La Decima Mas è la prima unità che abbia trattato con i tedeschi stringendo con essi un “patto di alleanza” ben preciso

All’alba del 9 settembre 1943 Junio Valerio Borghese affida a von Martinez una lettera da consegnare al Generale Friedrich-Wilhelm Hauck, Comandante della 305a Divisione di fanteria di stanza a La Spezia: «“Questo è il Comando dei Mezzi d’Assalto della Marina Militare Italiana. Il Comandante della Flottiglia dà la sua parola d’onore di soldato che non prenderà le armi contro i tedeschi e chiede l’onore di poter conservare il suo comando e le sue armi fino a quando sia stato raggiunto un accordo con le Autorità Tedesche”» (Sergio Nesi, Junio Valerio Borghese un Principe un Comandante un Italiano, Editrice Lo Scarabeo, Bologna 2004, pp. 212-213).
Scrive Sergio Nesi a ricordo del giorno 9 settembre: «Come se non fosse successo nulla, il trombettiere suonò l’adunata per l’alzabandiera. Gli ufficiali, i sottufficiali e i marinai si schierarono su di un lato del piazzale; l’ufficiale di picchetto per quel giorno, il guardiamarina Kalby (un sardo del reparto “gamma”) avanzò con il picchetto d’onore tenendo tra le braccia la Bandiera, ma avendo nella mano destra un paio di forbici. Si fermò davanti al pennone (che si scorge ancora dalla strada), spiegò il telo a metà e, senza profferire parola, tagliò dal bianco centrale lo stemma di Casa Savoia. La X Flottiglia M.A.S. aveva troncato i ponti con la Monarchia alle ore 08.15 del 9 settembre 1943» (Ibidem, p. 214).
Successivamente: «Il 12 settembre (quindici giorni prima che nascesse lo “Stato Nazionale Repubblicano”, prima denominazione della Repubblica Sociale Italiana) avvenne un fatto nuovo, una sterzata decisiva, imprevista e imprevedibile nella storia della ‘Decima’ di quei giorni. Era giunto a La Spezia per prendere il comando della Marina tedesca anche in quella base navale il capitano di vascello Max Berninghaus. Questi aveva assunto l’incarico di Kapitän zur See e Seekommandant Italien Riviera, ponendo il suo comando a Genova-Nervi e La Spezia era di sua precisa competenza. Era quindi la massima autorità della Kriegsmarine in Liguria e il suo superiore diretto era il Konteradmiral Meendsen-Bohlken. Il fatto che, appena arrivato, abbia voluto prendere immediati contatti con il Comandante della X Flottiglia M.A.S., lascia intendere che aveva avuto ordini precisi per farlo e tutto lascia supporre che quegli ordini glieli avesse impartiti o il governo tedesco o il Grossadmiral Dönitz in persona, con ampia delega» (Ibidem, p. 222).
La guerra continua accanto alla Germania.
Junio Valerio Borghese dichiara che la collaborazione con le Forze Armate della Germania sarebbe avvenuta a precise condizioni, secondo un preciso trattato.
Il 14 settembre 1943 a La Spezia il Comandante Junio Valerio Borghese e il Tenente di Vascello Max Berninghaus, il quale rappresenta la Kriegsmarine (Marina Militare tedesca), firmano l’accordo in cui si riconosce che la Xa Flottiglia M.A.S. combatterà al fianco delle Forze Armate tedesche e da esse dipenderà il suo impiego operativo.
Scrive il Comandante Borghese nel suo memoriale redatto subito dopo il termine della guerra: «Tale accordo è di capitale importanza, in quanto chiarisce e delimita perfettamente le funzioni della Xa nel quadro generale: gli accordi rimasero in vigore per 20 mesi – e non furono modificati neppure quando – sorto il governo della repubblica – questa concordava con i germanici altri accordi riguardanti lo statuto delle FF. AA. italiane. In base all’accordo, la Xa Flottiglia MAS – veniva riconosciuta da tutte le autorità germaniche:
Quale unità complessa militare navale italiana – con completa autonomia nel campo logistico, organico, della giustizia e disciplina, amministrativo.
Alleata delle FF. AA. germaniche, e quindi con parità di diritti e doveri.
Batte bandiere[a] da guerra italiana.
È riconosciuto a chi ne fa parte il diritto all’uso di ogni arma.
Il Comandante Borghese ne è il capo riconosciuto – con i diritti ed i doveri inerenti a tale incarico.
Con tale accordo ha nascita ufficialmente la Xa Flottiglia MAS post-armistizio» (Junio Valerio Borghese, La Xa Flottiglia MAS, Effepi, Genova 2016, pp. 18-19).
Gianluca Padovan, Decima Flottiglia MAS: propaganda per la riscossa (IX parte), Storia – Ereticamente, 12 aprile 2018

La X Mas, (anche nota come Xª o 10ª Flottiglia Mas, Decima Mas, X Mas, la ‘Decima’), esisteva prima dell’8 settembre 1943, ed era, allora, un’unità speciale della Regia Marina italiana, nata nel 1939 come 1ª Flottiglia M.A.S. Essa non sempre aveva agito con esiti positivi, tanto che, inizialmente, le sue azioni non furono coronate da successo e comportarono molte perdite tra gli equipaggi, come nel caso del fallito attacco a Malta del 1941. Ma poi, grazie anche al perfezionamento dei mezzi tecnici e di supporto, essa ottenne la buona riuscita di alcune sue imprese, come quella della Baia di Suda (25-26 marzo 1941) o quella di Alessandria d’Egitto. (https://it.wikipedia.org/wiki/XªFlottiglia_MAS(Repubblica_Sociale_Italiana). 28 dicembre 2017).
[…] Poi giunse l’8 settembre 1943, quando Borghese comandava gruppi della Decima sparsi dal nord al sud Italia, ed uno locato pure ad in Spagna, ad Algerisas, di fronte a Gibilterra. Colto dagli eventi, il Principe decideva «di restare con le armi al piede e di non accettare la resa agli Alleati» (Ricciotti Lazzero, op. cit., p. 15), mentre il Comandante in Capo delle Forze Navali da Battaglia, Carlo Bergamini accettava di obbedire, per fedeltà al Re e per il bene della Patria, alle clausole poste dall’Armistizio, e moriva in mare con la sua nave ammiraglia, colpita a morte, dopo accanita difesa, dagli aerei nazisti. (http://www.marina.difesa.it/storiacultura/storia/medaglie/Pagine/CarloBergamini.aspx).
Non così il Principe Junio Valerio Borghese che accettava di offrirsi, con la Flottiglia che comandava, ai tedeschi, prima ancora che nascesse l’R.S.I.. Infatti il 14 settembre 1943, si presentava a lui l’ufficiale nazista Max Berninghaus, capitano di fregata e «nazista duro e deciso», (Ricciotti Lazzero, op. cit., p.17) ed il Principe accettava di sottoscrivere un patto di Alleanza tra la X Mas ed il Terzo Reich, che stabiliva che la X Mas, con «capo riconosciuto» il comandante Borghese, era «alleata delle FF.AA. germaniche, con parità di diritti e doveri», pur mantenendo autonomia logistica, organizzativa, disciplinare ed amministrativa, nonché l’uso della bandiera italiana. (Ivi, p. 18). L’ accordo diventava esecutivo subito, mettendo la ‘Decima’ a disposizione dell’SS – Obergruppenführer und General der Waffen SS Karl Wolff, insediatosi il 9 settembre nel veronese con la carica di Höchster SS- und polizeiführer in Italien, che di fatto ne poteva stabilire l’utilizzo. (Ibid.).
Borghese – racconta il generale Wolff – «con le sue unità fu messo ai miei ordini per la lotta antipartigiana, così come per il mantenimento della pace, dell’ordine e della sicurezza alle spalle delle zone occupate dall’esercito tedesco in Italia […]». (Ivi, p. 19).
