popolazione contadina oppose alle richieste di consegnare quei prodotti che se venduti sul mercato nero potevano fruttare lauti guadagni e l’indifferenza delle autorità di fronte al fenomeno stesso della borsa nera, considerato un “male necessario” per evitare che la popolazione morisse di fame, data l’inadeguatezza del sistema di razionamento e rifornimento dei viveri <288.
[NOTE]
216 Ibidem, p. 169.
217 Alle 34 territoriali (una per ogni provincia in cui era stato suddiviso il territorio della Rsi) si aggiungevano quattro brigate mobili più le Brigate di Apuania, di Lucca, di Pisa, di Dalmazia, Gorizia, Pola, Trieste e Fiume, delle Marche e la speciale di “formazione”.
218 Ibidem, p. 164.
234 Cfr. L. Ganapini, La repubblica delle camicie nere, cit., pp. 30-60; D. Gagliani, Brigate Nere, cit., pp. 197-204.
235 Il 27.11.1943 il “comandante della polizia di sicurezza e del servizio di sicurezza” (BdS) Harster emana un’ordinanza sui “compiti e competenze della polizia criminale tedesca in Italia” con la quale stabilisce il diritto di intervento della polizia tedesca in tutte le faccende della polizia italiana e prevede la possibilità per la polizia tedesca di servirsi delle autorità italiane per perseguire i propri obiettivi. Cfr. L. Klinkhammer, L’occupazione tedesca in Italia, cit., p. 91.
236 “Dato il peggioramento della situazione militare, che rendeva prevedibile una ritirata sulla linea Gotica, questo settore [guerra ai partigiani] assumeva una importanza decisiva per la difesa del futuro fronte. Ma le forze dei comandi militari territoriali erano troppo esigue per poter condurre un’efficace lotta antipartigiana. […] Senza la Guardia nazionale i comandi militari territoriali, che disponevano soltanto di piccole unità di pronto intervento, poco potevano fare”. Ibidem, p. 347.
237 “Contro le bande si agirà con azioni pianificate. […] Il primo comandamento è l’azione vigorosa, decisa e rapida. Chiamerò a rendere conto i comandanti deboli e indecisi, perché mettono in pericolo la sicurezza delle truppe loro affidate e il prestigio della Wehrmacht tedesca. Data la situazione attuale, un intervento troppo deciso non sarà mai causa di punizione”. Ordine di Kesserling diffuso alle armate il 7 aprile 1944, cit. ibidem, p.333. Sul sistema degli ordini cfr. G. Fulvetti, Le guerre ai civili in Toscana, in Idem, F. Pelini (a cura di), La politica del massacro, Napoli, L’ancora del mediterraneo, 2006; L. Baldissara, P. Pezzino, Il massacro. Guerra ai civili a Monte Sole, Bologna, Il Mulino, 2009.
238 “In caso di attacchi, bisogna immediatamente circondare le località in cui sono avvenuti; tutti i civili, senza distinzione di stato e di persona, che si trovano nelle vicinanze saranno arrestati. In caso di attacchi particolarmente gravi, si può prendere in considerazione anche l’incendio immediato delle case da cui si è sparato. […]In generale, i comandi di piazza locali dovranno rendere noto che alla minima azione contro soldati tedeschi verranno prese le più dure contromisure. Ogni abitante del luogo dovrà essere ammonito in proposito: nessun criminale o fiancheggiatore può aspettarsi clemenza”. L. Klinkhammer, L’occupazione tedesca in Italia, cit., p. 334.
288 L. Klinkhammer, L’occupazione tedesca in Italia, cit., pp.178-184.
Lucia Reggiori, Collaboratori e collaborazionisti a Salò. I processi per collaborazionismo nelle sentenze della Corte d’Assise Straordinaria di Milano (1945-1947), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Pisa, 2014

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