Il maresciallo, per facilitare le trattative con i tedeschi, ordinò ai granatieri di concedere ai tedeschi il transito sul ponte della Magliana

Nel frattempo il 9 [settembre 1943] entrò in gioco il maresciallo Caviglia che, non appena saputo della fuga di Badoglio e del re e resosi conto di essere l’ufficiale più in alto in grado presente a Roma, assunse di sua autonoma iniziativa il comando della città e in tale veste si prestò a prendere contatti con i tedeschi <69; egli infatti riteneva che fosse necessario porre fine il prima possibile agli scontri con i tedeschi data la evidente crisi in cui versavano il paese e la città ed era disposto a concedere qualsiasi cosa in cambio della cessazione del fuoco <70. Il 9 sera il maresciallo, per facilitare le trattative con i tedeschi, ordinò ai granatieri di concedere ai tedeschi il transito sul ponte della Magliana, passato il quale- secondo gli accordi – essi si sarebbero dovuti dirigere verso l’Aurelia ma (e non sarà l’unica volta) tradendo la parola appena data la divisione tedesca continuò a procedere verso il centro di Roma <71. A quel punto i granatieri e i Lancieri di Montebello si attestarono su una nuova linea difensiva all’altezza della cd ‘Montagnola’, una collinetta in prossimità dell’incrocio tra la via Laurentina e la via Imperiale (oggi via Cristoforo Colombo), dove la mattina del giorno seguente furono investiti da una poderosa offensiva tedesca a cui non seppero porre adeguata difesa e che portò i nazisti alla conquista di quello che era un punto strategico nella loro avanzata, lungo la via Ostiense, verso il centro urbano <72. Intorno a mezzogiorno del 10 la linea difensiva italiana si attestava appena fuori le Mura Aureliane, presso Porta San Paolo, Porta San Giovanni e Porta San Sebastiano; la più ostinata, disperata ed estrema resistenza fu tentata dai granatieri della XXIa divisione – coadiuvati sempre dal sostegno dei “Lancieri” e dall’intervento dei Carabinieri e del reggimento dell’Esercito “Genova Cavalleria” – presso Porta San Paolo e la Piramide Cestia. Il combattimento, svoltosi tra via Giotto e via Marmorata, durò fino alle cinque del pomeriggio quando si diffuse la notizia del sopraggiunto accordo tra il comandante supremo delle forze tedesche in Italia, il feldmaresciallo Kesselring, e il colonnello Giaccone, in rappresentanza di Giorgio Calvi Bergolo che, in accordo con Caviglia, avevano scelto di mandare a sottoscrivere il documento di resa un ufficiale di secondo piano poiché consapevoli del fatto che tale firma avrebbe significato la fine politica dell’uomo che l’avrebbe apposta e loro non intendevano assumersene la responsabilità <73; i tedeschi riuscivano così a cogliere i frutti dell’enorme pressione che essi avevano esercitato sulla porta, battuta per ore dal fuoco delle loro mitragliatrici, bersagliata dai mortai che facevano saltare in aria camion e le autoblindo italiane. Nel tardo pomeriggio del 10 la città era definitivamente nelle mani tedesche <74. A contribuire all’aura di eroismo che aleggiava e aleggia tuttora intorno alla battaglia di Porta San Paolo non fu solamente il sacrificio offerto da quei soldati che, infischiandosene della mancanza o della vaghezza di ordini provenienti dagli alti comandi militari, scelsero di non sbandare e di provare a combattere il nemico invasore <75 e che pagarono il prezzo decisamente più alto in termini di vite umane (si contarono alla fine 1167 militari caduti); a rendere così celebre tale battaglia fu soprattutto il grande contributo dato dai civili. Questi sin dal 9 settembre, attratti dal rumore degli spari provenienti dall’Ostiense, si recarono sul luogo della battaglia, senza però dare quel giorno