«La posizione della Decima Mas è chiara – scrive a questo punto Ricciotti Lazzero – È la prima unità che abbia trattato con i tedeschi stringendo con essi un “patto di alleanza” ben preciso», prima ancora che qualcuno tra i gerarchi si sia mosso. (Ivi, p. 19). E vi è solo un altro caso simile, riportato da documentazione tedesca, di unità militare italiana alle dipendenze dirette di Karl Wolff ma con una certa autonomia: quello del btg. ‘Goffredo Mameli’, del Reggimento ‘Luciano Mannara’, costituitosi a Verona con volontari, e guidato dall’ufficiale della milizia Vittorio Facchini. (Ibid).
Ma cosa significava ‘operare in autonomia’ per l’Obergruppenführer Wolff? Significava, per esempio che la Xa Mas, per quanto riguardava l’impiego bellico e le operazioni di sicurezza, era alle sue personali dipendenze; da lui riceveva gli ordini di impiego, ed a lui doveva rendicontare del risultato delle azioni militari intraprese. Borghese aveva la facoltà di dare ordini all’interno dell’ambito deciso di servizio, ma per le azioni principali e più importanti doveva avere l’approvazione di Wolff. (Ivi, p. 20).
I tedeschi vedono nella ‘Decima’, corpo autonomo italiano schierato con loro, un modo per indebolire la possibilità, per l’R.S.I., di richiedere la costruzione di un esercito ed una marina autonomi, (Ivi, p. 21) mentre il primo incontro fra Benito Mussolini, circondato ormai dalle SS, e il principe Borghese, il 5 ottobre 1943, non sortisce alcun risultato di rilievo. (Ivi, pp. 22-23).
«Borghese, che ha patteggiato con i tedeschi da solo, senza badare ai fascisti, anzi in barba a loro, è deciso a proseguire per la sua strada indipendente, il duce guarda a quell’unità che nasce con il beneplacito tedesco come a un ostacolo […]». (Ivi, p. 23). Ed anche successivamente «Rapporti formali tra Decima Mas – RSI, qualche entusiasmo da parte di qualcuno, ma niente di più. (…). La Decima è […] un corpo a sé, molto tenuto d’occhio e sorvegliato, che fa concorrenza al nuovo esercito in gestazione». (Ibid). […]
Alla X Mas viveri e più che il necessario non mancano mai … ed anche i Repubblicani si allarmano.
Pare proprio che alla X Mas non mancassero cibo ed armi. Ma come li aveva recuperati? Leggiamo nel merito sempre Ricciotti Lazzero, ricordando, pure che, dopo l’8 settembre varie caserme risultavano abbandonate od in mano agli occupanti.
Quello che notano molti è il parco macchine di Borghese, (Ricciotti Lazzero, op. cit. p. 49) e quei giovani ufficiali sempre pieni di soldi. (Ivi, p. 56). La Mas One del Principe è una Lancia Astura mimetizzata, carrozzeria ‘ Touring’, requisita al ‘ Garage Europa’ di Firenze, ma non è l’unica auto a sua disposizione. Infatti il Comandante Borghese ne ha cinque, ed ha un autista anche se quasi sempre guida lui. In compenso l’autista si preoccupa del fatto che non manchi mai la benzina, o prelevandola dai chioschi autorizzati, in cambio di un buono del Comandante, o alla borsa nera, o al Comando di tappa di Milano, o al garage di via Morosini, sempre nella città lombarda. Chi procura carburante presso i pozzi di petrolio di Raglio di Rivergaro, in provincia di Piacenza, è Daniele Rigoni. Ma non manca neppure la ‘Avio’, benzina fornita dai tedeschi, di colore violetto. (Ivi, pp. 125-126).
E «anche per i viveri e le uniformi e tutto quanto occorre all’inquadramento di migliaia di uomini, la Decima provvede in modo autonomo, come previsto dal patto di accordo con i tedeschi, con intendenze che per lungo periodo lavorano a livello di battaglione. Esse si servono dei corredi della GIL, prendono scarpe e scarponi Vibran al Calzaturificio Brixia di Brescia riempiendone autocarri, prendono armi agli stabilimenti Berretta di Val Trompia, prendono a Bergamo coperte, nel Bresciano pentolame e calze lunghe di cotone. «È un modo di agire che sfiora la rapina, ma comprensibile, in concorrenza con i tedeschi che spogliano caserme, magazzini, depositi, stabilimenti». (Ricciotti Lazzero, pp. 49 – 51. Citazione pp. 51-52). Ma se un partigiano prendeva una mela da un albero per mangiare, probabilmente ora si direbbe che era un ladro.
I generi alimentari provengono da contrabbandieri comaschi che trafficano con la Svizzera, e vengono distribuiti grazie ad una fitta rete di collegamenti. Il ‘commercio’ con la Svizzera pare non trovi ostacoli e implica il lavoro di molte persone: si parla di 150 addetti. E «gli Svizzeri non arricciano il naso su certe cose, e commerciano con chiunque procuri loro buoni affari». (Ivi, pp. 52-53). Ma quando la Decima vorrà passare i confini elvetici per inseguire dei partigiani, essi gireranno le armi contro di lei. (Ivi, p. 120).
Quello che colpiva particolarmente, però, era l’afflusso di denaro nelle casse della X Mas. Certamente le iniziative per raccogliere fondi non le mancavano, e sapeva far ricorso all’inventiva ed all’astuzia, sorretta da un ufficio propaganda di spessore. (Ivi, p. 57). Ma l’Hauptmann Kurt Hubert Franz riteneva che l’alta paga data ad ufficiali e soldati potesse favorire la diserzione dalle truppe repubblicane, (Ivi, p. 59) e gli appartenenti alla Decima, come si legge in un appunto al Duce di Mario Bassi, prefetto di Varese, continuavano comunque «azioni illegali […]. Furti, rapine, provocazioni gravi, fermi, perquisizioni, contegni scorretti in pubblico rappresentano quasi la caratteristica speciale di questi militari. (…). La cittadinanza, oltre ad essere allarmata per queste continue vessazioni, si domanda come costoro, che dovrebbero essere sottoposti ad una rigida disciplina militare, possano agire impunemente, e senza alcuna possibilità di punizione, in quanto, come è noto, nessun accertamento diretto è possibile presso il comando, il quale, col comodo pretesto che si tratta di delinquenti comuni travestiti da appartenenti alla Xa Mas, rifiuta di fornire qualsiasi notizia atta all’identificazione dei responsabili. Il pubblico non sa spiegarsi perché costoro, che sono giovani ed aitanti, non siano inviati in zona di operazione […]». (Ivi, p. 58).
Inoltre la Decima giocava sul fatto di dipendere direttamente dalle SS Obergruppenführer Wolff, di appartenere alle unità speciali dette Sondeverbände e di risultare in ruolo ai tedeschi (Ivi, pp. 57-58), anche se vi è chi, invece, afferma che amministrativamente dipendeva dall’R.S.I. (https://it.wikipedia.org/wiki/X%C2%AA_Flottiglia_MAS_(Repubblica_Sociale_Italiana).
E la ‘Decima’ era abile a promuovere collette presso commercianti, industriali ed affini, e quando qualcuno gli mandava solo spiccioli, avvertiva l’interessato che probabilmente nella spedizione delle banconote vi era stato un errore, e quindi di provvedere a sanare il disguido. E si giunse al punto che Graziani invitò il Sottosegretario di Stato alla Marina ad intervenire sulla ‘Decima’ i cui ufficiali e sottoufficiali giravano pieni di soldi «in ambienti milanesi e fiorentini», utilizzandoli per scopi privati e muovendosi su «vistose autovetture di lusso», mentre il modo di amministrare dei militari della X Mas appariva, secondo il prefetto della Provincia di Milano, «non confacente all’ordine, allo scrupolo, al senso di responsabilità». (Ivi, pp. 57-58). Ma nessuno pare potesse far nulla.
