Anche partigiani d’oltremare nella cosmopolita banda partigiana di Mario Depangher

La Banda Mario
Fonte: The Vision
Jule Kačič
Fonte: Wikipedia
Mario Depangher – immagine proveniente da Raoul Paciaroni, Una lunga scia di sangue, Hexagon Group, Sanseverino Marche, 2014 –
Fonte: www.lorenzopaciaroni.it
Il cippo dedicato a Don Enrico Pocognoni

Fino alla seconda guerra mondiale era normale trovare nelle Esposizioni Generali spazi come il “Villaggio dàncalo” di Torino nel 1884. L’idea, in quel caso, era quella di ricreare per i visitatori l’ambiente originale della regione dell’Africa orientale. Per farlo si era ricorsi a un cospicuo numero di comparse, fatte arrivare apposta dalle colonie, senza neanche spiegargli quale sarebbe stato il loro compito: interpretare dei “tipici” abitanti di quei luoghi. Alcuni così avevano addirittura finito per doversi fingere principi afar, rappresentanti del gruppo etnico nomade che vive principalmente in quella zona dell’Etiopia. Rappresentazioni del genere, stereotipate e smaccatamente razziste, qualche decennio dopo vennero sfruttate in larga misura dal fascismo per mostrare agli italiani la portata del dominio coloniale del regime.
Nel 1940, anche la Mostra delle Terre italiane d’Oltremare a Napoli ospitava una ricostruzione di un intero “villaggio indigeno” – abitato da eritrei, etiopi e somali deportati – e un padiglione libico, con tanto di palme e minareto. Peccato che la mostra, per cui era stato creato un quartiere apposta tra Bagnoli e Fuorigrotta, ebbe vita molto breve. Esattamente un mese e un giorno dopo la sua inaugurazione, l’Italia infatti entrò in guerra e tutta l’esposizione venne chiusa in fretta e furia. Tra quelle persone c’erano soprattutto uomini, ma anche donne e bambini: tutti erano stati scelti perché parlavano un po’ di italiano ma nessuno di loro poteva uscire dalla zona della mostra o confrontarsi con l’esterno. Con le leggi razziali già in vigore, erano sostanzialmente degli internati. L’unica attività permessa a chi era rimasto bloccato nel finto villaggio era continuare a recitare la parte che gli era stata assegnata all’inizio, stavolta nei video propagandistici che il regime continuava a produrre per legittimare le politiche razziali, che non potevano essere più girati in Africa perché la guerra era ormai arrivata anche là.
L’isolamento forzato di queste persone in tale straniante realtà durò fino al 1943, quando vennero spostate in blocco nelle Marche, a Villa Spada. Il luogo era un agglomerato di case circondate da alte mura a tre chilometri dal comune di Treia ed era stato pensato inizialmente come campo di internamento per donne “di dubbia condotta morale e politica”, salvo poi venire chiuso dopo un incendio. Qui arrivarono in 58: qualcuno nel frattempo era morto, e c’erano state anche un paio di nascite. Il ministero dell’Africa italiana accordò a tutti un “regime di semilibertà che permetteva di andare a comprare merci nei paesi vicini, ma con l’obbligo di rientro serale”. Sessanta persone di origine africana iniziarono quindi a entrare timidamente in contatto con la piccola realtà di un paese italiano di meno di diecimila abitanti. E qualcuno organizzò persino partite di calcio a squadre miste con i nuovi arrivati.
Tutto cambiò dopo l’8 settembre e la firma dell’armistizio. Villa Spada aveva una stanza piena di armi inutilizzate e i partigiani, che ne avevano un disperato bisogno, decisero di organizzare un’azione per impossessarsene, contando sull’appoggio di chi Villa Spada la abitava già da un po’. Il partigiano e storico Gualtiero Simonetti racconterà: “Il tenente Giulio (nome di battaglia di Jule Kačič, medico jugoslavo) comandante la banda di Valdiola, era venuto a conoscenza che a Villa Spada, a circa tre chilometri da Treia, c’era un deposito di armi custodite da un piccolo nucleo di carabinieri che avevano anche la sorveglianza di famiglie etiopiche trasportate a Napoli, prima dello scoppio della guerra, per la Mostra d’Oltremare, e di qui internate nelle Marche, dove erano confinati anche studenti somali iscritti nelle nostre università. Queste informazioni erano state portate da due negri [sic!] riusciti a sfuggire alla sorveglianza dei carabinieri e a raggiungere le formazioni partigiane del Monte San Vicino. Il tenente Giulio ne parlò al Comando di Roti, e insieme si convenne di assalire nottetempo Villa Spada, liberare i prigionieri e impossessarsi delle armi”. L’assalto a Villa Spada avvenne nell’ottobre del 1943 e a seguito dell’accaduto, alcuni degli internati e degli ascari che li vigilavano decisero di scappare per sposare la lotta contro il fascismo. Tra loro c’erano anche alcune donne.
Le Marche avevano ospitato diversi campi di prigionia con molti detenuti stranieri di diverse nazionalità. Dopo l’armistizio, questo portò alla nascita di brigate miste, formate da chi era fuggito da certi luoghi. Etiopi, somali ed eritrei si ritrovarono quindi a combattere non solo al fianco degli italiani ma anche di francesi, britannici, jugoslavi e russi. La più famosa delle brigate multietniche della zona fu sicuramente la Banda Mario che nelle sue fila contava, oltre ad almeno dieci africani fuggiti da Villa Spada, anche sovietici, slavi e britannici. Nonostante le palesi differenze, tutti erano accomunati dall’amore per la libertà. Il comandante di questo gruppo era nato a Capodistria e si chiamava Mario Depangher. Nel 1932, era stato in confino a Ponza con Sandro Pertini e poi a Ventotene prima di venire definitivamente internato a San Severino Marche. Nei giorni seguenti all’armistizio, aveva già attaccato un deposito di munizioni con un primo gruppo di antifascisti. Qualche tempo dopo, si trovò a capo di una brigata che portava il suo nome e si contraddistingueva per essere, come disse un soldato inglese componente del gruppo: “A very mixed bunch”.