un contributo sostanziale alla lotta all’invasore <76; il giorno seguente, facendosi la rotta tedesca verso il centro sempre più minacciosa, diversi di essi presero le armi e si unirono ai soldati in lotta <77. Il loro contributo – seppur non proficuo dal punto di vista del risultato bellico- è certamente meritorio di elogio e stima, data la pericolosità del nemico (il quale nell’arco della guerra aveva dimostrato di non andare per il sottile con i civili dei paesi che stava occupando) che andavano combattendo. Esso è stato però oggetto di un dibattito storico, ovviamente postumo alla seconda guerra mondiale, tra chi nel celebrare la Resistenza tendeva a enfatizzare il contributo popolare al processo di liberazione nazionale e chi invece, in nome di un più spiccato realismo, intendeva ridimensionare il ruolo dei civili e del ‘popolo’ nel suddetto processo. Dato che ogni giudizio storico può essere desunto solo dalla lettura delle testimonianze di chi quelle due giornate le ha vissute, sono queste il più prezioso strumento per misurare l’effettiva affidabilità del giudizio storico; tra le testimonianze tendenti a amplificare la partecipazione popolare spicca sicuramente quella di Paolo Monelli, il più celebre cronista delle vicende dell’annus horribilis dello Stato italiano, il quale scriveva: “La mattina del 9 settembre Roma si trovò avvolta dalla battaglia […]. Giovani animosi, uomini dai capelli grigi con lo scudetto di combattente dell’altra guerra all’occhiello, si trovarono in casa un fucile e corsero dalle parti di San Paolo a dare man forte ai granatieri e ai lancieri che sulla via Ostiense con tranquillo coraggio sparavano contro i tedeschi che cercavano di penetrare in città <78” e poi ancora, riferendosi invece alla giornata del 10 settembre: “Cessata dalla cinque ogni parvenza di resistenza ordinata, dispersi o ritiratisi i reparti dell’esercito regolare, continua fino a tarda sera fra il Testaccio e la piramide di Caio Cestio un’epica, disperata, inutile battaglia di borghesi, popolani, studenti contro i tedeschi avanzanti che già con i carri prendono d’infilata la via Marmorata e penetrano in città per viale Aventino e via del Circo Massimo. Sparano, questa gente nostra che nessuno ha pensato a inquadrare e dirigere, con armi raccattate dai soldati in fuga, o distribuite da qualche sperduto gruppo di partiti; sparano da dietro gli alberi, stesi per terra, al riparo dei carri abbandonati, con una luce di febbre negli occhi, con manovre elementari e istintive. Un borghese alto, dai capelli grigi, con un fucile mitragliatore, ripete fra una raffica e l’altra parole sconnesse <>. Qualcuno cade giù morto.” <79
D’altro canto tra le testimonianze tendenti a ridimensionare la presenza popolare spicca quella di Aldo Natoli, esponente comunista del CLN, che riferisce: “Siamo andati a Porta San Paolo e siamo stati un po’ di tempo e non si vedeva nessuno, ogni tanto si sentiva fischiare e qualche colpo cadeva nelle vicinanze; siamo stati lì una buona parte della mattinata senza che succedesse nulla. Poi abbiamo trovato un ragazzo ferito che aveva delle schegge in una gamba e lo abbiamo portato al Policlinico” <80. Oppure quella di Pietro Nenni che nel proprio diario (alla data 9 settembre) puntava il dito contro lo scarso spirito insurrezionale della popolazione romana (a lungo parlerà infatti di “insurrezione mancata”): “L’opinione pubblica è frastornata. Lunghe code si allungano davanti alle tabaccherie e non sembrano accessibili ad altra preoccupazione se non quella del fumo. Passano a piedi o in automobile dei gruppi di soldati tedeschi senza sollevare la minima reazione. Bisogna andare nei sobborghi per trovare fermento” <81.
