Irene Brin era una stakanovista

Irene Brin – Fonte: il manifesto

In realtà il suo vero nome era Maria Vittoria Rossi, figlia del famoso generale “sciascengo” Vincenzo Rossi e di una nobildonna austriaca, che l’avviò all’apprendimento delle lingue (ne parlava ben cinque), nonché dell’eleganza e delle buone maniere.
Era dell’11 e dopo gli studi ginnasiali Irene Brin continuò la formazione privatamente sotto l’egida della mamma genitrice “esuberante, ambiziosa e quanto mai invasiva”.
A soli vent’anni comincia a scrivere sul “Lavoro”, quotidiano di Genova, con lo pseudonimo “Mariù”, primo di una curiosa infinità di nomi d’arte. I suoi lavori vengono somma-mente apprezzati dall’esigente Giovanni Ansaldo e da un ammiratore d’eccezione, Luigi Pirandello che le invia beneauguranti affettuosi biglietti.
Nel ‘37 viene invitata a scrivere su “Omnibus”, il capofila di tutti i settimanali novecenteschi, su cui l’impone il demiurgo Leo Longanesi che le conferisce anche l’ennesimo pseudonimo: quell’Irene Brin che le rimarrà cucito addosso come un elegante vestito.
Il trasferimento a Roma la mette a contatto con il mondo capitolino ben lontano non solo da quello di Sasso, ma anche da quello genovese dei suoi studi e dei suoi esordi giornalistico-letterari. Ad una serata di gala all’Hotel Excelsior di Roma conosce Gaspero del Corso, aitante giovane ufficiale nato in Eritrea. Fu amore improvviso, sbocciato dopo un’appassionante discussione su Marcel Proust e sulla sua “Récherche”
I due scoprirono di coltivare una profonda passione per l’arte, per la lettura e per i viaggi; il loro fu un matrimonio per la vita.
Del Corso era un collezionista attento e intuitivo ed un viaggiatore intelligente. Insieme la giovane coppia viaggiò per il mondo ampliando conoscenze, allacciando rapporti, sviluppando nuovi interessi. Fu la nuova guerra a fermarli.
Appena finito il secondo conflitto mondiale i due coniugi misero a frutto la comune passione per l’arte e la cultura aprendo, in Via Sistina un piccolo locale all’interno del quale nacque la galleria “l’Obelisco di Gaspare e Maria del Corso” che in breve tempo divenne una delle più famose di Roma e d’Italia. Da questa galleria transitarono tutte le avanguardie degli anni cinquanta e sessanta, ma anche molti dei classici d’anteguerra: Afro, Capogrossi, Fontana, Burri, Pomodoro, Sironi, Morandi, De Chirico, Balla e Campigli. Per non parlare degli artisti stranieri che per la prima volta si affacciavano in Italia: Matta, Magritte, Kandinskj, Moore, Calder, Dalì e molti altri.
Irene però non smette di scrivere anzi, se possibile intensifica la sua attività “con uno stile asciutto, ironico, pungente, appena deliziosamente snob e profondamente laico che irritava il populismo marxista come il perbenismo democristiano”, come viene etichettata “la sua penna” dai critici di allora e da quelli che oggi riscoprono la scrittrice e la giornalista “sciascenga”.
Scriveva anche di moda, la sua altra grande passione. I suoi reportage sulle firme italiane dell’”haut couture” di allora, fanno tendenza sul grande giornalismo internazionale di settore. “Harper’s Bazar” pubblica sistematicamente i suoi articoli che concorrono a lanciare oltreoceano il “Made in Italy”.
Nel 1968, di ritorno col marito da Strasburgo, dov’erano andati per le consuete mostre d’arte, si sentì male. Decisero di fermarsi a Sasso per riposarsi, ma dopo una settimana Maria Vittoria morì […]
(a cura di) Giancarlo Pignatta, Irene Brin, chi era costei?, Paize Autu, Periodico dell’Associazione “U Risveiu Burdigotu”, Anno 5, novembre 2012

Alla fine del 1938, sulle pagine della rivista satirica Il Bertoldo, venne coniato un nuovo termine: la “brinata” era un articolo “di costume e società, scritto con arguzia, divertente, ironico e ricco di citazioni”. La parola nasceva come un diretto omaggio a Irene Brin, una delle giornaliste più famose dell’Italia del tempo: la donna che ha per tutti il merito di aver portato un nuovo tipo di giornalismo, leggero ma non superficiale, nel nostro Paese.