Su cosa fece realmente la Xa Mas, impiegata in attività antipartigiane a terra.
L’elenco di quanto fece la Decima Mas in Liguria, in Piemonte, in Veneto, in Toscana, è lungo, ed i metodi che utilizzò quasi illeggibili: essi sono intrisi di violenza e morte. E per meglio sottolinearne gli intenti, persino il Reggimento San Marco tolse al leone di San Marco, il vangelo aperto con la scritta: “Pax tibi Marce, evangelista meus” sostituendolo con un Vangelo chiuso, con una croce, e sotto una scritta: “Iterum rudit leo”: “Il leone ruggisce di nuovo”. (Ivi, p. 35).
Già nel dicembre 1943 ‘decimini’, (come vennero chiamati quelli della X Mas), iniziano ad esser impiegati in azioni antipartigiane, ed il 16 gennaio 1944 effettuano, assieme ai tedeschi ed a guardie repubblicane, il primo rastrellamento in provincia di La Spezia, nella zona di Sarzana, Santo Stefano Magra, Fosdinovo e Pallerone. (Ivi, p. 80).
Il 13 marzo militari della Decima e tedeschi rastrellano trenta uomini a Pontremoli, ed uccidono due giovani potatori di viti a Vignola di Pontremoli solo perché si erano avvicinati a loro, mentre in zona vengono raggiunti, nell’atto di consumare un frugale pasto ed a causa di una soffiata, 13 partigiani. Due di loro vengono uccisi subito, uno viene ferito ad una gamba e fatto camminare per poi freddarlo, gli altri sono catturati e fucilati a Valmozzola, tranne uno. «La Xa non lascia invendicati i suoi caduti» – si legge su di un manifesto affisso in loco a fine marzo. (Ivi, pp. 81-82).
Nell’aprile 1944, un gruppo partigiano disarma il posto di blocco di Cerreto, impedisce la consegna del bestiame all’ammasso ed effettua alcuni attacchi improvvisi, ove restano uccisi due militi. La risposta di Kesserling si fa subito sentire: «Ogni villaggio in cui sia provata la presenza di partigiani o nel quale siano avvenuti attacchi contro soldati tedeschi o italiani, o nel quale siano avvenuti tentativi di sabotaggio a depositi di guerra, sia raso al suolo. Inoltre siano fucilati tutti gli abitanti maschi del villaggio, di età superiore ai 18 anni. Le donne ed i bambini siano internati nei campi di lavoro». Inizia così il rastrellamento dell’Alta Lunigiana. (Ivi, p. 83).
In questo caso l’azione di rappresaglia contro la popolazione civile è condotta dalla Xa Mas, da soldati della Guardia Nazionale Repubblicana, da camicie nere e tedeschi. I partigiani riescono a sgusciar via, ma per 4 giorni i militi, divisi in tre colonne, rastrellano la zona che va dalla valle del Rosaro, a quella alta dell’Aulella, da Sassalbo a Giuncugnano, dal Cerreto a passo dei Carpinelli. Risultato? Un centinaio di case bruciate, di cui 70 su 72 a Mommio, ventidue fra contadini e pastori uccisi, migliaia di capi di bestiame massacrati o razziati. (Ivi, p. 83).
Il 15 aprile 1944, un reparto del btg. Lupo, del Reggimento San Marco, percorre le strade di La Spezia facendo il saluto romano, e picchiando i cittadini che non rispondono loro allo stesso modo. (Ivi, p. 79).
Quindi, il 13 giugno 1944, la strage di Forno, un piccolo paese a nord di Massa, verso le Apuane, nella giornata in cui si celebra la festa di Sant’Antonio. La Decima raduna 100 uomini giovani e qualche anziano del paese presso la caserma dei Carabinieri, presidiata dai Marò. Quindi ne vengono scelti 65, fra cui vi è il maresciallo dei Carabinieri Ciro Siciliani, che vengono condotti fino in località Sant’Anna ed ivi fucilati da un plotone di SS comandato da Umberto Bertozzi della Xa Mas, assieme ad altri ostaggi catturati durante il tragitto. Assistono all’esecuzione soldati nazisti e militi della ‘Decima’. I giustiziati sono 81, fra cui Ciro Siciliani, reo di aver cercato di intercedere per la popolazione e di non essersi efficacemente opposto ai partigiani. Due giovani sopravvivono per caso e riescono a mettersi in salvo. Prima di abbandonare il paese, i tedeschi danno fuoco alla caserma dei Carabinieri, ove sono rimasti alcuni partigiani feriti, che muoiono tra le fiamme. Secondo Massimo Michelucci, invece, i fucilati furono 60, 4 i sopravvissuti alla fucilazione, uno fu arso vivo, 52 persone vennero inviate nei campi di concentramento tedeschi, una donna ed un bimbo ed altri partigiani furono trucidati nel rastrellamento, e furono incendiate la caserma dei Carabinieri ed alcune case. (Ivi, p. 84, Episodio di Forno – Massa 13. 6. 1944 http://www.straginazifasciste.it/, A proposito di Decima Mas, in: http://digilander.libero.it/ladecimamas/pagina3.htm).
Per quanto riguarda Umberto Bertozzi, dopo l’eccidio di Forno «proseguì con la Decima la sua attività antipartigiana in Lunigiana, nello Spezzino e poi in alta Italia, soprattutto in Piemonte ed a Conegliano, a Maniago, a Cuorgné nel Canavese, dove dimostrò tutte le sue private qualità di carnefice, seviziando prigionieri, mettendo in essere una vera e propria squadra di torturatori, che bastonando, togliendo unghie, incidendo la X della Decima sui petti e sulle schiene di donne e uomini, ben poco ha da invidiare a più rinomate e famose bande e camere di tortura». (‘A proposito di Decima Mas, in: http://digilander.libero.it/ladecimamas/pagina3.htm).
E la strage di Forno è una di quelle ricordate al processo contro Umberto Bertozzi, Franco Banchieri e Benedetti Ranunzio, accusati «di collaborazionismo col tedesco invasore a sensi art. 5 D.L.L. 27/7/1944 n. 159 e 51 cod. pen. mil. guerra, per avere dopo l’8/9/1943, e fino alla liberazione, il primo quale comandante dell’ufficio J (I ndr) della X Mas ed ufficiale della medesima, gli altri quali sottufficiali e marinai della medesima, in varie provincie di Italia, collaborato col tedesco invasore sul piano militare, disponendo o partecipando a rastrellamenti, arresti, interrogatori, perquisizioni, deportazioni, incendi, saccheggi, uccisioni, rapine, usando sistematicamente e facendo usare sistemi vessatori e sevizie particolarmente efferate, in danno di numerosi partigiani allo scopo di stroncare il movimento di liberazione nazionale». (http://digilander.libero.it/ladecimamas/stragi.htm e http://digilander.libero.it/ladecimamas/sentenza.htm).
Ma non sono i soli a finire sotto processo anche per collaborazionismo con il tedesco. Vengono accusati di nefandezze pure Nino Buttazzoni, comandante del battaglione ‘N.P.’, denunciato dalla Commissione Alleata per fatti accaduti ad Asiago, e per rapina ed incendio, Ignoti militari tedeschi e Marinai della X Mas, che vengono pure accusati di «Violenza con omicidio», «distruzione […] Aiuto al nemico» (http://digilander.libero.it/ladecimamas/inc_insab.htm); Ignoti elementi della polizia fascista e della X Mas, Remigio Rebez di Muggia, (Ivi), al cui processo Flavio Rovere ha dedicato una pubblicazione, Beniamino Fumai e Junio Valerio Borghese. (Ivi). Ma poi … I due ergastoli a Borghese finirono per diventare tre anni di carcere, Fumai fu assolto, e nell’Italia repubblicana testimoni non si presentarono, mentre Togliatti proponeva “l’amnistia e indulto per reati comuni, politici e militari” avvenuti durante il periodo dell’occupazione nazifascista trasformato poi in Decreto Presidenziale 22 giugno 1946.