[NOTE]
69 P.MONELLI, Roma 1943, cit., p.202
70 G.SOLINAS, I Granatieri, cit., p.66
71 P.MONELLI, Roma 1943, cit., p.204
72 G.RANZATO, La liberazione, cit., pp.63-64
73 Ivi, p.62
74 Ivi, p.64
75 Monelli nella sua opera sottolinea più volte il sentimento di ostilità che i soldati italiani nutrivano nei confronti di quelli tedeschi; a p.199 riferisce che: “i soldati [accorsi alla Montagnola] erano calmissimi, di buon animo. Pareva non avessero fatto altro per tutta la guerra che sparare contro i tedeschi.”
76 G.RANZATO, La liberazione, cit., p.67
77 Ibidem
78 P.MONELLI, Roma 1943, cit., p.198
79 Ivi, pp.207-208
80 Testimonianza contenuta in A.PORTELLI, L’ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria, Donzelli, Roma 1999, p.122
81 P.NENNI, Tempo di Guerra fredda. Diari 1943-1956, SugarCo, Milano 1982, p.37
Guglielmo Salimei, Roma negli anni della liberazione: occupazione nazista e lotta partigiana, Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno accademico 2020-2021

La mancata coincidenza fra l’abbattimento di Mussolini e l’armistizio creava la sensazione che, se non era finita la guerra, non era davvero finito nemmeno il fascismo. Da Radio Milano Libertà (cioè da Radio Mosca) Togliatti ammoniva che «gerarchi e gregari (…) non hanno per niente capitolato e si preparano in modo più o meno nascosto alla riscossa»: i più pericolosi erano quelli che «si sono messi la maschera». Le direttive date alla sezione italiana della BBC erano di mettere in luce «the Badoglio Government failure» nell’ opera di defascistizzazione, limitata a «half-measures and palliatives». Si trattava certo di uno strumento di pressione su Badoglio. Ma il fatto che Radio Londra chiamasse spesso il maresciallo «duca di Addis Abeba» coglieva bene un dato grottesco avvertito dalla coscienza degli italiani, come del resto da quella dei resistenti di altri paesi, ma non dallo stesso Badoglio che, parlando «agli ufficiali in Agro di San Giorgio Ionico» disse: «Io sono sempre il Maresciallo Badoglio, il vostro generale del Sabotino, di Vittorio Veneto, di Addis Abeba».
Un militare di stanza nei Balcani, di fronte a una «immensa, capillare, caterva di nemici» («i tedeschi, i bulgari, gli ustascia, i cetnici, i musulmani, ecc.») sentiva che tutto rimaneva fermo in un clima «livido, agonico». E un giovane che opterà poi per la Repubblica sociale, protagonista di un romanzo autobiografico, così si esprime: «Hanno fatto presto loro! Hanno fatto presto!… Ma a noi che ci resta?»
I partiti antifascisti, in via di ricostituzione durante i quarantacinque giorni, portarono avanti, con sfumature diverse, la richiesta di arrivare a una conclusione della guerra. Già nell’aprile «Ricostruzione. Organo del fronte unico della libertà», aveva in un suo Appello agli italiani richiesto il «passaggio dallo stato di guerra allo stato di pace», e il manifesto concordato a Milano il 26 luglio dal Gruppo di ricostruzione liberale, dalla Democrazia cristiana, dal Partito d’azione, dal Partito socialista, dal Movimento d’unità proletaria e dal Partito comunista, poneva fra i suoi punti «l’armistizio per la conclusione di una pace onorevole» (questa formula, frutto delle mediazioni fra i partiti, era in realtà sfasata rispetto alla volontà dei vincitori di imporre la resa senza condizioni, volontà che, malgrado le polemiche storiografiche, va ribadita come giusta).
«L’Unità» (edizione milanese) del 4 agosto 1943 aveva questo lungo titolo: “I comunisti lottano in unione con gli italiani di tutte le tendenze sulla via della pace e della libertà per salvare la patria dalla rovina”.
