La figura dell’artista fortunato verrà modellata su Sturani

Mario Sturani, Autoritratto con la piuma di ghiandaia, 1928 (33, 8 x 25,8 cm – Olio e matita su carta rintelata), GAM Torino – Fonte: GAM cit. infra

Lo sguardo di un giovanissimo Mario Sturani fissa lo spettatore con piglio deciso, riflettendo le passioni e i vasti interessi culturali di un artista promettente quanto complesso. […] La poliedrica attività di Sturani comprese anche un forte interesse naturalistico ed entomologico, lo dimostrano molti testi illustrati con sue bellissime tavole. La passione per gli animali e la natura traspare già chiaramente nell”Autoritratto con piuma di ghiandaia”, eseguito nel 1928 circa e dedicato all’amico Celestino Durando, dove la piuma bianca e nera è “resa con attenzione mimetica nella sua immediatezza di reperto della collezione naturalistica dell’autore”. L’alternarsi dei due colori della piuma potrebbe rappresentare una metafora esibita di giorni scuri e luminosi, con un rimando alle coeve fatiche letterarie di Sturani intento a scrivere un romanzo autobiografico dal titolo Il bruno e l’azzurro. La scelta stilistica del non finito, già sperimentata in un altro autoritratto del 1927, e la grafica nervosità del tratto a matita danno risalto alle poche parti rilevate con colori a olio, soprattutto lo sguardo penetrante e il contrasto del bavero bianco sul blu intenso dell’abito, mentre lo sfondo è campito con una rapida pennellata di colore magro. Nei tratti angolosi del viso emerge il gusto vicino alla secessione viennese che Sturani aveva acquisito dal dalmata Ugo Zovetti, elemento significativo della vastità di apporti culturali meditati dall’artista torinese.
Dono di Luisa Monti Sturani alla Fondazione Guido ed Ettore De Fornaris, Torino, 1992
Francesca Grana, Mario Sturani, Autoritratto con la piuma di ghiandaia, GAM

Mario Sturani, La primavera (GAM Torino) – Fonte: GAM Torino

Mario Sturani nasce ad Ancona nel 1906.
Artista eclettico si dedica alla pittura, alla scultura, all’illustrazione, alla ceramica e disegna bambole, giocattoli e mobili.
Compiuti gli studi liceali a Torino, durante i quali espone nel 1923, con lo pseudonimo Ivan Benzina, alla I Mostra del Secondo Futurismo e partecipa alla Seconda Mostra d’Arte Nazionale di Foligno dove ottiene il secondo premio nella sezione “bianco e nero”.
Nel 1924 si trasferisce a Monza dove frequenta l’Istituto Superiore di Arti Decorative diplomandosi nel 1927.
Lo stesso anno apre uno studio a Torino ed inizia la sua collaborazione con la manifattura ceramica torinese “Lenci” per la quale realizza numerosi modelli, trentadue dei quali vengono esposti nel 1929 alla mostra alla Galleria Pesaro di Milano dedicata alla produzione della ditta.
Nel 1930 è presente alla Triennale di Arti Decorative di Monza.
Nel 1932, dopo un soggiorno di due anni a Parigi, dove entra in contatto con il gruppo artistico di Lionello Venturi, già rifugiato politico, rientra a Torino e dopo aver collaborato come illustratore con la casa editrice Frassinelli, riprende il suo rapporto con la “Lenci” per la quale rimarrà attivo, come direttore artistico, fino al 1964.
Le ceramiche della “Lenci” da lui decorate recano, accanto al marchio della manifattura, il simbolo grafico di un fiore e il monogramma delle sue iniziali.
Mario Sturani muore a Torino nel 1978.
Redazione, Mario Sturani, Archivio della Ceramica Italiana del ‘900