Nella sua carriera trentennale, Irene Brin, nata nel 1914, ha pubblicato migliaia di articoli. È stata una firma conosciutissima, in grado di collaborare in maniera continuativa con almeno dodici quotidiani diversi, senza contare i suoi numerosi contributi a varie riviste.
[…] Anticonformista, Irene Brin viaggiava, organizzava mostre, pianificava sfilate in giro all’estero così da valorizzare la moda made in Italy e presenziava nei salotti internazionali, osservando quel mondo di cui poi scriverà in uno dei suoi numerosissimi articoli. Il desiderio di evitare tutto ciò che era banale e scontato non abbandonò mai questa donna, che non caso cambiò diversi pseudonimi e fu un’amante dei travestimenti fin da quando era piccola. La vita e la carriera di Irene Brin erano una perenne ricerca di sé, attraverso varie identità. Proprio questo trasformismo, suggeriva l’amico Indro Montanelli, era la forza di Brin da quando ancora si firmava col primo soprannome avuto in famiglia, “Mariù”. Montanelli scriveva: “E con lo pseudonimo Mariù avrà inventato un nuovo modo di vedere (con l’occhialetto) le cose e di descriverle. Poi uno o una la copierà; poi la copieranno in cinque, in dieci, in venti. E allora essa, stufa anche di questa nuova formula, ne inventerà un’altra ancora (con relativo nome, e abiti, e faccia) lasciando invecchiare imitatori e imitatrici nei suoi abiti smessi”.
All’inizio la scelta di non firmarsi col nome di battesimo, Maria Vittoria Rossi, fu obbligata: il padre militare non avrebbe apprezzato di trovare il nome della figlia di un generale in coda a un frivolo articolo di giornale. In realtà di frivolo il lavoro di Brin aveva ben poco e lo si capiva già da quali pseudonimi scelse negli anni successivi: nel 1933, i suoi pezzi uscivano a nome Oriane, un chiaro omaggio alla duchessa protagonista del terzo libro de la Récherche di Proust. La stessa famiglia che le impediva di firmarsi col suo nome di battesimo era però anche la responsabile di una cultura tanto vasta già in giovanissima età. La madre, Maria Pia Luzzatto, ebrea e nata a Vienna, era elegante e moderna: poliglotta, leggeva molto ed era una donna libera e ambiziosa. A un certo punto, decise di far abbandonare la scuola alla figlia per diventare lei stessa la sua precettrice, e l’esperimento riuscì alla grande, se si pensa che a vent’anni Maria Vittoria Rossi era già capace di esprimersi in cinque lingue ed era una lettrice voracissima, con una media di un libro al giorno.
Ad accorgersi per primo delle potenzialità della ragazza fu un grande giornalista come Giovanni Ansaldo che, nel 1932, quando la ragazza era appena diciottenne, le fece scrivere il primo articolo per Il Lavoro: un pezzo piuttosto semplice, su quanto fosse triste quel momento dell’anno in cui gli stabilimenti balneari chiudevano gli ombrelloni per l’ultima volta, perché la stagione era ormai finita. Fu l’inizio di una carriera di successo che si protrasse fino alla sua prematura morte nel 1969. Per un periodo Brin tenne una rubrica di posta, in cui rispondeva ai lettori spacciandosi per la fantomatica “Contessa Clara”. Molto spesso i lettori più giovani le scrivevano per sapere come fare per diventare giornalisti e seguire le sue orme. In un caso, Irene Brin diede come consiglio quello di provare a replicare la sua strada, raccontando di fatto il suo percorso ai lettori: “Per il quindicenne ignaro, ostacolato dai parenti, la soluzione migliore sarebbe viaggiare con pochi denari, certo, ma con grande libertà e grandissimo slancio, imparando le lingue, accettando qualsiasi lavoro, formandosi una cultura disordinata ma vasta, accumulando impressioni che assai più tardi troveranno una loro consistenza. Non resta quindi che rifarsi agli Chiens Ecrasé. Chi sono i Cani Schiacciati? Sono gli argomenti logori e insignificanti di cui i giornalisti arrivati non vorrebbero neppure sentir parlare e, difatti, toccano ai praticanti. Lo studente liceale che contrastato dai genitori si destina al giornalismo, rinunci quindi alle vacanze estive e si presenti nella redazione del maggior quotidiano cittadino. Ponga la sua candidatura gratuita di praticante e cominci con l’andare a prendere, se occorre, le sigarette del redattore sportivo.”