Un anno dopo, «l’Unità» avrebbe ancora parlato di «l’ignavia e l’incapacità organica di un governo al quale il popolo non partecipava, il tradimento che minava un esercito». L’organo del Partito d’azione denunciò, a «più di un mese dal 25 luglio», che il vizio capitale del colpo di Stato era consistito nel non aver proclamato chiaramente: «Il fascismo è caduto. La guerra fascista è finita». Si richiamano queste citazioni come testimonianza non tanto della linea dei partiti e della loro capacità, poco noti come essi erano ancora agli italiani, di influenzare in modo ampio e diretto la volontà popolare, quanto dell’esistenza di uno stato d’animo dal quale i partiti dovevano necessariamente prendere le mosse.
La comune volontà di finirla con la guerra non fu sufficiente a creare, fra esercito e popolazione, quella concordanza d’intenti e di opere che pur fece parte della retorica ufficiale dei quarantacinque giorni badogliani. Questo avvenne non solo per l’atteggiamento degli alti Comandi, sopra ricordato, ma perché l’uso delle forze armate in funzione di ordine pubblico compromise sul nascere ogni forma di fraternizzazione, anche se, com’è stato notato, le truppe e gli ufficiali subalterni manifestarono spesso riluttanza a eseguire gli ordini più drastici.
La circolare del capo di Stato Maggiore dell’esercito, Roatta, che ordinava di procedere contro i dimostranti «in formazione di combattimento» e di «aprire il fuoco a distanza anche con mortai e artiglieria senza preavviso di sorta», e gli eccidi di Bari e di Reggio Emilia costituiscono, di questa situazione, uno dei dati più evidenti. Un’altra circolare, quella del generale Armellini, nominato comandante della milizia fascista incorporata da Badoglio nel regio esercito, ne fornisce la misura completa, fino al grottesco. Armellini — giova riportare le sue parole — ricordava i «meriti a tutti noti» della MVSN, «nata dallo squadrismo», deplorava la reazione del paese, «antipatica e spesso brutale nei riguardi della Milizia», nonché «le manifestazioni inconsulte e le offese provenienti dalla plebaglia torbida», e terminava con un invito a opporre al nemico, animato «da inumano odio e dal deciso proponimento di annientare»» la patria, i nostri petti nel nome di Dio, della cristianità, di Roma e del re imperatore. Alcuni dei temi che saranno propri della propaganda della Repubblica sociale sono anticipati in questa circolare, mescolati ad altri che troveranno ospitalità nella stampa monarchica e reazionaria del Sud.
L’esercito come istituzione venne dunque a trovarsi, di fronte al popolo, in una posizione ambigua, che, a distanza di anni, è drasticamente evocata da una militante comunista torinese: «Il fascismo era caduto ma era tornato nell’esercito di Badoglio, era andato a finire dentro l’esercito». È notevole che questo dato sia rimasto impresso nella memoria come dominante, e come questo ricordo collimi, ad esempio, con la meraviglia che il sottotenente Chiesura colse nella gente di Fossano di fronte al rigoroso servizio d’ordine effettuato dalle truppe contro una popolazione che aveva approvato tanto calorosamente il colpo antifascista fatto proprio dai militari. Dalla meraviglia si passava allo sdegno in un appello rivolto nell’agosto, a Bologna, alle donne emiliane: «Ventitré anni di oppressione e di schiavitù non sono bastati! Ancora Badoglio, ancora i generali».
Questo manifestino era sicuramente di ispirazione comunista; ma la linea che si può cogliere nella coeva stampa clandestina, anche di sinistra, è invece molto più oscillante, stretta com’era fra la necessità di recepire la stanchezza e la diffidenza popolari e usarle come arma di pressione nei confronti del governo, e la non dismessa speranza che qualcosa di positivo con quelle forze armate si potesse ancora concordare e progettare. «L’Unità»» del 4 agosto (edizione milanese) considerava un «assurdo delitto» continuare la guerra, ora che non c’era più Mussolini; e aggiungeva: «Le masse popolari cominciano a domandarsi se la liquidazione del fascismo non sia per caso un tragico inganno». Ancora «l’Unità» il 12 agosto intitolava su tutta la prima pagina … ma la musica è sempre la stessa!, e su tutta la seconda pagina Soldati! Non sparate sugli operai. Essi lottano per farvi tornare a casa, mentre un occhiello incitava: «Popolo e soldati! Unitevi nella richiesta di una pace immediata che salvi la nazione. Lavoratori! Chiedete la fine della guerra di Hitler! Salvate la vostra vita, la vostra casa, le vostre fabbriche!».