“L’antologia è un compendio di memorie e racconti di vita di politici e intellettuali che hanno vissuto e animato il movimento di opposizione al regime e la resistenza: tra gli altri, Salvemini e Nenni, Gramsci e Gioberti, Matteotti e Carlo Rosselli, Bocca e Pavese. È un libro di storia. Per le vicende che ricostruisce, ma anche per l’epoca in cui fu realizzato per la prima volta, nel 1950, dal Centro del libro popolare di Torino, di Norberto Bobbio. Rivolto ai giovani, e non solo, è uno strumento per non dimenticare un periodo fondamentale della nostra storia, per comprendere il coraggio, il lavoro e la sofferenza che hanno contribuito in maniera essenziale al conseguimento delle libertà di cui noi beneficiamo”: edizioni GruppoAbele cit. infra

 

La storia del Maglione rosso, il romanzo che Mario Sturani scrisse di getto nel 1948 ma è rimasto inedito sino ad oggi, anche se la sua esistenza era ben nota, è un romanzo essa stessa, in cui si incrociano vicende personali e collettive della prima metà del ‘900. Sturani veniva da una famiglia di origini serbe che si era distinta nella lotta contro gli Ottomani, poi passata a Dubrovnik e da lì ad Ancona, dove Mario era nato nel 1906, per trasferirsi poi definitivamente con la famiglia a Torino nel 1921. Al Ginnasio Cavour era diventato amico di Cesare Pavese, che l’aveva poi cooptato nel gruppo dazeglino degli allievi di Augusto Monti. Vi spiccavano Leone Ginzburg (detto «il barbuto lion dei monti Urali» per via delle origini russe o anche «Agenzia Tass», perché sapeva tutto), Mila, Bobbio, Argan, Pinelli.
[…] Accade che nel 1931 Sturani si stanca della routine, e tenta il gran colpo. Si trasferisce a Parigi, nella Mecca dell’arte, in cerca di gloria. Vuol vedere i grandi maestri, gli impressionisti. Le cose non andranno come desiderava. Accolto da un amico in una soffitta surriscaldata (ospita le caldaie), scopre che in città si aggirano almeno sessantamila pittori, il mercato è fermo, e nemmeno quei sempliciotti degli americani comperano più. La fame è una minaccia quotidiana. Bussa invano alla porta di galleristi, riviste di moda, agenzie pubblicitarie. Si rassegna ad eseguire maschere mortuarie, ad affrescare cappelle nei cimiteri, tenta una complicata statua equestre, sarebbe disposto a fare l’uomo-sandwich. Alla fine, quando sta per cedere, ottiene un impiego come valet de chambre di un vecchio e ricco armatore americano, circondato da una folta servitù intrigante e predatrice.
Non si scoraggia mai. Parigi gli piace tutta, anche la più degradata, come campionario di una umanità pittoresca, disegnata con divertita empatia. Fino a quando una grande mostra dedicata a Picasso affossa definitivamente le sue ambizioni. L’impressione che ne ricava è enorme: gli sembra il genio potente che ha saputo rappresentare il crollo della civiltà occidentale, ridotta a un cumulo di rovine. La sua opera è quasi un’autopsia: solo la grande arte può rivelare a se stessa questa novella Pompei dissepolta.