Spesso la giornalista, di solito piuttosto restia a parlare di sé in prima persona, scriveva degli altri per raccontarsi. A volte inventava dei veri e propri alter-ego non dichiarati, come la miopissima e timidissima Giorgiana, che altri non era che lei stessa. La timidezza di Irene Brin venne spesso scambiata per snobismo e la cosa la fece soffrire molto, poiché in realtà aveva la modestia di definirsi “una provinciale rovinata dalla provincia” anche se era una donna che girava il mondo e parlava cinque lingue. Brin era l’antitesi dei nuovi ricchi e degli intellettuali che raccontava con sarcasmo, così pieni di sé e impegnati nel vantarsi. Quella che l’editore Leo Longanesi definì una “fustigatrice di costumi” ce l’aveva in particolare con la borghesia prodotta dal Ventennio, finta, stupida e superba: “Ognuno parla per sé recitando la propria parte in commedia: la principessa Napoleone, donna Bella, lo studioso di Omero, il professor Bartoli con il suo ‘nome che parla da sé’, il poeta dialettale e il pianista che dopo aver eseguito un pezzo di Berlioz si gira per l’applauso verso una sala che trova vuota e dice: ‘Qui Berlioz mostra veramente il suo genio speculativo e triangolare’.”
Come fa notare Carla Fusani nel suo libro Il tuo nome sarà Irene, “Brin lascia emergere l’attenzione per la differenza tra classi sociali e la sua netta antipatia per tutto ciò che è artefatto, atteggiamento, apparenza. Non è il concetto di classe borghese che lei critica e mette alla berlina bensì contrappone il “cattivo” borghese a quello “buono” che è operoso, giusto, semplice, educato, colto, raffinato ed essenziale.” La giornalista frequentava i locali e i ritrovi mondani per smascherare l’ipocrisia di un Paese che stava attraversando il periodo fascista e non ne comprende ancora l’orrore. A indispettirla era soprattutto il modello di donna che questa società stava promuovendo: superficiale, dipendente dall’uomo e incapace di crearsi una propria identità. Irene fotografava la pochezza di quelle donne che decidevano di aderire a questo standard, descrivendo le clienti di un locale in come La Capannina di Forte dei Marmi, recatesi lì unicamente per cercare marito: “Erano innumerevoli, anche se profondamente diverse, ma s’intravvedeva il piano comune a tutte, i discorsi della madre, i sacrifici familiari, la speranza del matrimonione”.
L’Italia di quegli anni aveva già iniziato a essere affascinata da quella cultura dell’apparenza che sfocerà, decenni dopo, nel consumismo. Le ragazze intervistate da Irene Brin confessavano candidamente che avrebbero potuto “vivere senza mangiare ma non senza grammofono” mentre la radio, ormai alla portata di tutti “significò ben presto l’abolizione dell’assoluta solitudine e dell’assoluta socievolezza” per cui alla fine “eravamo contenti di sentirci così moderni e così tristi”. Oggi, quando viene ricordata, Irene Brin viene spesso etichettata come “giornalista di moda”, ma anche di questo argomento si occupava a modo suo: non descriveva mai l’abito o l’accessorio in sé per sé, mai lo sganciava dal racconto del mondo in cui era stato creato e veniva indossato. La moda per lei era un modo per parlare dell’estro umano, di abitudini di vita e contaminazioni: i suoi articoli si arricchivano di metafore e citazioni perché la moda, senza il mondo fuori a fare da sfondo, era inutile.