Le stragi di Forno, di Guadine, di Borgo Ticino, di Castelletto Ticino, di Crocetta del Montello, ecc., furono una realtà e sulla X Mas così scrive Massimo Michelucci: «La Decima […] non fu Nesi e la sua epica […]. Nella storia la Decima Mas, purtroppo per i suoi reduci, fu Bertozzi e la collaborazione nella repressione antipartigiana. Fu il nesso, il collegamento, l’ambiguità e la collusione in tal senso del suo capo e demiurgo Borghese con i vertici militari tedeschi che sovrintendevano alla Repubblica di Salò». (Le stragi documentate, Per l’onore … Ma dove è l’onore? in: http://digilander.libero.it/ladecimamas/stragi.htm).
E fu il Principe Borghese che, l’8 settembre ’44, ricevette da Wolff, plenipotenziario delle FF.AA. germaniche in Italia, a nome del Fuhrer, la Croce di Ferro di I classe come «riconoscimento e attestazione dell’opera svolta dalla Decima Flottiglia Mas per la rinascita delle FF.AA. italiane a fianco dell’alleato germanico», e per «premiare la fede, la lealtà e l’ardimento guerresco di tutti gli uomini della Decima che combattono per l’Onore d’Italia». (La decorazione ricevuta dal Generale delle SS Wolff per ordine di Hitler, in http://digilander.libero.it/ladecimamas/, Ricciotti Lazzero, op. cit., p. 19).
Ma per continuare, quando il battaglione Complementi ‘Castagnacci’ giunge nel Canavese, il 26 maggio 1944, i suoi militi cercano alloggio presso la popolazione utilizzando anche «sistemi energici», (Ricciotti Lazzero, op. cit., p. 88) non essendo stata organizzata la caserma che li doveva accogliere. Molti marò giungono in quella zona cruciale per la lotta antipartigiana, ma pare che fra loro vi fossero «pochi entusiasti, e molti sfiduciati», tanto che anche la ‘Decima’ contò diserzioni. (Ivi, p. 85 e pp. 89-90). Inoltre «la maggior parte dei volontari non è preparata alla controguerriglia», e la «famosa sezione dei mezzi di assalto della Marina ha generato, alla fine, una grande unità terrestre» (Ivi, pp. 90-91), con compiti precisi «coprire le spalle ai reparti germanici, […] ‘fare sicurezza’ e […] assicurare i collegamenti nelle zone di vitale importanza». (Ivi, p. 90).
Il Canavese è zona di importanza strategica, perché vi passa la linea ferroviaria Milano Torino e, proprio in quella tratta, si stanno intensificando i sabotaggi alla stessa. (Ivi, p. 98). Ed anche per questo motivo i tedeschi vogliono che sia ripulita dai ‘ribelli’ e vi inviano la Decima.
Dopo l’uccisione ad Ozegna l’8 luglio 1944, del comandante del ‘Barbarigo’, Umberto Bardelli e di altri della X Mas per mano dei partigiani, incomincia un rastrellamento feroce del paese. «Ozegna viene perquisita casa per casa, molti gli ostaggi prelevati. Le perquisizioni ed i fermi si estendono a Valperga, Canischio e Alpette. A Feletto molte case vengono date alle fiamme. Numerosi partigiani prigionieri impiccati». (Ivi, p. 95). «È una estate, quella del Canavese e in altre province piemontesi-lombarde, veramente tremenda», e le cosiddette “azioni di polizia” che in gergo significano azioni di rappresaglia, si moltiplicano. (Ivi, p. 96).
E così scriveva, sulla X Mas, il canonico don Domenico Cibrario, parroco di Cuorgnè, «[…] arrivano la mattina del 31 luglio quasi tremila uomini, la Decima Flottiglia Mas, che lascerà tristissima memoria in tutto il Canavese». (Ivi, p. 98). Ed «Incominciano tosto le rappresaglie nelle famiglie dei partigiani. Tre mesi si fermano i soldati della Decima, e la caserma locale rigurgita di prigionieri civili. I familiari dei giovani datisi alla macchia sono quasi tutti imprigionati: sono ricercati gli indiziati politici. Fra i primi perseguitati sono i parroci, accusati di collaborazionismo coi partigiani». (Ivi, p. 98). Alcuni sacerdoti restano in galera anche per quasi un mese, villanie sono indirizzate al Papa ed all’Episcopato, e se i sacerdoti non vengono toccati, i luoghi di reclusione sono “bolgia d’inferno”. (Ivi, pp. 98-99). «Vi sono camere di tortura, e parecchi escono malconci dalla caserma, per essere ricoverati all’ospedale», (Ivi, p. 99), e non si sa neppure quanti abbiano subito angherie e soprusi di ogni tipo, e vere e proprie persecuzioni, ma furono almeno 300 le persone che passarono nelle loro mani: sacerdoti, i medici di Cuorgnè, diverse donne ed anche bambini. «Quasi tutti vengono bastonati e torturati». (Ivi, pp. 99-100).
Pont Canavese si salva per un pelo dal rogo, ma continuano gli arbitrari fermi dei genitori di partigiani, che vengono portati a Cuorgnè ove ha sede l’Ufficio I e maltrattati. Ed ai nomi di Umberto Bertozzi e dello Schininà, tristemente famosi per i metodi utilizzati, si uniscono quelli dei loro collaboratori Ratta forse di nome Piero e Durante (nome non reperito), e quello di Luigi Carallo, comandante del Btg. Fulmine prima, comandante in seconda della Decima Mas poi. (Ivi, p. 99 e p.101).
Pont «aveva assunto un aspetto militare. In ogni postazione di blocco si erano costruite trincee ed istallati cannoncini e mitragliatrici, che venivano fatti funzionare ad ogni minimo allarme e quasi ininterrottamente tutte le notti». (Ivi, p. 101). La farina per il pane della popolazione non giungeva più dall’R.S.I., mentre le provviste annonarie erano ridotte al lumicino, ed era stato fatto divieto di suonare le campane. (Ivi, p. 102).
Ad un certo punto, il ‘Sagittario’, comandato sempre dal Fumai, si sposta in Val di Ribordone. Qui un partigiano e un marò si sparano contemporaneamente e muoiono, ma, a causa della morte del marò, i suoi compagni incendiano per rappresaglia tutte le case della frazione di Posio ed il Municipio e le scuole di Ribordone. (Ivi, p. 103). E si susseguono le torture ai prigionieri, fra cui si trova pure una giovane diciottenne partigiana, Luigina Trione, che viene violentata e torturata selvaggiamente anche a Torino, nella caserma di via Asti, (Ibid.) come capitato a molte altre, in altri luoghi, pure per mano di tedeschi, bande nere, repubblichini ecc. ecc., con esiti terrificanti a livello psichico e fisico nelle sopravvissute, ed anche in Luigina. (Cfr. per esempio, Imelde Rosa Pellegrini, “Omaggio alla memoria partigiana”, ed. Fondazione di Comunità Santo Stefano, Portogruaro, ‘Dallo squadrismo fascista alle stragi della Risiera, Trieste-Istria Friuli -1919-1945, 3aedizione, Aned, Trieste 1978, ed altri ancora).