La consapevolezza dei propri limiti lo apre a una nuova visione del mondo, si accompagna alla maturazione di una coscienza politica, l’uscita dalla «zona grigia» degli ignavi che fanno finta di non vedere, cui concorrono in maniera sostanziale Leone Ginzburg, che arriva a Parigi per perfezionare la sua tesi su Maupassant e incontrare gli amici fuoriusciti, e un calzolaio antifascista. Quando torna a Torino, accetta di portare una lettera a un altro militante, il professor Carlo Ponti (alias Augusto Monti) per avvertirlo dei pericoli che corre. Arriva troppo tardi, lo hanno appena arrestato. Ma conosce la figlia: è una bella ragazza dagli occhi puliti, lo «sguardo dritto e triste di donna fatta». Sarà l’amore della sua vita. Anche indossare lo stesso maglione rosso con il quale era stato sorpreso anni prima in un bordello, sprovvisto di documenti, acquista un senso, diventa un segno identitario, il colore di una conversione.
Queste «le storie di Parigi» che Sturani ha raccontato tante volte agli amici e che si decide a mettere per iscritto nel 1948, appena travestito nei panni di Sergio Sivari. Pavese ha appena pubblicato Il compagno, storia della maturazione politica di un proletario, ma il modello è il rivoluzionario Céline anti-borghese del Viaggio al termine della notte e di Morte a credito. Credo che non gli sia estraneo nemmeno un romanzo minore di Salgari, La Bohème italiana, in cui si muove maldestramente un gruppo di pittori torinesi un po’ sfigati che scimmiottavano i più pittoreschi colleghi parigini.
Racconta svelto, in allegretto, giocando su un «parlato» credibile, magari con qualche ingenuità stilistica che gli si perdona volentieri. È convinto d’aver scritto un libro importante «per il popolo, per tutti»(l’accessibilità della letteratura ai non colti è uno dei temi dibattuti su l’Unità e ci si arrovella lo stesso Pavese).
Ma a Pavese il romanzo non piace, lo annota infastidito nel diario, glielo dice a voce, probabilmente a brutto muso. Più del testo in sé e del suo finale un po’ edificante, non sopporta la franca adesione alla vita dell’amico, la sua armonia coniugale, il suo aver combattuto nelle brigate Matteotti del Canavese mentre lui se ne stava rintanato in un collegio del Monferrato. A sua volta, Sturani lo accusa di essere un autore ermetico, difficile (pensa ai Dialoghi con Leucò). È una frattura dolorosa, una ferita profonda. Non tenta altre collocazioni: o la casa editrice dei suoi vecchi amici, o niente. Mette il romanzo in un cassetto e lo lascia lì. Adesso, settant’anni dopo, l’editore Aragno lo restituisce all’onor del mondo, guadagnandosi un’altra benemerenza. È ottimamente introdotto da Gino Ruozzi, che fornisce ogni possibile inquadramento, ed equipaggiato con le memorie del figlio Enrico, che ci danno conto di gustosi retroscena famigliari. Un maglione rosso che indossiamo volentieri anche noi.
Ernesto Ferrero, Se all’amico Pavese il romanzo non piace Sturani ci resta male ma lo lascia nel cassetto, La Stampa, tuttolibri, 24 aprile 2021