Irene Brin era una stakanovista, lavorava moltissimo, ma senza vantarsi della sua abnegazione con gli altri. Forse proprio il suo impegnarsi in tante cose diverse è il motivo per cui dopo la morte è stata ampiamente sottovalutata. Come sosteneva l’amica Lietta Tornabuoni: “Faceva troppe cose, tutte bene, ma proprio per questo non era amata dagli intellettuali che la tacciavano di superficialità”. Se Irene Brin non viene ricordata come dovrebbe è anche perché, da un certo punto in poi, si è iniziato a considerare il giornalismo di costume un affare di serie B. Brin paga il fatto di non aver mai avuto né la preparazione né la voglia di occuparsi direttamente di politica o di battaglie sociali: scriveva di povertà, ingiustizie e disgrazie, ma sempre in modo sentimentale, senza la rabbia di chi ne fa battaglia politica e sociale. Non credeva negli ideali, negli slogan e in certe derive propagandistiche. Come ricorda Carla Fusani, il suo obiettivo era che qualunque cosa scrivesse, pensasse o sentisse, fosse “divertente, leggibile, godibile ed esercitasse fascino”.
Oggi dobbiamo ringraziare Irene Brin per averci raccontato una parte fondamentale della storia d’Italia da una prospettiva unica e diversa: pur stando sempre lontana dalla narrazione dei “grandi fatti”, Brin ci ha restituito il nostro Paese attraverso il quotidiano di chi lo abita, mostrando vizi e virtù di un popolo che, forse, non è cambiato mai davvero fino in fondo.
Manuel Santangelo, Come Irene Brin ci ha dimostrato che non esiste una cultura di serie A e una di serie B, youmanist, 21 aprile 2020

Sempre à la page, negli anni della mitica Galleria L’Obelisco di via Sistina diretta dal ’46 ai sessanta con il marito Gaspero del Corso, si dedica soprattutto all’arte e alla moda, senza trascurare con lo pseudonimo di Contessa Clara Radjanny von Skewitch – Alberto Sordi con il Conte Claro ne fece la parodia radiofonica e Franca Valeri la riprese in «Piccola posta» con la sua Baronessa Eva Bolavsky – la corrispondenza con i lettori della «Settimana Incom Illustrata». Anche Irene Brin è uno pseudonimo, quello felicissimo e fortunato, che Leo Longanesi aveva inventato per Maria Vittoria Rossi all’epoca di «Omnibus». Sospesa tra il gusto sofisticato di «Harper’s Bazaar» e il manuale di buone maniere del cosmopolitismo mondano, la sua scrittura si è esercitata a lungo su usi e costumi del salotto italiano tra le due guerre, diventando non solo l’inimitabile storiografa del tempo perduto nazionale ma anche, Arbasino dixit, la piccola maestra del nostro miglior giornalismo femminile. Il grande gruppo di articoli apparsi sui settimanali «Ecco Settebello», «Cine Illustrato», «Film» tra fine anni trenta e inizio quaranta, raccolti qui per la prima volta, ripropone lo sguardo disincantato di un critico-spettatore che i film ama vederli in sala con il pubblico.
Sullo sfondo dell’America amarissima di «Ventesimo secolo» di Howard Hawks, delle sgraziate «Ragazze in pericolo» di George W. Pabst, delle sauces printemps di «Primo bacio» del vecchio cuoco Harry Koster, degli stanchi avanguardismi di «La cittadella del silenzio» di Marcel L’Herbier, del fatale «Redenzione» di Léonide Moguy, dello struggente «La voce della tempesta» di William Wyler, viene in primo piano la produzione italiana del periodo. Da «La corona di ferro» di Alessandro Blasetti («Conferma il senso, nella nostra cinematografia inconsueto, di una libera immaginazione, di un abbandono aereo e maestoso. Sì, le fiabe si sono date convegno, alternandosi con le solenni saghe, e se troviamo i Nibelunghi, non mancano i Grimm o Perault») a «I promessi sposi» di Mario Camerini («L’intelligenza del regista ha reso ammirevolmente un romanzo così popolare ed amato che il maggior pericolo veniva appunto dalla sua stessa gloria, dall’avidità familiare per cui gli spettatori di scena in scena attendono prove di fedeltà altrui ad immagini proprie»), da «Teresa Venerdì» di Vittorio De Sica («Qui ritroviamo una grazia trepida e perfettamente sincera, di giovinezza. Ancora uno sforzo, e il regista poteva raggiungere l’atmosfera di poesia misteriosa, aspra e dolente, che davvero è l’aureola delle giovanissime») a «Alfa Tau» di Francesco De Robertis («Si tratta di un film senza trucco. Solo un’intelligenza amichevole e durissima può aver sorretto il comandante nell’imporre a ciascuno di ripetersi, di continuare, senza note forzate, senza sospetto, neppure lontano di esibizionismo»), da «Piccolo mondo antico» di Mario Soldati («Dunque un vero regista, se il film sostiene benissimo, oltre a tutte le altre, anche la Prova-delle-lacrime») a «La bella addormentata» di Luigi Chiarini («Qui nella composizione ardente ed amara dei palazzotti, delle casupole, dell’osteria, dei fichi d’India, dei balconi chiusi, degli arcangeli marmorei, qualcosa è stato raggiunto, e forse per la prima volta, nel nostro cinema le pietre hanno saputo parlare»), da «È caduta una donna» di Alfredo Guarini («Ci si sente una città, non è piccola lode quando si pensa che la città è Milano, tanto complessa, ricca e cordialmente difficile a raggiungere») a «Luci nelle tenebre» di Mario Mattoli («Ci si ritrovano tutti gli elementi capaci di commuovere la folla, e per commozione s’intende non solo l’appello alle lacrime, ma anche infiniti altri accorgimenti, e cominciamo dagli sfondi ai romani familiarissimi, e noti anche ai provinciali»).