Oggi esistono testimonianze fotografiche che mostrano i partigiani europei insieme ai loro compagni africani. In uno scatto si vede anche il prete guerrigliero don Enrico Pocognoni, quasi a testimoniare come l’unità di intenti superasse anche le diverse confessioni religiose e le inevitabili difficoltà nel comprendersi tra individui di diverse origini. All’interno della Banda Mario venne a formarsi un linguaggio comune, un “esperanto partigiano” che era espressione del riuscito incontro tra persone dal background molto diverso. Al sito de Il Fatto Quotidiano, lo storico Matteo Petracci ha spiegato la straordinarietà di questo meltingpot: “Molti giovani italiani che hanno partecipato alla banda Mario erano stati cresciuti ed educati secondo il fascismo, quindi con un determinato atteggiamento verso il diverso, verso lo straniero. Eppure non hanno avuto nessuna difficoltà, grazie all’empatia, a riconoscere in quegli etiopi, quei somali, quegli eritrei, un fratello e un compagno di lotta. È una questione di atteggiamento, sono gli elementi esterni che ci permettono di mutarlo”. Questo clima di unione traspare senza dubbio dalle foto, in cui si riconoscono russi, croati, etiopi, serbi e croati. Il collettivo Wu Ming non a caso ricorda come uno di questi scatti sia stato impresso su una serie di magliette, corredate dalla scritta “Antirazzisti per costituzione”.
Nel libro Partigiani d’oltremare, il già citato Matteo Petracci ricorda tra le varie azioni la battaglia di Valdiola. In quel caso, la banda Mario riuscì a respingere gli oltre 2000 soldati italo-tedeschi che, dopo l’attentato di via Rasella a Roma, volevano rastrellare la zona tra Apiro, San Severino e Matelica. Il ministero dell’Interno della Repubblica di Salò scrisse nero su bianco quanto fosse preoccupato del gruppo, soprattutto dei molti stranieri e africani che lo componevano e che vennero da lui definiti “particolarmente feroci”. Era il 24 marzo del 1944.
Il primo luglio dello stesso anno la banda entrò a San Severino Marche aprendo la strada ai polacchi. Alla fine del mese, Villa Spada venne sgomberata e, nei successivi due anni, gli alleati si occuparono del rimpatrio di chi era sopravvissuto alla guerra. Non tutti ce l’avevano fatta. Grazie agli sforzi di Petracci, si è scoperto che i resti di “Carletto” Abbamagal, il primo africano che morì nell’impresa, si trovavano proprio nel cimitero di San Severino Marche. Nello stesso luogo, oggi è stata apposta una lapide in suo ricordo. C’è scritto: “Nato ad Addis Abeba, morto sul Monte San Vicino. Etiope partigiano del Battaglione Mario di San Severino Marche. Insieme ad altri uomini e donne provenienti da tutto il mondo, caduto per la libertà d’Italia e d’Europa”. Carlo Abbamagal morì il 24 novembre del 1943. L’auto in cui viaggiava insieme al comandante Mario e ad altri due uomini venne fermata da una pattuglia di altoatesini della Wehrmacht sulla strada tra San Severino Marche e Frontale d’Apiro. Non riuscì a scappare e il suo corpo esanime venne tumulato a San Severino, senza che nessuno ne sapesse niente fino alle ricerche di Petracci. Al suo capo, Mario Depangher è stata intitolata una via del paese.
Mentre lavorava per far riemergere questa storia, Petracci entrò in contatto con una donna somala che da anni faceva ricerche sul periodo vissuto in Italia dal padre. Il 7 dicembre 2011, ricevette una mail dal Regno Unito: la mittente era Shukri Aden Shire, figlia di uno dei più carismatici prigionieri di Villa Spada. Aveva riconosciuto suo padre, Aden Shire in una delle foto che Petracci diffondeva su internet nella speranza di saperne di più. Tornato in Somalia, Shire aveva deciso di battersi per la libertà anche nel suo Paese ed era arrivato a essere ministro, prima di finire nel mirino del sanguinario dittatore Mohammed Siad Barre. Negli ultimi due anni, Shukri Aden Shire è venuta nelle Marche per ricordare il padre nel giorno della Liberazione d’Italia e solo la pandemia l’ha fermata nel 2020.
Aden Shire, “Carletto” Abbamagal e gli altri africani della Banda Mario non sono però gli unici casi di partecipazione nera alla Resistenza. Dopo essere stato portato in Italia dai militari del Reggimento Sabrata, l’undicenne libico Italo Caracul divenne la mascotte della Brigata Garibaldi, mentre lo studente dell’Università di Roma Isahac Menghistu fu il primo eritreo a essere condannato al confino fascista nel 1936, perché aveva “esternato accaniti sentimenti antitaliani”, gioendo per la decapitazione del tenente Tito Minniti durante la guerra d’Etiopia.