Quindi tocca a Borgo Ticino. La scusa per una strage è l’uccisione di tre militari tedeschi. Fra gli allegati del processo alla Decima Mas, tenutosi a Roma contro Junio Valerio Borghese ed altri, vi è anche il “Rapporto del Nucleo dei Carabinieri di Borgo Ticino al Pretore di Borgo Manero in data 12 febbraio 1947”, che descrive detta strage. In esso si può leggere che il 13 agosto 1944, «erano giunti in Borgo Ticino reparti delle SS, tedesche e della X Mas, tutti provenienti da Sesto Calende, fu bloccato il paese. Armati di mortai, mitragliatrici, armi automatiche portatili di ogni genere e di autoblinde, portarono, con la minaccia delle armi e mediante sparatorie intimidatrici, tutti gli abitanti sulla piazza denominata ” Dei Martiri “. Ammalati, invalidi, bambini, donne, vecchi, tutti furono costretti a raggiungere la piazza». Quindi, terminato il rastrellamento, alla popolazione, tenuta a bada con le armi dai tedeschi e dalla X Mas, fu detto che si sarebbe bruciato il paese, per impedire che fosse dato ricovero ed assistenza ai partigiani, come ordinato dal Capitano Krumhar, che comandava il gruppo tedesco (mentre quello della Xa era guidato dal ten. Ongarillo ma anche Ungarillo Ungarelli). E pur essendo stata pagata una taglia di 300.000 lire, 13 giovani furono messi al muro, di cui 12 caddero sotto i colpi delle armi naziste ed uno miracolosamente si salvò. Dopo l’eccidio la popolazione «venne buttata fuori dell’abitato, percossa e braccata; i nazisti e quelli della X Mas […] si dettero a rapinare, incendiare e distruggere ogni cosa. (…). Prima di iniziare le devastazioni e gli incendi la soldataglia della X Mas in combutta coi tedeschi, commise rapine di maiali, animali da cortile, biancheria, biciclette, radio, riserve alimentari di ogni genere, liquori, oggetti preziosi, valori correnti, il tutto per una quantità ingentissima». (Rapporto del Nucleo dei Carabinieri di Borgo Ticino, op. cit., in ‘Borgo Ricino, in: digilander.libero.it/ladecimamas/stragi3.htm).
Poi è la volta di Feletto, centro del ribellismo del Basso Canavese. «Il 15 agosto 1944 un gruppo di partigiani tende un’imboscata ad automezzi tedeschi in transito a Feletto. L’operazione riesce e nella sparatoria che segue muore un soldato (tedesco ndr). Immediatamente scatta un’operazione di rastrellamento condotta dalla Decima Mas. Muore un civile, tre partigiani sorpresi in un cortile sono uccisi a colpi di bombe a mano, un altro uomo viene trucidato a colpi di raffica di mitra». Quindi il 16 il paese viene bruciato dopo una terribile caccia all’uomo. Le case distrutte sono 262, 31 persone vengono prese in ostaggio e finiscono in Germania, parte del bestiame ed il grano vengono razziati, «Alle 15 i tedeschi si allontanano. Restano gli uomini della Decima Mas che continuano a depredare il paese». (L’episodio di Feletto. 15.8.1944, in: http://www.straginazifasciste.it/, Ricciotti Lazzero, op. cit., p. 105).
E la Decima non si ferma. Infatti rastrella 12 uomini anche a Corio Canavese, un piccolissimo paese di montagna. (Ibid.).
Ma le stragi della Decima non avvengono solo qui. Il 24 agosto 1944, a Guadine, in provincia di Massa Carrara, ai piedi delle Apuane, uomini della Decima rastrellano civili, e liquidano a raffiche di mitra 13 persone del paese, uomini e donne, sparando a caso verso il bosco, sulla strada e verso gli usci, e ferendone altre. Quindi danno fuoco all’abitato, distruggendolo per il 70%. Poi ritornano e incendiano Gronda, Redicesi e Resceto. (‘Strage di Guadine MS, http://digilander.libero.it/ladecimamas/stragi2.htm, e Ricciotti Lazzero, op. cit., p. 106). Inoltre, nell’agosto ’44, Bertozzi minaccia di dare alle fiamme Villanuova, di bombardare Frassinetto e Alpette. Ma se questi paesi vengono poi risparmiati, sottostando ad imposizioni e vessazioni precise, in compenso la Xa Mas bombarda per giorni in direzione di Ronco e Campiglia, in Val Soana, uccidendo un civile, ferendone altri, creando terrore tra la popolazione. (Ricciotti Lazzero, op. cit., pp. 108-109). Quindi viene dato fuoco anche a parecchie case di Cuorgnè, (Ivi, p. 112) mentre il btg. Lupo partecipa, assieme a truppe tedesche e repubblicane, ad azioni per ristabilire ‘la sicurezza’ nelle valli dell’Alto Piemonte a confine con la Francia. (Ivi, p. 113). Infine, nell’ottobre, si presentano a Pont Canavese «truppe russe al soldo del tedesco», mentre Ronco viene incendiata dopo un rastrellamento con il solito bottino, e molti partigiani vengono catturati e mandati in Germania. (Ivi, p. 115). Una colonna di Alpenjäger e marò della Decima salgono in zona Ausone ed Agaro, ove danno alle fiamme case. (Ivi, p. 117).
I Tedeschi sono particolarmente contenti dell’attività antipartigiana della Xa Mas, ed il contrammiraglio Wilhelm Meedsen-Bohlken, comandante della flotta tedesca in Italia, annota, nella seconda metà del luglio 1944, che «altri reparti delle unità della Marina italiana sono stati avviati dal capitano di fregata principe Borghese alla lotta contro i banditi» e nell’ agosto scrive che «L’impiego della Divisione Decima […] nella lotta antipartigiana è continuato con successo sotto la direzione dell’alto comandante delle SS e della polizia». (Ivi, p. 107).
Fino a questo momento a nessuno dei marò è stato chiesto di giurare per l’R.S.I., (Ivi, p. 24 e p. 90), ma non si sa invero come la Xa Mas potesse agire senza un accordo o una certa qual dipendenza dall’ R.S.I., visto che pare che Borghese fosse stato nominato, il 14 febbraio 1944, sottocapo della Marina Nazionale Repubblicana. (https://it.wikipedia.org/wiki/Marina_Nazionale_Repubblicana).
[…] Nel settembre 1944, dopo lo sfondamento della Linea Gotica ed il superamento del Passo della Futa da parte degli Alleati, vi è già chi ha capito, fra i repubblichini, i nazisti, e i collaborazionisti con i tedeschi, che la sconfitta è vicina. Odilo Globočnik e Karl Wolff pensano di far spostare Mussolini a Cividale, ma poi non se ne fa nulla (Ricciotti Lazzero, op. cit., p. 130), e la Carnia viene data in mano ai Cosacchi, anche per farne una zona cuscinetto e l’ultimo baluardo a difesa. (Cfr. nel merito: Enzo Collotti, Il Litorale Adriatico nel Nuovo Ordine Europeo 1943-1945, Vangelista ed., 1974, pp. 11- 12, e Intervista inedita a Ciro Nigris, 2000, di prossima pubblicazione su www.nonsolocarnia.info).
E verso il mese di ottobre o novembre, i primi reparti della Xa Mas entrano in Veneto. Ma solo i primi giorni del mese dicembre varcheranno i confini dell’Ozak, dove «le autorità dell’R.s.i. non contano nulla». (Ivi, p. 131 e p. 153). Il Veneto, che fa parte ancora della ‘Duce Italien’ che finisce al Livenza ed ai monti del Cansiglio, è diventato importantissimo nel caso il fronte finale sia quello dell’Est. (Ivi, p. 132). La Decima verrà sempre adoperata per attività antipartigiana, ma in questo caso «si sente pure, se in lontananza, odor di slavi, che il fascismo considera da sempre suoi nemici viscerali» (Ibid.).