Ma sono incontri con le dive Marlene Dietrich, Hedy Lamarr, Carole Lombard, Deanna Durbin, Zarah Leander, Danielle Darrieux, Alida Valli, Luisa Ferida, Isa Miranda, che meglio suggeriscono il suo atteggiamento tra complicità e distacco nei confronti del cinema. Se è abile nel cogliere le convenzioni delle storie che si svolgono sullo schermo, come i tic degli attori e delle attrici, si diverte di più a guardare in platea per fotografare con poche battute definitive gli umori del pubblico. Anzi, dei vari tipi di pubblico – l’altoborghese delle anteprime, il commercialborghese delle sale romane del centro, il superpopolare delle periferie – che distingue con acutissimo puntiglio antropologico (pp. 274, euro 24,00).
Orio Caldiron, Irene Brin, tra complicità e distacco. Il libro. «Piccoli sogni di vestiti e d’amore», Archinto, il manifesto, 9 maggio 2020

Ci sono personaggi storici ai quali lo scorrere del tempo non rende giustizia e rischiano un immeritato oblio. È successo per secoli soprattutto alle donne, bistrattate dalla Storia anche quando hanno avuto sui loro tempi innegabili influenze. Una sorte che, secondo Claudia Fusani, non merita Irene Brin, per questo la giornalista ha scritto “Il tuo nome sarà Irene, il romanzo della vita di Irene Brin” che ha vinto il primo premio della Casa internazionale delle donne per la sezione saggistica.
[…] Claudia Fusani, dopo vent’anni a La Repubblica e nove a L’Unità, da quattro collabora con Tiscali News. Siamo abituati a vederla spesso fra gli ospiti dei programmi di approfondimento politico in qualità di giornalista parlamentare per commentare i fatti del giorno o della settimana. La sua passione per Irene Brin è nata all’università: “La sua biografia è diventata oggetto della mia tesi di laurea in letteratura”, racconta. Ma evidentemente il personaggio era talmente affascinante da meritare un libro intero.
Icona dimenticata
A 50 anni dalla sua morte è giusto ricordare questa donna che fu giornalista, scrittrice, opinionista, commerciante, intellettuale, editor e gallerista. Una vera icona del suo tempo divenuta un modello di emancipazione femminile ma anche ambasciatrice del made in Italy nel mondo. “Tutte noi giornaliste in qualche modo siamo figlie sue. Eppure è stata dimenticata: tutti hanno rubato da lei e dalla sua scrittura straordinaria ma nessuno le ha reso merito. Con il suo genio ha inventato un genere letterario, quello del giornalismo di costume che era per lei l’unico modo per fare giornalismo. Ma lo fece con un estro che ha ispirato innumerevoli imitazioni. Indimenticabili i suoi reportage di guerra dal fronte dei Balcani che dovette scrivere sotto pseudonimo. E se noi giornaliste oggi possiamo firmare con il nostro nome, lo dobbiamo anche a lei”. […]
C. Mura, Il libro di Claudia Fusani sulla vita di Irene Brin vince il “Premio Casa delle donne”, milleunadonna, 11 novembre 2019

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