La giornalista Stefania Ragusa ha raccontato la storia di queste persone su Africa Rivista, e a The Vision dice di essere in linea con la posizione di Petracci, che si è sempre detto felice di aver riesumato questa vicenda proprio in questo periodo storico (il libro uscì dopo il raid di Luca Traini proprio nelle Marche). “A prescindere dai pareri, bisogna avere la forza di ricordare avvenimenti storici che abbiano più forza delle mere opinioni. Raccontare certe vicende è un’altra strada per la militanza: visto che i ragionamenti logici spesso non vengono capiti, tanto vale che le persone si confrontino con la realtà dei fatti,” spiega Ragusa, “I confini oggi sono ancora più sfumati e bisogna far emergere un cultura del meticciato che caratterizza in realtà questi tempi, nonostante i rigurgiti razzisti”. La storia della Banda Mario ci ricorda quanto alcuni ideali come la libertà siano in grado di unire le storie più diverse e quanto si sbagli a voler credere solo a quello che ci fa comodo.
Manuel Santangelo, L’incredibile storia dei partigiani africani che aiutarono gli italiani a liberarsi del fascismo, The Vision, 17 giugno 2020

[…] Dopo la descrizione dell’azione di Poldo Vrbovsek e compagni alle carceri di Cagli, rievocata per Panorama dallo stesso autore nel n° 23 del 1971, Giuseppe Mari così prosegue nel suo libro: «Il giorno seguente alla spedizione contro le carceri di Cagli, Franjo Simac, capo di una squadra di Fastiggi, assieme a Djuro e ad alcuni altri partigiani italiani e slavi, assalì la caserma del presidio fascista di Costacciaro. Dopo aspro combattimento il nemico aveva perduto 25 uomini. Forte fu la ripercussione di questi fatti proprio alla vigilia del grande combattimento del 25 marzo che, sui monti di Cantiano metterà alla prova contro ingenti forze nazifasciste l’intero 1° battaglione della Brigata Garibaldi – Pesaro.
Intanto l’offensiva tedesca si sviluppa in crescendo soprattutto nella provincia di Macerata. Il 18 marzo si scatenò un duro rastrellamento sui Monti Sibillini, con gli scontri più aspri in località Monte Monaco. Nello stesso giorno oltre 1000 tedeschi investirono la zona di Fiastra ed impegnarono le bande di Fiastra e di Monastero, queste guidate da Augusto Pantanetti. A questa battaglia parteciparono forze del “Mario” alla guida di Depangher e di Kocic.
Il giorno seguente forze esclusivamente repubblichine attaccarono il distaccamento Picelli, nei pressi di Urbino.
In tale scontro emerse l’episodio dei due giovanissimi partigiani, Giannetto Dini di Fano e Fernando Salvalai di Urbino, i quali ingaggiarono un disperato combattimento contro forze soverchianti, resistendo fino all’ultima cartuccia. Fatti prigionieri, in seguito tennero un fiero contegno davanti al plotone di esecuzione.
La morte dei due giovani e particolarmente di Dini, che avevano conosciuto fin dal novembre [1943] a Cantiano, riempì di costernazione i partigiani slavi. Appena pochi giorni prima Vinko Kozuk, Giannetto Dini, Francesco Lupatelli ed un altro slavo, erano stati protagonisti di un brillante episodio contro un forte gruppo di fascisti presso il gruppo di case San Rocco sulla Flaminia.
Ancora è il maceratese al centro dell’offensiva nazifascista. Da un duro combattimento il 19 marzo tra ingenti forze tedesche e la banda di Carpignano, si arriva, il 22 marzo, ai fatti di Montalto, dove forze tedesche sopraffanno i patrioti e fucilano 24 giovani.
Sei giorni dopo nella stessa località il gruppo Depangher – Kacic vendicò i caduti di Montalto infliggendo alle forze repubblichine la perdita di 23 uomini.
Il 23 marzo 2.000 tedeschi e militi invadono le zone tenute dal Mario e dal Porcarella. Una battaglia durissima impegna contemporaneamente 5 distaccamenti. Gli slavi del “Mario” sono impegnati in quei giorni nei vari combattimenti.
Dai ruolini della formazione “Mario” risultano i seguenti nomi di partigiani jugoslavi: Asanic Ante, Bernik Danilo, Borisov Ivan, Banovec Joze, Budrinic Nikola, Gregar Vinko, Kapovic Vice, Garbotic Bofo, Dolenc Milan, Gubic Mirko, Gepina Matija, Djapié Mate, Djurié Rajko, Gregov Vinko, Kacic Jule “Giulio”, Hiznjak Dimitar, Jenko Rajko, Ivacic Jozo, Justin Joze, Hihar Joze, “Pino”, Klistié Ante, Karabotic Bofo, Lalié Obrad, Lefajic Jakov, Madronjc Nikola, Mervar Allojz, Mazibrada Nikola, Macura Nikola, Modronja Spiro, Markov Dragutin, Novoselec Miroslav, Perkorv Marko, Prepeluh Matija, Perovic Vladimir, Perovic Milos, Radina Joze, Rozman Ludvic, Runic Milko, Rus Ante, Rubignoni Branko, Sevièié Milos, Sodar Franc, Sovic Stjepan, Salic Obrad, Sabljic Stjepan, Sovic Stjepan, Sovic Sikos, Skvin Milan, Turcinov Ante, Trumbic Dalibor.
Sono invece russi: Cerniejev Serghej, Dolgopoli Ivan, Ponomarengo Stefano, Rasvienzov Vasili, Risnicenko Ivan, Simonenco Vasili, Vassiljenkov Ivan.
Giama Elves di Elmi era un etiopico.
In questo elenco sono compresi gli jugoslavi dei gruppi Roti ed Eremita. Gli slavi di quest’ultima banda erano una decina, esponente dei quali era un avvocato dalmata, Minuti.