Parte anche la Sagittario, ma metà dei suoi soldati, circa 300 – 350 marò, scendono a Monza dal treno per ritornare a casa od unirsi a Beniamino Fumai. (Ivi, p. 125).
La Decima pone il suo comando, il tribunale militare di guerra e l’ufficio arruolamento nel Castello di Conegliano, il comando operativo, con l’ufficio I, che rinnoverà ivi «le barbarie del Piemonte», (Ivi, p. 132) invece, si sistemano a Maniago, dove si trova anche un campo di aviazione, mentre si sente già parlare dello spostamento di un reparto a Tolmino. (Ibid.). Solo il btg. Lupo non segue il resto della Decima, e si trasferisce, da Alba a Milano, e quindi sull’Appennino bolognese. (Ivi, p. 133).
Appena giunta in Veneto, la Decima inizia una caccia spietata ai partigiani. Il 6 novembre la compagnia guidata dal Bertozzi piomba su Orgnese, una frazione di Cavasso Nuovo, raduna gli abitanti, sceglie tre uomini a caso, li fa denudare e quindi il famigerato capo dell’Ufficio I in persona li percuote prima con un bastone poi con una striscia di cuoio, per terminare l’opera utilizzando cani per mordere le gambe dei disgraziati. (Ivi, p. 137). Quindi, qualche giorno dopo, ritorna sul posto ed opera un grande rastrellamento prendendo globalmente, in più giorni, circa una cinquantina di ostaggi. Parecchi sono inviati in Germania, altri interrogati e torturati. 14 di loro finiranno fucilati lungo il muro di cinta del cimitero di Udine l’11 febbraio 1945. (Ibid.).
A Crocetta di Montello, in provincia di Treviso, 13 partigiani vengono orrendamente seviziati e poi uccisi. (L’eccidio di Crocetta del Montello, in: digilander.libero.it/ladecimamas/stragi5.htm#).
Il 30 novembre 1944 tutta la Val Meduna viene occupata e setacciata, Tramonti di Mezzo viene occupata; muoiono a Palcoda Paola e Battisti; ed altri partigiani, sia osovani che garibaldini, vengono presi e giustiziati sia a Tramonti di Mezzo il 13 dicembre 1944, che a Pordenone l’11 gennaio 1945. (Ivi, p. 139). Anche a Tramonti di Sotto i marò catturano diversi partigiani, che fucilano a rate. (Ibid.). E la Decima continua nella sua spietata lotta antipartigiana, ma i tedeschi hanno già previsto che essa intervenga, assieme a elementi della loro polizia ed ad ustascia, domobranci, cetnici, contro l’Esercito di Liberazione della Jugoslavia, per frenare l’avanzata dei combattenti contro il nazifascismo da est, per chiudere le vie attraverso cui passano i viveri, e liberare vie importanti per una possibile resistenza in caso di sbarco od avanzata degli Angloamericani.
Tarnova.
La Selva di Tarnova (Trnovo) ha quindi rilevanza bellica, ed i tedeschi vogliono liberarla dal Novj ad ogni costo. Ma essa è anche fitta, montuosa, piena di rocce e doline, che possono dare rifugio ai partigiani in particolare sloveni. E l’Italia dell’Est appare, in quel momento, nel dicembre 1944 – gennaio 1945, uno degli ultimi baluardi di difesa del Reich.
I tedeschi non si possono più servire della 188a divisione di montagna, organizzatissima ed addestrata al combattimento perché è stata spostata, e così decidono di inviare la ‘Decima’ prima a due passi da Gorizia, a poi da lì nella selva di Tarnova, ma essa ha «molto entusiasmo ma scarsa preparazione in campo strategico […] e scarsa dimestichezza con la guerra di movimento». Inoltre è «anche armata […] in modo leggero, […] e difetta nei servizi di collegamento e comunicazione». (Ivi, pp. 155- 156).
La zona era stata già oggetto di una ‘operazione di pulizia’ da parte dei tedeschi nell’ottobre 1944, (AA.VV., La Slovenia durante la seconda guerra mondiale”, Ifsml, 2013, p. 353) Lo scopo primario di queste azioni era quello di occupare la zona in mano ai partigiani, tagliare le vie di rifornimento dalla Valle di Vipacco e dal Carso alle unità partigiane del Novj, cercando così di eliminare il IX Corpo, ed al tempo stesso di creare presidi a difesa dell’occupazione. (Ibid).
L’azione incomincia il 19 dicembre, e vede impegnati il ‘Sagittario’, che sloggia i partigiani da Tarnova, ed il ‘Barbarigo’, che raggiunge Chiapovano (Čepovan) senza incontrare resistenza. L’azione pare quindi a favore della Decima, ma poi accade un fatto importante. Il vice- comandante della Xa Mas, Luigi Carallo, che si muove senza scorta, viene bloccato da soldati dell’esercito di Liberazione jugoslavo, che lo uccidono, e trovano, sul suo corpo, le carte del piano di attacco. (Ivi, p. 157).
Ma in zona l’Esercito di Liberazione Jugoslavo non ha molti partigiani da schierare a difesa, ed inizialmente cede, ma poi, con l’arrivo di rinforzi, la situazione si rovescia a suo favore. Arretrano i tedeschi, sterminati presso Chiapovano il 23 dicembre, mentre il ‘Barbariga’, che aveva conquistato detto paese, deve abbandonarlo. (Ibid.). Combatte il giorno di Natale il btg. ‘Sagittario’ a Casale Nenzi (Nemci), mentre gli uomini dell’‘N.P’ si trovano in posizione decisamente difficile, ma riescono a rientrare al paese di Tarnova, già occupato. E con questo termina questa offensiva che non è riuscita a distruggere il IX Corpo, ma ad indebolirlo, e che ha permesso la creazione di una serie di avamposti pericolosi per i partigiani del ‘Novj. Infatti Tarnova, Gargaro (Grgar), Montenero d’Idria (Črni vrh), con il villaggio di Col, sono caduti in mano ai collaborazionisti ed alle SS. (Ivi, p. 160, AA.VV., La Slovenia, op. cit., p. 353). La possibilità per i tedeschi di puntare al centro della Selva di Tarnova, diventa una realtà.
Gli uomini dell’Esercito di Liberazione Jugoslavo si trovano in grande difficoltà, e devono combattere con il freddo e la neve, senza viveri, munizioni, equipaggiamento, mentre solo 18 aerei alleati sorvolano, il 4 gennaio, il cielo per portare aiuto. Ma poi la situazione migliora, ed il IX Corpo decide di contrattaccare per recuperare Tarnova, in mano al Btg. Fulmine della Decima Mas, formato da 214 uomini, (non reali bersaglieri, come precisa Ricciotti Lazzero nel suo: “La verità sulla battaglia della Decima Mas nella selva di Tarnova”, in: “La Resistenza Bresciana”, n. 19, aprile 1988, p. 72), che ha tre mortai da 81, quattro mitragliatrici e diciassette mitragliatori. Inoltre Tarnova è circondata da reticolati di filo spinato e da una cintura di 24 fortini in legno. (Ricciotti Lazzero, La Decima Mas, p. 160 e p. 163, e Ricciotti Lazzero, La verità sulla battaglia, op. cit., p. 75).
I combattimenti causati dalla controffensiva partigiana sono durissimi, ed i tedeschi non intendono mollare pure una possibile via di ritirata verso l’Austria. «Nevica, anzi c’è una tempesta di neve quando la 19a Kosovelova brigada inizia l’attacco, il giorno 19 gennaio alle 3 e mezzo del mattino. A fianco della Kosovelova vi sono, in posizione di difesa contro eventuali attacchi, la 157a Brigata ‘Guido Picelli ‘ che deve proteggere Dolenja Tribuša, la Bazoviška brigada, che fa altrettanto per Otlica, Col e Črni vrh [Montenero d’Idria], mentre la Gregorčičeva e la Gradnikova brigada, rafforzate con la compagnia d’assalto e con il 2° battaglione della Prešernova brigada, occupano le posizioni in direzione di Gorizia». (Ricciotti Lazzero, La Decima Mas, p. 163).