Luisa (Luisotta) Monti Sturani, nata a Chieri il 6 agosto 1911 e morta a Torino il 10 giugno 2002, è stata testimone attenta e sensibile della opposizione al regime fascista e al nazismo e della Resistenza. Figlia di Augusto Monti (docente di lingua italiana e latina e scrittore) e sposa di Mario Sturani (intellettuale torinese, commissario politico della IIIa Brigata Matteotti), Luisa è stata professoressa di lettere e ha scritto testi per la scuola media e volumi di ricostruzione degli anni della Resistenza.
Redazione, Luisa Sturani Monti, edizioni GruppoAbele

[…] Sono del giovane Pavese, inoltre, la competizione con l’amico pittore, che fa le veci di Mario Sturani, come ammetterà lo stesso scrittore, e così anche le ambizioni letterarie, il senso di nullità e l’“indolenza interiore” uniti al timore di non raggiungere l’ideale. Dalla biografia pavesiana sono riprese perfino la situazione familiare del giovane protagonista – la famiglia di questi come anche quella dello scrittore è composta oltre che da lui dalla madre e da una sorella – e il soggiorno estivo in collina, dove Pavese soleva passare le vacanze con la famiglia, in villeggiatura nel paese natale.
[…] La questione è affrontata più ampiamente in dallo scrittore nel taccuino APX I 9 (cc. 4-7), in cui abbozza un dialogo fra i due personaggi sostituendo ai due giovani protagonisti se stesso, nei panni dell’indeciso, e Mario Sturani, in quelli del pittore, le battute sottolineano il senso di frustrazione del giovane Pavese, che al cospetto del compagno sente di essere una nullità <83. L’ispirazione autobiografica è dichiarata in APX I 5 (c. 24r), in cui lo scrittore ammette che il personaggio del pittore sarà modellato sulla figura dell’amico Mario Sturani, volutamente contrapposta a quella del giovane indeciso, dietro al quale è facile intuire la persona dello stesso autore, per superiorità d’ingegno e d’ispirazione: “Nel dramma che sto meditando la figura dell’artista fortunato verrà modellata su Sturani. Intendo contrapporre la spontaneità e l’originalità della sua ispirazione e i trionfi del suo ingegno agli sforzi dolorosi e mal riusciti agli scoraggiamenti dell’altro, dell’artista che non è nato per l’arte, ma soltanto s’è immaginato d’esserlo, ha fantasticato una gloria sovrumana e fa ogni sforzo per giungervi”. <84
[…] Quello dell’antagonismo Pavese-Sturani sarà un tema fra i più ricorrenti all’interno degli scritti privati del giovane Pavese. A questo argomento sarà dato ampio spazio nel capitolo dedicato al carteggio fra i due giovani aspiranti artisti.
[…] Lo scambio epistolare intrattenuto da Pavese con l’amico pittore negli anni del liceo, dopo il trasferimento di Sturani a Monza, fornisce indicazioni molto chiare del rapporto che intercorreva fra i due: l’elezione da parte di Pavese della persona di Sturani quale giudice dei suoi primi scritti e guida nelle sue prime recensioni d’arte, ma, soprattutto, quale modello di artista destinato alla gloria, di cui calcare le orme per raggiungere il successo nell’arte, e competitore in questa scalata alla gloria.
Dalla competizione artistica con Sturani, elemento affatto trascurabile nella relazione fra i due, Pavese trae l’ispirazione per la costruzione dei personaggi del suo primo romanzo; essa rappresenta, inoltre, uno dei fattori più rilevanti della corrispondenza biunivoca Pavese-Sturani nel percorso dell’apprendistato poetico: in questo carteggio i due compongono versi, si consultano e si giudicano, entrambi animati da sentimenti di stima e di sfida reciproci.
[…] Pavese considera Sturani un esempio da emulare in quanto dotato di un ingegno superiore e forte, mostrando nei suoi confronti un’ammirazione entro cui mal si cela l’invidia per una maggiore vitalità intellettuale, non rinchiusa entro i limiti dell’assidua e disperata lettura dei classici, che spesso sembra apparire al Pavese studente sterile e infruttuosa, e dalla quale, a volte, crede di sentirsi condizionato al punto da non riuscire a formulare con pienezza pensieri partoriti dalla propria mente. Questo metodo di studio è sembra essere occasione di dibattito e di scontro fra i due giacché, come Pavese riporta all’interno del racconto di Lotte di giovani, Sturani lo accusa di essere troppo dipendente dalle letture coltivate con tanto fervore, tacciando tale mediazione culturale come amputatrice della freschezza e dell’originalità del pensiero pavesiano:
“– […] Leggendo non fai che riempirti di idee altrui. Senti: io avrò anche soltanto due o tre idee, ma so che sono mie, che le ho pensate io; tu ne avrai magari cinquanta, cento raffazzonate di qua e di là, e tutte insieme esse non ti danno certo il merito che mi dà una sola delle mie.
– Già, allora i libri non servono più a nulla. Perché scriverli?”
[…]
83 Sull’argomento si tornerà a parlare nel corso del capitolo nei paragrafi dedicati alla figura di Mario Sturani e al dialogo.
84 C. Pavese, Lotte di giovani e altri racconti, cit., p. 195-196.
Sandra Cavaliere, Gli scritti giovanili di Cesare Pavese, Tesi di laurea, Università degli Studi di Bologna, 2007

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