Sempre il 24 marzo una colonna tedesca proveniente da Matelica attaccò la banda che stazionava nella zona di Bracciano. Cinque furono le vittime partigiane fra cui il prete membro del CLN di Matelica, Don Enrico Pocognoni, che fin dai primi momenti della lotta si era tenuto in utile contatto con il gruppo slavo della zona di Roti ed anche quella di S. Cataldo. In quest’ultima località aveva continuato ad operare, composto quasi esclusivamente di slavi, fin dal novembre, un distaccamento che alla vigilia della morte del comandante, capitano dell’esercito jugoslavo Alfred Kljucesvek, era composto da 24 uomini: diciotto jugoslavi, due russi, quattro italiani. I due russi erano stati rintracciati dagli jugoslavi mentre erano sfiniti dalla stanchezza e dal digiuno. Entrambi si chiamavano Vassili. Del capitano Kljucesvek ecco quanto si dice nella pubblicazione del Mari: «Nello stesso giorno (in cui venne ucciso il russo Niestrarol) cadde il comandante del Gruppo di S. Cataldo, il capitano dell’esercito Jugoslavo, Kljucesvek. Di lui si dice in una pubblicazione dell’ANPI di S. Severino: «Uomo colto e audace, era amato e seguito da tutti i patrioti. Offertosi volontariamente per un servizio di pattuglia, assalito da forze preponderanti, non ebbe un attimo di incertezza e con indomito coraggio combattè fino all’esaurimento delle munizioni, dopo di che fu sopraffatto, colpito a morte cadde a pochi metri dal nemico con l’arma in pugno». Ora è sepolto nel cimitero di S. Severino accanto a Josip Dimitrov, allo jugoslavo Slavec Juliji, morto il 16 maggio, allo jugoslavo Jankovic Jakob, morto il 17 maggio, al piccolo coraggioso etiopico Aba-Megal e ad altri tre jugoslavi di cui si ignora il nome, caduti a Uvagliolo di San Severino…» […]
O.P., Il Gruppo Depangher – Kacic vendicò i caduti di Montalto, Panorama, n° 1, 15 gennaio 1972

Si chiamava Abbabulgù Abbamagal, ma per i compagni era Carlo, anzi Carletto per via della bassa statura e della corporatura esile. Nella foto in apertura (che appartiene all’Archivio Anpi di San Severino Marche) lo vedete al centro, accovacciato, immediatamente riconoscibile per il colore della pelle. Tra gli africani che facevano parte di questa banda partigiana – al momento unica nella storia della Resistenza italiana, e tra poco capiremo perché – è stato il primo a cadere, il 24 novembre 1943.
Oggi c’è una lapide a ricordarlo, nel cimitero di San Severino Marche. Vi si legge: “Nato ad Addis Abeba, morto sul Monte San Vicino. Etiope partigiano del Battaglione Mario di San Severino Marche. Insieme ad altri uomini e donne provenienti da tutto il mondo, caduto per la libertà d’Italia e d’Europa”.
Nella Banda Mario, così chiamata perché a guidarla c’era Mario Depangher, si parlava una babele di lingue, coesistevano tutte le religioni del Libro e militavano uomini e donne. Una dozzina tra loro provenivano dalle odierne Eritrea, Etiopia, Somalia. Ci sono stati altri casi di partecipazione nera alla nostra Resistenza. Ben documentate sono la vicenda del partigiano-azionista italo-somalo Giorgio Marincola, quella di Alessandro Sinigaglia figlio di un ebreo e di un’afroamericana e quella del libico Italo Caracul, mascotte della Brigata Garibaldi. Meno informazioni si hanno sull’eritreo Brahame Segai e sul marocchino Joseph Besonces. Altre testimonianze si riferiscono a “singoli” che parteciparono alle lotte partigiane o che a volte – è successo anche questo – scelsero di stare dall’altro lato della barricata (è il caso di un somalo chiamato Blanchette che fece parte della Xª Mas).
Gli africani della Banda Mario costituiscono però un caso unico: perché si mossero in gruppo e nel gruppo c’erano uomini e donne, ascari e civili. La loro vicenda oggi è stata finalmente ricostruita, grazie al lavoro di ricerca di Matteo Petracci, storico con frequentazioni precoci all’Anpi. Ed è stato proprio grazie all’Anpi che si è imbattuto in una fotografia che ritraeva un gruppo di partigiani di stanza nelle Marche e alcuni di questi avevano la pelle nera. La sua curiosità si è accesa ed è cominciata così la ricerca che ha portato alla pubblicazione, pochi mesi fa, del volume Partigiani d’Oltremare (Pacini Editore). Si tratta di un testo che, nella contingenza attuale, va ben al di là del suo mero contenuto storico. «Considero il riemergere di sentimenti xenofobi e razzisti come una minaccia alla pace», scrive non a caso Petracci nella sua introduzione.
[…] La storia dei partigiani neri della Banda Mario comincia poco prima dell’ingresso dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale. Il governo fascista, che nel 1938 ha già emanato le leggi razziali, vuole realizzare una grande Mostra dedicata ai Territori d’Oltremare (MTO), per dare lustro alla propria immagine di potenza coloniale e in un certo senso lavare l’onta subita all’esposizione di Parigi del 1931, a cui l’Italia aveva partecipato senza potere però esibire la sua supremazia nel Corno d’Africa. La sede prescelta è Napoli. Nel villaggio coloniale saranno ricostruiti gli habitat ritenuti più tipici dei paesi conquistati ed è richiesta la presenza di sudditi coloniali figuranti, anche loro marcatamente “tipici”. Per allestire lo zoo umano, dal corno d’Africa arriveranno una sessantina di etiopi, somali, eritrei e una cinquantina di agenti coloniali (ascari) incaricati di vigilare su di loro. Come si diceva, le leggi razziali erano già state approvate e bisognava dunque limitare nel modo più assoluto il movimento di questa truppa, per evitare contatti con gli autoctoni che andassero oltre la visione espositiva.