La Kosovelova brigada attacca con forza, ed i combattimenti diventano selvaggi. Da Gorizia i tedeschi inviano una colonna motorizzata, che però non giunge mai a destinazione perché viene bloccata dalla Gradnikova brigada attestata sul San Gabriele (Škabrijel); una compagnia del Valanga arriva in aiuto fino a Prevallo dove finisce in un campo minato e trovano la morte 14 marò saltati con l’autocarro che li trasportava. (Ivi, pp. 163 -164). Infine il 20 gennaio 1945 i tedeschi, motorizzati, tornano all’attacco con 700 uomini, occupando monte San Gabriele dopo aver bombardato i partigiani sloveni. E quindi la battaglia vede impegnati il 3° battaglione del 10. SS Polizei – Regiment, i battaglioni della Decima ‘Sagittario’ e ‘Barbarigo’, ed il 3° battaglione del 15. SS. Polizei – Regiment con l’appoggio di 6 carri armati e autoblindo. (Ivi, p. 164).
L’attacco dei nazisti e dei collaborazionisti ha successo e un gruppo di loro penetra di notte, a causa di errori della Gregorčičeva brigada a Trnovo, attraverso Vitovlje e Krnica. Ma «a Trnovo trova vivi soltanto 35 italiani e ritorna precipitosamente a Gorizia senza sostare nel villaggio». (Ibid. L’ azione è descritta anche in: AA.VV., La Slovenia, op. cit., p. 354).
Cosa era accaduto? Un gruppo di attaccanti nazisti o collaborazionisti aveva puntato su Santa Caterina per occuparla, il ‘Barbarigo’ aveva combattuto per occupare Monte San Gabriele, un gruppo di tedeschi con una compagnia del ‘Sagittario’ con tre carri armati avevano conquistato, dopo aspri combattimenti, Monte San Daniele, 200 camicie nere della Milizia aveva tentato un aggiramento, mentre gli uomini del ‘Fulmine’ assediati a Tarnova morivano a decine. Gli aiuti richiesti non erano mai giunti. (Ricciotti Lazzero, op. cit., p. 164 e p. 167). Poi, il 22 gennaio, ricompariranno gli aerei degli alleati sulla selva di Tarnova, ma non saranno solo 18 apparecchi, saranno 80. (Ivi, p. 160).
Sul secondo testo pubblicato da Ricciotti Lazzero, La verità sulla battaglia della Decima Mas, op. cit., egli scrive, invece, che i tedeschi ed il ‘Valanga’ arrivarono a Tarnova all’alba del 21 gennaio e trovarono vivi 90 uomini del Fulmine su 242, con un solo ufficiale. Nella notte però, altri 24 uomini erano riusciti a passare in mezzo ai partigiani jugoslavi che li asserragliavano, ed avevano trovato riparo, feriti leggermente, a Sarcano. Furono abbandonati 6 feriti gravi, che nessuno poteva curare essendo morti il medico e gli infermieri del gruppo, e furono ritrovati colpiti da arma da fuoco ma nessuno seppe chi fu a sparare. (Ricciotti Lazzero, La verità sulla battaglia della Decima Mas, op. cit., p. 73). Inoltre ad un certo punto da Tarnova, il comandante del ‘Fulmine’, chiese aiuto immediato a Gorizia, ma gli fu risposto testualmente: «Tenere duro. Siete i migliori della Decima. Borghese», anche se nessuno sa se fu davvero il Principe a mandare quel messaggio. (Ivi, p. 73). I cadaveri recuperati furono 36 e vennero trasportati e tumulati a Conegliano Veneto. (Ivi, p. 74).
E se Il Notiziario addestrativo n. 17 dello Stato Maggiore Esercito della R.S.I. riportò che i superstiti rientrarono cantando inni, ciò non fu assolutamente vero. Ma leggendo l’intero articolo di Ricciotti Lazzero, La verità sulla battaglia della Decima Mas op. cit., pp. 75- 76, ci si accorge che i falsi furono più d’uno, e forse ora vengono presi per veri, compreso il rapporto a Mussolini, scritto da più mani dopo quello a Borghese. (Ibid.).
Alla seconda fase di ‘pulizia totale’ della zona in mano ai partigiani, all’interno della quale trova collocazione l’episodio di Tarnova ove morirono molti marò del ‘Fulmine’, nel marzo 1945 seguì la terza, ove unità del IX Corpo dell’esercito di Liberazione Jugoslavo restarono decimate dai combattimenti e dal cibo scarso, avendo il nemico occupato al Valle di Vipacco e subirono pure diserzioni. (AA.VV., La Slovenia, op. cit., p. 355).
Alla fine della guerra.
La guerra volge alla fine, ed anche la Decima Mas, nel gennaio 1945, pare entri a far parte dell’R.S.I., ‘per volontà del Duce’. (Ricciotti Lazzero, La Decima Mas, op. cit., p. 169). Essa deve spostarsi dall’Adriatisches Küstenland nuovamente in Veneto, per lasciar spazio alle truppe naziste e collaborazioniste che si ritirano da est. (Ivi, p. 170), mentre gli uomini del btg. ‘N.P’., composto da uomini addestrati a Valdobbiadene, che nell’offensiva di dicembre contro il Novj sono stati utilizzati nella zona tra monte San Daniele, Locavizza e Chiapovano, attendono di essere inviati contro gli angloamericani. Ma invece il Comandante Nino Buttazzoni li avvisa che saranno spediti a compiere un’altra azione antipartigiana. Dalle file del battaglione si levano urla di protesta, ed alcuni marò si strappano il distintivo della Xa Mas. Quindi un sergente originario di Roma inizia a parlare a nome degli insoddisfatti, ma viene zittito dal comandante con un colpo di pistola, che gli entra in bocca e gli esce dall’occhio, ed i suoi compagni si precipitano a soccorrerlo. Quindi il tribunale di guerra si riunisce a Conegliano il 12 gennaio e commina pene per ammutinamento che vanno da 8 a 10 mesi di reclusione. (Ivi, p. 162-163).
Quelli del ‘Fulmine’ reduci da Tarnova, invece, se ne vanno dalla ‘Decima’ prima del tempo, con il loro comandante in testa. (Ricciotti Lazzero, La verità sulla battaglia della Decima Mas, op. cit., p. 76), mentre nel febbraio i tedeschi decidono di mandare i marò a combattere in Romagna e nelle Valli di Comacchio. Verso la fine della guerra, quelli della Decima vengono concentrati ivi e nel Ferrarese, mentre il comandante Borghese distribuisce croci di ferro a Marostica, ed ordina di difendere il Cansiglio, quando il generale conte von Schwerin si è già arreso agli inglesi. (Ricciotti Lazzero, La Decima Mas, op. cit., pp. 219-221). Junio Valerio Borghese, che ha sempre mantenuto contatti con il Sud, aspetto di cui era a conoscenza anche Wollf, che dal febbraio 1945 ha trattato la resa per sé e per il Principe, sa che sarà salvato, ed attende a Milano che giunga una Jeep, guidata dall’inviato della C.I.A. Jiom Angleton, a prenderlo, ed a portarlo a Roma, vestito da soldato Alleato. Per gli altri della Decima la storia del fine guerra è diversa, e varia da gruppo a gruppo, mentre il nucleo principale si arrese ai partigiani a Thiene. (Ricciotti Lazzero, La verità sulla battaglia della Decima Mas, op. cit., p. 76).
Poi i processi, e l’amnistia Togliatti, ma questa è altra storia.