Gli appelli alla pace e alla fraternizzazione fra popolo e soldati si fecero più pressanti dopo i grandi scioperi che agitarono le fabbriche del Nord dal 17 al 20 agosto e che assunsero un carattere spiccatamente politico in virtù della richiesta di liberazione dei detenuti politici e degli operai arrestati, di allontanamento dalle fabbriche non solo dei fascisti ma anche delle truppe, di costituzione delle commissioni interne, mentre su tutto sovrastava la manifestazione di una chiara volontà contro la prosecuzione della guerra. L’«Avanti!» del 22 agosto tornava a denunciare l’assurdità (qualifica ricorrente nella stampa antifascista di quelle settimane) della continuazione della guerra, e recava in occhiello: «La pace, la pace subito, la pace ad ogni costo». Nello stesso giorno «l’Unità» incitava ancora una volta: «Soldati e popolo unitevi nella lotta per la pace!». Duccio Galimberti, già il 26 luglio a Cuneo e il 27 a Torino, lanciò alla folla l’appello alla guerra contro i tedeschi; e questa presa di posizione comparirà in modo esplicito nell’articolo Guerra e pace, sull’«Italia libera» dell’agosto. Nel convegno semiclandestino del Partito d’azione, svoltosi a Firenze fra il 2 e il 7 settembre, era stata prospettata soprattutto ad opera di Parri, nominato responsabile militare del partito per il Nord Italia, la necessità della lotta armata – volontari accanto all’esercito – contro la dominazione tedesca, preannunciata dal massiccio afflusso di forze in Italia dopo il 25 luglio.
È noto che i partiti della sinistra antifascista non si limitarono a lanciare appelli di questo tipo, ma trascinandosi dietro, quando possibile, gli altri partiti dei fronti e comitati in formazione, tentarono anche approcci con il governo, o direttamente con le autorità militari, allo scopo di predisporre le auspicabili mosse comuni in vista del momento, che chiaramente si avvicinava, della resa dei conti con i tedeschi. Di questi approcci il più noto è quello tentato da Luigi Longo con Badoglio, e formalizzato poi nel «promemoria» presentato il 30 agosto, a nome del Partito comunista, al comitato delle opposizioni.  Alla richiesta di pace si veniva con sempre maggiore insistenza abbinando, quale passaggio ineliminabile, quella di guerra ai tedeschi. Pace e cacciata dei tedeschi sono gli obiettivi additati da un manifestino comunista del 4 settembre, che invita a creare «formazioni di combattimento». Nel documento presentato al prefetto di Torino, durante gli scioperi di agosto, da parte dei rappresentanti del «fronte nazionale» si afferma che la massa «vuole la pace anche a costo della guerra contro il nazismo». Ormai in extremis, il 7 settembre, «l’Unità», in un titolo su tutta la prima pagina, scriveva, con impazienza e quasi con affanno: Popolo ed Esercito vogliono la pace. La pace si conquista con la cacciata dei tedeschi dal nostro territorio. L’articolo che seguiva, Ai soldati e agli ufficiali per la conquista e la difesa della pace, invitava l’esercito a prepararsi ai suoi nuovi, imminenti, compiti, individuando e isolando gli elementi fascisti pronti alla capitolazione. In altra parte del giornale si leggeva: «Cacciare i tedeschi è possibile. L’Italia deve osare».
Elementi dichiaratamente fascisti non mancavano certo nell’esercito; e il Partito comunista, nel denunciarli, compiva ancora un tentativo di recuperare gli altri, i buoni, la maggioranza. Ma il crollo di lì a poco seguito sarebbe stato troppo generale per essere imputabile solo alla deliberata volontà di pochi irriducibili fascisti.
Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella resistenza, Bollati Boringhieri, 1991

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