Gli organizzatori avevano pensato proprio a tutto, importando dall’Africa anche due sciarmutte incaricate di rispondere alle necessità sessuali dei maschi senza moglie al seguito. Le donne in questione, come spiega Petracci, non erano al corrente dei progetti fatti su di loro e, una volta sbarcate, cercarono disperatamente di sottrarsi al compito.
Nel corso dell’800 e della prima parte del ‘900 le esposizioni coloniali erano una pratica diffusa in Europa e in nord America. Servivano a presentare al pubblico i risultati della missione civilizzatrice dell’uomo bianco. Gli zoo umani erano stati ricorrenti anche in Italia, sebbene se ne parli pochissimo. Il primo era stato ospitato a Palermo nel 1891 ed era interamente dedicato all’Eritrea.
Conclusa l’esibizione i figuranti avrebbo dovuto rientrare in Africa, ma il 10 giugno, un mese dopo l’apertura della MTO, l’Italia entra in guerra e la mostra viene sospesa. Gli africani rimangono sostanzialmente internati nel villaggio, che non è attrezzato per affrontare l’inverno. Non possono uscire, non possono fare nulla. Soffrono, costano e non producono. L’unica attività loro consentita è… recitare. Anche se c’è la guerra, anzi proprio perché c’è la guerra, la macchina della propaganda fascista non può fermarsi. Ma per celebrare l’espansione coloniale e legittimare le politiche razziali non è più possibile girare in Africa. Lo si fa in italia, fingendo di essere altrove e i sudditi coloniali rivelano in questa occasione la propria utilità. L’8 aprile del 1943 il gruppo viene trasferito nelle Marche. Precisamente a Treia, in provincia di Macerata, in un edificio nobiliare che sta cadendo a pezzi: Villa Spada. Qui comincia per loro una seconda stagione, tutto sommato meno dura. Sono in 58: sono nati dei bambini ma ci sono stati anche dei morti. Gli ascari sono una quindicina. A differenza di quel che accadeva a Napoli qui ci sono contatti con la gente del luogo: contadini, funzionari delle anagrafe, il personale medico dell’ospedale. Gli africani, seppure scortati sempre dalle guardie, escono ogni tanto. Qualcuno va anche dal barbiere e talvolta si giocano partite di pallone con squadre “miste”. Gli eventi si susseguono. Nella notte tra il 24 e il 25 luglio c’è la destituzione di Benito Mussolini, l’8 settembre viene firmato l’armistizio. Il 5 ottobre, tre etiopi fuggono da Villa Spada per unirsi a un gruppo di partigiani. Venti giorni dopo sono raggiunti da un altro etiope.
I partigiani sono sforniti di armi. A Villa Spada ce n’è una stanza piena. Con l’aiuto degli etiopi viene organizzata un’azione per impossessarsene. Subito dopo altri africani si uniscono al gruppo. Tra loro il leader della comunità, il somalo Aaden Shire, che aveva avuto un ruolo importante nel cosiddetto incidente di Ual Ual, due donne (una delle due sciarmutte) e, a conferma di come le cose non siano mai solo bianche o solo nere, anche degli ascari. Carletto Abbamagal si unirà qualche giorno dopo. In totale, a scegliere di stare con i partigiani, sono 12 persone.
«Per tutti loro l’ingresso nella resistenza non va letto cone un calcolo utilitaristico. Pur nella cornice data dalla legislazione razziale e le richiamate restrizioni sulla circolazione, fino ad allora somali, eritrei ed etiopi avevano vissuto in una condizione di semilibertà», osserva Petracci. Non avevano insomma la necessità di schierarsi. Non rischiavano la deportazione (come gli ebrei), non erano prigionieri di guerra. Avrebbero potuto aspettare il passaggio degli alleati per tornare a casa. E molti di loro, in particolare quelli che avevano bambini piccoli, in effetti fecero così. Come scrivono Uoldelul Chelati Dirar e Alessandro Volterra: «Unendosi alla Banda Mario essi attraversarono confini politici prima ancora che geografici, rivendicando il diritto ad essere soggetti della storia e di ridefinire radicalmente nozioni di cittadinanza cristallizzate dalla prassi coloniale». La banda Mario, come si è detto, comprendeva persone di svariate nazionalità: inglesi, scozzesi, jugoslavi, sovietici, polacchi, boemi. In essa coesistevano lingue e mentalità diverse. Era una formazione politicizzata e internazionalista. Gli africani di Villa Spada salutavano col pugno chiuso, come facevano gli jugoslavi. Tenere insieme le differenze fu una grande prova e una grande sfida.
Il primo luglio 1944 la banda entra a San Severino Marche, 24 ore prima dell’arrivo dei Polacchi. Viene issata una bandiera rossa, che poi sarà sostituita precipitosamente dal tricolore su richiesta dell’esercito polacco. Il 26 luglio Villa Spada viene sgomberata. A occuparsi del rimpatrio degli africani saranno gli alleati. Tra la fine del 1945 e la metà del 1946 si compie il rientro dei vivi. Petracci, con ulteriori ricerche, è riescito a scoprire dove si trovassero i resti di Carletto Abbamagal: nel cimitero urbano di san Severino Marche. Ed è grazie a questa scoperta che è stato possibile apporre la lapide. Ma la vicenda della banda Mario per il nostro storico non è ancora finita. L’ultimo capitolo ha come protagonista una donna somala che per anni aveva fatto ricerche sugli anni trascorsi in Italia dal padre. Un argomento che in famiglia era stato toccato spesso, senza però circostanziarlo mai. E adesso che il padre non c’era più a lei era rimasta la voglia di sapere di più sulla sua “resistenza”. Grazie a internet apprende della ricerca di Petracci e riconosce il padre, Aden Shire, in una delle fotografie. Il 7 dicembre del 2011, dal Regno Unito, Shukri Aden Shire manda una mail. Ottiene così le informazioni che voleva e, a sua volta, ne fornisce altre, inedite, sulla sorte del padre, che rientrato in Somalia si sarebbe impegnato attivamente per la ricostruzione indipendente del suo Paese, diventanto ministro e successivamente vittima della persecuzione di Siad Barre.