Laura Matelda Puppini, Storia della collaborazionista X Mas con i nazisti occupanti, dopo l’8 settembre 1943. Per conoscere e non ripetere errori, Non solo Carnia, 3 gennaio 2018

Parlavamo della grande illusione di Borghese. I tedeschi, veri padroni dell’Italia repubblichina, non avevano alcuna intenzione di ricostituire una Marina italiana, che veniva considerata tout court un inutile dispendio di risorse, senza alcun beneficio. Peraltro favorirono ampiamente l’arruolamento di volontari nella Decima, consentendo anche a Borghese (24-26 settembre 1943) un giro di propaganda tra i marinai italiani internati in Germania, perché la Decima era comunque alle loro dirette dipendenze e il principe era uno dei pochi ufficiali italiani in cui i tedeschi riponessero fiducia.
La fiducia era comunque vigilante e Wolff piazzò alle costole di Borghese, in qualità di ufficiali di collegamento, il capitano SS Max Wenner e il maggiore SS Koehler. La Decima Flottiglia Mas conobbe un fenomeno raro nella Repubblica Sociale: l’arrivo di un gran numero di volontari. Mentre Graziani a fatica rastrellava uomini per ricostituire l’esercito, la Decima cresceva a dismisura, sotto la spinta di giovani affascinati dal reparto guidato da un uomo che non aveva ammainato la bandiera, che non imponeva il giuramento di fedeltà alla Repubblica Sociale, che aveva formulato un nuovo regolamento che prevedeva, tra le altre novità, rancio unificato per ufficiali e truppa. Ma la grande crescita rappresentò anche la fine della Decima Flottiglia Mas, che ormai conservava solo un nome marinaresco, ma che si sviluppava su reparti di terra che venivano via via costituiti nei luoghi dove, in accordo coi tedeschi, appariva più opportuna la loro dislocazione. Tra il settembre 43 e il febbraio 45 si costituirono 15 battaglioni (di cui uno alpino), tre distaccamenti, tre compagnie autonome, un reggimento di artiglieria, due batterie contraeree, una scuola sommozzatori e una flottiglia mas. In questa incredibile frammentazione, cosa restava della originaria Decima Flottiglia Mas?
Probabilmente nulla; tagliata fuori da ogni impiego marittimo, la Decima era un insieme di reparti, perlopiù usati dai tedeschi nella guerra contro i partigiani, con lo scopo preciso e dichiarato di proteggere le retrovie dell’esercito germanico, o utilizzati con cinismo sul fronte di battaglia, come il Battaglione Fulmine, immolato a Selva di Tarnova, col compito di fermare l’avanzata del IX Corpus jugoslavo (comuniste di Tito. Ndr.)
E in questa incredibile frammentazione di reparti, che Borghese cercava di tenere uniti viaggiando di continuo in automobile da una sede all’altra, facendo di fatto più l’ispettore che il comandante, poteva esserci di tutto. Ci furono i figuri già citati, che seminarono terrore nel Canavese, ma ci furono anche gli uomini del battaglione N.P. (nuotatori paracadutisti) che desideravano combattere al fronte e si rifiutarono di partecipare ad operazioni antipartigiane: l’episodio accadde nella caserma di Valdobbiadene alla fine del dicembre 44, con un ammutinamento in piena regola.
Ci fu la partecipazione con le truppe germaniche al terribile rastrellamento in Friuli, dal 27 settembre al 22 ottobre del 44, contro le posizioni tenute dalla divisione partigiana Garibaldi-Osoppo in quella che era stata battezzata Zona Libera Orientale e che comprendeva 55 comuni sulle due rive del Tagliamento. E ci furono anche le strane proposte di collaborazione lanciate dalla Decima all’organizzazione Franchi di Edgardo Sogno e alla Brigata Garibaldi per costituire una forza comune tra partigiani non comunisti e formazioni della Decima per frenare l’avanzata da Est delle truppe di Tito.
Potremmo andare avanti citando altre diecine di esempi, ma ci pare abbastanza chiarita la nostra affermazione di prima: nella Decima ormai c’era tutto e il contrario di tutto. Ma nel frattempo nella Repubblica Sociale non mancava chi, preoccupato dell’autonomia del principe Borghese, temeva che questi meditasse un colpo di stato: dal 13 al 24 gennaio del 44 il comandante, insieme ai capitani Ricci e Paladino, viene rinchiuso nel carcere di Brescia.
La liberazione avviene su precisa disposizione tedesca, e serve per far capire a Mussolini che la Decima non si tocca. Con profonda coerenza, l’uomo arrestato per sospetto di cospirazione, pochi mesi dopo viene nominato sottocapo di Stato Maggiore della Marina. In questa occasione Borghese rifiuta la promozione ad ammiraglio offertagli da Mussolini.
Il regolamento della Decima prevedeva infatti il congelamento di tutte le promozioni, tranne quelle ottenute per merito di guerra sul campo. Comunque il duce non perde la sua sfiducia e ordina due inchieste su Borghese. La prima, affidata alla Banda Koch, esclude che il principe romano abbia mire golpiste; la seconda, effettuata dall’ufficio investigativo della Guardia Nazionale Repubblicana, si sofferma, in mancanza di meglio, su pettegolezzi da portineria, raggiungendo vertici di ridicolo laddove si afferma che Borghese era ormai incapace di esercitare un comando perché debilitato dai suoi eccessi sessuali.
E nel gennaio del 45, quando ormai tutto sta andando allo sfascio, la pubblicazione della rivista della Decima, L’Orizzonte, contenente articoli decisamente anticonformisti, provoca le ire del Ministro della Cultura Popolare, Mezzasoma, che cerca di far sequestrare le copie in tipografia, e la reazione di Borghese, che ne dispone il ritiro dalla tipografia manu militari e la vendita per Milano con strilloni improvvisati, protetti dai mitra degli uomini della Decima. Dalla scelta che avevamo definito da capitano di ventura, si è passati, in un anno e mezzo, a un guazzabuglio politico-militare di cui è difficile capire appieno il senso.
[…] Già dalla fine del 44 il generale Wolff aveva avviato in Svizzera negoziati segreti con gli alleati, per salvare la propria vita e quella del suo amico e collaboratore Borghese. Il 30 aprile del 45, dopo due giorni di arresto a domicilio, Junio Valerio Borghese (chiede prima garanzie per i suoi uomini, agli alleati e allo stesso CLN e fa concedere loro perfino la paga di sei mesi. Ndr.) si allontana da Milano su una jeep guidata dal maggiore inglese Jim Angleton, indossando (per evitare certi esaltati “giustizieri”) una divisa da tenente americano.
Supera così senza difficoltà tutti i controlli partigiani e a Roma, dopo un interrogatorio da parte dei servizi segreti americani, viene consegnato al ministro della marina, ammiraglio De Courten.
(Dopo essere stato degradato e imprigionato, il processo intentato a Borghese, si concluse il 17 febbraio 1949 con una condanna a dodici anni per “collaborazionismo” ma per nessuna colpa grave.
Gli fu riconosciuto il suo valoroso passato, le attività svolte per salvaguardare le industrie e i porti del Nord e per la difesa della Venezia Giulia che era stata concordata (questo pochi lo sapevano) con il Governo del Sud. Gli furono così condonati nove anni.
Scarcerato dopo la sentenza per i tre anni trascorsi in carcere, il suo nome ricompare nelle cronache nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 (vedi anno 1970) per un fantomatico colpo di stato. A seguito del fallito golpe, ricercato dalla polizia, si rifugiò in Spagna dove morì, a Cadice, il 26 agosto 1974, anche se dal 1973 la giustizia italiana aveva già revocato l’ordine di cattura (ma della giustizia italiana Borghese non si fidava: “non mi fregano più!”).
Paolo Deotto, Borghese Valerio…, Cronologia