Il 25 aprile del 2018 e del 2019 Shukri Aden Shire, la figlia del partigiano, è venuta nelle Marche, per partecipare alle celebrazioni del 74° e del 75° anniversario della liberazione. Quest’anno, a causa del Covid-19, non ci saranno cortei e manifestazioni pubbliche e anche Shukri non ci sarà. È una ragione in più per celebrare raccontando storie come questa e coltivando la memoria e la gratitudine.
Stefania Ragusa, I partigiani neri della Banda Mario, www.africarivista.it, 25 aprile 2020

Nel cimitero di San Severino Marche una lapide ricorda un partigiano un po’ speciale. Si tratta Carlo Abbamagal, così encomiato nella lapide: “Nato ad Addis Abeba, morto sul Monte San Vicino. Etiope partigiano del ‘Battaglione Mario’ di San Severino Marche. Insieme ad altri uomini e donne provenienti da tutto il mondo, caduto per la libertà d’Italia e d’Europa”.
L’ultimo numero di Nigrizia, il mensile di attualità africana, segnala un’opera dedicata proprio a questo partigiano nero, scritto dallo storico Matteo Petracci: Partigiani d’Oltremare. La recensione, che qui sotto riportiamo è di Stefania Ragusa.
Il battaglione Mario
Cosa era il “battaglione Mario”? Era una banda partigiana caratterizzata da un’anima internazionalista, che non ha avuto eguali nella storia della resistenza. Ne fecero parte anche etiopi, somali e eritrei, ossia “sudditi” coloniali.
A spingere lo storico Petracci in questa direzione di ricerca è stata una fotografia, presente negli archivi dell’Anpi, che ritraeva un gruppo di partigiani di stanza nelle Marche. Tra questi uno aveva la pelle nera. Si trattava di Abbamagal, il cui vero nome era Abbabulgù [..]
Redazione, I partigiani neri, morti per la libertà della nostra Italia, Società Missioni Africane, 6 luglio 2020

All’indomani dell’8 settembre, siglato l’armistizio e fuggito il re al sud, gruppi antifascisti e fuggitivi si aggregano in clandestinità nel territorio settempedano come nel resto dell’entroterra marchigiano. L’istriano Mario Depangher, internato da poco a Sanseverino con alle spalle un lungo passato di lotte e carcere fascista, organizza incontri e predispone piani di azione in vista del momento in cui, inevitabilmente, bisognerà armarsi.
Mario Depangher
Nato nel 1897 a Capodistria, si forma politicamente nel movimento giovanile socialista, diserta la guerra 1914-1918 e si unisce agli scioperi operai antibellici. Figlio di pescatori, pescatore come loro, conosce il primo di una lunga serie di arresti nel 1919, per essere poi amnistiato quindi imprigionato ancora nel 1920 per sospettate azioni antifasciste. Aderisce al Partito dopo il congresso di Livorno e, nel 1922, si vede arrivare l’invito fascista a ricoprire il ruolo di capitano di navigazione. Al suo sdegnato rifiuto corrisponde l’ennesimo ordine di arresto, ma stavolta – in un disordine di piazza degenerato in rissa – stende diversi fascisti e si dà alla macchia. La sua barca viene bruciata per rappresaglia, prima che i fascisti riescano a catturarlo e confinarlo a Lipari. Da dove fugge, prima in Austria, poi in Russia quindi in Francia. Passano anni prima che, rientrato clandestinamente in Italia, venga intercettato a Reggio Emilia e ovviamente, ancora, incarcerato. Gode di un’amnistia, ma per poco: nel 1940 torna in cella, stavolta spedito a Ventotene, e infine 1l 24 ottobre 1940 internato a Sanseverino Marche.
[…] Il Battaglione ha subito gravi perdite, è stata una pesante sconfitta. Se non è andato in frantumi è grazie all’esperienza dei veterani e al loro sangue freddo. Depangher ha il dono di saper scegliere bene i suoi collaboratori. Nemmeno 24 ore dopo la battaglia, negli occhi ancora i compagni trucidati al ponte di Chigiano, si cerca vendetta e viene organizzato un attacco in città. Finora la resistenza si era limitata a rispondere al fuoco, a sabotare, a far propaganda, ad accogliere fuggitivi. Ora le cose sono cambiate, l’equilibrio si è rotto e la reciproca non belligeranza che si basava tra i forti rapporti umani dei protagonisti – che, non va dimenticato, erano persone cresciute assieme nella stessa città, con gradi di conoscenza reciproca tipici dei piccoli centri – era stata oscurata dal sangue della battaglia. Con l’ingresso massiccio di tedeschi nella gestione degli scontri, ormai c’erano occupanti stranieri che attaccavano sconosciuti, non più una potenziale situazione di guerra civile tenuta a bada dalla sapiente diplomazia di Mario Depangher e dal sentirsi fratelli, anche nella guerra, dei settempedani, repubblichini o partigiani che fossero.
Sul far della sera un gruppo si dirige all’albergo Massi, luogo di ritrovo fascista, e un altro a sabotare il centralino telefonico in Piazza del Popolo. Le cose non vanno tuttavia come previsto, il piano di assalto viene scoperto e si genera una confusione che costringe i partigiani alla ritirata. Viene comunque aperto il fuoco, ci sono feriti e nella fuga due fascisti vengono fucilati. Sono due cittadini molto conosciuti, come lo sono le loro famiglie. Ormai la città ha capito che la guerra non può più essere tenuta lontano.
Dopo Valdiola sono emerse tute le lacune del Battaglione: scarso addestramento, armi inadeguate, organizzazione inefficiente. I gruppi si frammentano ulteriormente per aumentare la complessità interna, intensificano i sabotaggi, investono tempo in pianificazione e strategia. I veterani e “Mario Pantera”, paracadutista lanciato dagli inglesi di Brindisi per sbaglio a Sanseverino e unitosi poi al Battaglione, si dedicano ad addestrare militarmente i ragazzi. Intanto gli alleati intensificano i lanci di armi. Il 26 aprile, replicando un’azione simile a quella di marzo, battaglioni italo tedeschi attaccano ancora Valdiola. Stavolta la resistenza è forte, non si fa prendere di sorpresa: a Sasso Spaccato, nei pressi di Elcito, una ventina di combattenti del Battaglione mette in fuga i reparti attaccanti, lasciando sul terreno una decina di morti. Nella vallata di Valdiola i tedeschi non fanno paura, il battaglione ha avuto informazioni sul rastrellamento in tempo utile per disperdersi ed attaccare con tattiche di guerriglia in piccoli nuclei sparsi nei boschi. Tuttavia, nell’ultima casa rimasta in piedi dopo la battaglia di marzo, le SS sfogano la loro rabbia trucidando Armando e Venturino Falistocco insieme a Marino Costantini e Giuseppe Poeta che si trovavano lì, dando poi alle fiamme corpi e abitazione.
[…] Il passaggio del fronte è prossimo. Già il 10 giugno i partigiani entrano in città indisturbati. La priorità ora è evitare atti di rappresaglia contro la popolazione a suo tempo schieratasi con gli invasori, ma su questo punto Mario Depangher è inflessibile, la sua sorveglianza affinché la guerra quasi alle spalle non divenga civile è attenta. I guastatori del nemico in fuga fanno saltare tutti i ponti, con un danno al patrimonio enorme.
Il nemico se n’è andato. Ai partigiani del Battaglione Mario non rimane che entrare ufficialmente a Sanseverino: il primo luglio 1944 due colonne riempiono la piazza da est e da ovest, scoppia la festa. Dalla terrazza del palazzo comunale Depangher saluta i settempedani, bandiere degli alleati e di tutti i paesi che hanno fornito manodopera alla Resistenza sventolano dal terrazzo. Sulla torre di Castello è issata bandiera rossa, poi ammainata dietro minaccia dei polacchi arrivati a Tolentino di abbattere la torre a colpi di cannone.
Dopo 24 ore arrivano i patrioti della Brigata Majella che tallonava i tedeschi. Qualche donna accusata di aver fraternizzato con gli invasori viene rasata, nessun altro atto violento contro nessuno. Il CLN nomina Depangher commissario straordinario, poi il governo militare alleato lo fa sindaco, primo sindaco di una Sanseverino finalmente liberata.
Lorenzo Paciaroni, Sanseverino, 1943-1944. Un inverno di guerra, Una lunga scia di sangue

Il territorio di San Severino è fitto di frazioni rurali e di case sparse. Dalla città si dipartono le propaggini collinari della zona montuosa che attraverso Serripola, Ugliano, Chigiano e Valdiola, arrivano al monte San Vicino.
La resistenza armata si sviluppò nella zona di San Severino subito dopo l’8 settembre, quando si costituì la banda Mario, dal nome del suo comandante Mario Depangher. Di origini istriane, era stato internato da poco tempo a San Severino. Il suo lungo passato di lotte e di carcere fascista, lo avevano reso abile nell’intuire il corso degli eventi e nel prendere l’iniziativa: fin dal 25 luglio organizzò incontri e predispose piani di azione, in vista del momento in cui si sarebbe passati all’azione diretta.
La banda era costituita prevalentemente da persone provenienti dalla zona, ma anche da numerosi slavi e alcuni abissini, russi, francesi e inglesi. Sebbene la presenza marginale di altri gruppi, la banda Mario, poi ≪I° Battaglione Mario≫, ha costituito, per dieci mesi, l’esperienza resistenziale più rilevante nel territorio sanseverinate. Pur non esaurendo la sua attività nella zona, vi è rimasta comunque sempre dislocata, incidendo profondamente nel tessuto sociale e politico della sua popolazione.
La prima preoccupazione del gruppo fu quella di procurarsi armi e munizioni. Per questo vennero svolti unaserie di interventi di prelevamento come quello al deposito di munizioni al ponte di S. Antonio, ai depositi della caserma di San Domenico, allora affidati in custodia ai RR.CC. e al campo di concentramento di Sforzacosta, come ricorda il comandante Depangher: ≪…dopo lunghe trattative il maresciallo Giordano, comandante la locale stazione dei RR.CC., si decide a lasciarsele portar via. Per non compromettere i custodi si da al forzamento una certa parvenza realistica e nella notte del 27 settembre, previa sparatoria, pochi uomini realizzano la non difficile impresa. (…) Poca ruba, ma sempre meglio di niente.≫ (Piangatelli 1985, p.53). Il materiale veniva occultato in parte nel campanile della chiesa di San Giuseppe, per l’intermediazione del sacrestano Germani, fedele militante comunista.
In seguito all’arrivo dei tedeschi a Macerata e al susseguirsi dei bandi emanati nel mese di settembre, anche i partigiani della banda Mario cominciarono a prestare maggiore attenzione. Esplicativi sono l’esplicito avvertimento che il 27 settembre fecero al carceriere del carcere di San Severino e il fermo a San Pacifico, sempre in quei giorni, di due presunte spie.
Il primo ottobre si verificò un primo episodio di scontro tra i partigiani e le forze nazifasciste, sopraggiunte nella mattina a San Severino con l’intenzione di catturare i ribelli e il maresciallo Giordano, accusato di essere un loro collaboratore. Sebbene ci siano diverse versioni su come andarono i fatti – secondo la testimonianza di Depangher, fu catturato ma riuscì a fuggire nel corso del tragitto dal camion, mentre secondo Rodolfo Sarti, messosi abiti borghesi, era già fuggito al loro arrivo – quel che è certo è che il maresciallo alla fine non venne fermato (Piangatelli 1985, p.55). I tedeschi, ipotizzando che si fosse rifugiato presso i partigiani, chiesero rinforzi per una più imponente spedizione punitiva. Pertanto nel pomeriggio, San Severino fu messa sotto assedio da reparti tedeschi e fascisti, a cui si unirono anche i fascisti locali. I partigiani si erano piazzati con le loro mitragliatrici nella zona del santuario di San Pacifico, mentre i tedeschi si piazzarono al Castello, presso Porta San Francesco. Con il sopraggiungere del buio, i partigiani si ritirarono verso la zona montagnosa alle loro spalle, mentre i tedeschi e i fascisti rinunciarono all’operazione. Secondo la testimonianza di Depangher, alla fine, ci furono quattro morti e dieci feriti tra i tedeschi e due feriti tra i partigiani (Piangatelli 1985, p.57). Ma anche una vittima innocente tra la popolazione. Si trattava di Umberto Gazzarotti, un giovane contadino di Serripola che in quel giorno si trovava a lavorare nella valle delle Grotte di San Eustachio, in una zona adiacente a quella dello scontro: ≪Tornava stanco dal suo lavoro quando improvvisamente fu circondato e fermato da un gruppo di soldati tedeschi accompagnati da un ufficiale italiano che andava perlustrando la zona in cerca di patrioti. Gl’imposero con feroci intimazioni di indicare loro dove stavano i partigiani, minacciando di ucciderlo se non avessero parlato. In preda al terrore, implorava pietà, domandava di essere lasciato libero poiché egli non aveva mai visto nessuno girare in quei luoghi. A nulla valsero le sue suppliche: con freddo disprezzo ed inumana crudeltà, uno degli sgherri lo spinse brutalmente lontano mentre un secondo lo colpiva a morte…≫ (Piangatelli 1985, p.57). Il giorno successivo, le forze nazifasciste fecero una seconda incursione a San Pacifico, non ottenendo tuttavia nessun risultato: i partigiani, a piccoli gruppi, si erano sparpagliati verso le alture soprastanti. Subito dopo lo scontro, per esigenze organizzative e di sicurezza, il gruppo lasciò la sua base per trovare un momentaneo appoggio a Chigiano e poi, dal 25 ottobre, trasferirsi a Valdiola. Questa, un agglomerato di poche case in un’ampia conca contornata dai monti al di là dei quali si estende la vallata dell’Esino e Matelica, vicino alle altre località in cui si stavano costituendo le altre bande partigiane: il Monte San Vicino, la Porcarella, Cingoli, Apiro.
L’episodio del maresciallo Giordano trovò ampio risonanza nel territorio maceratese, tanto che ne parlerà, in uno dei primi numeri, anche il giornale clandestino “L’Aurora”. A sua volta, lo scontro di San Pacifico, costituì il battesimo del fuoco per la banda Mario e si trattò del primo episodio di guerra in provincia di Macerata, che si verificò contemporaneamente ai fatti sul Colle San Marco, ad Ascoli Piceno.
Il successo delle operazioni portate a termine nel corso del primo mese di lotta e anche la tempestività delleinformazioni che pervenivano ai partigiani, erano dovute all’attività di supporto organizzativo svolta dal locale Comitato di Liberazione, di cui fu presidente fino al dicembre del 1944, Andrea Farroni.
Dall’ottobre 1943 al marzo 1944, il gruppo fu impegnato nel recuperare un sufficiente armamento, nel procurarsi viveri e vestiario, e nel sabotare i rifornimenti del nemico. Aprirono i magazzini del grano e quelli della lana, impedirono l’ammasso del lardo, dell’olio e del bestiame. L’apertura dei silos di grano era un’operazione al tempo stesso politica, militare e sociale: in questo modo sabotavano i rifornimenti delle forze tedesche e fasciste, si auto approvvigionavano e aiutavano la popolazione.
Inoltre cercarono di sostenere e intensificare il sabotaggio al reclutamento dei giovani, cui i fascisti risposero con un ampio rastrellamento lo stesso giorno di Natale. Numerosi reparti a bordo di vari automezzi si portarono da Macerata a San Severino, piazzarono in punti strategici della città le mitragliatrici e, terrorizzando la popolazione, cominciarono a cercare i renitenti.
Le autorità tedesche erano effettivamente preoccupate dalle continue operazioni di sabotaggio dei partigiani della banda Mario e per questo, già nei mesi di gennaio e febbraio, si ebbero vari scontri in cui tentarono di bloccarli e di riacquistare il controllo del territorio.Tuttavia, è solo dalla seconda metà di marzo che si delineò una situazione militare ben precisa: in vista del ripiegamento tattico dai fronti di Cassino e d’Abruzzo, le truppe tedesche necessitavano di eliminare definitivamente la presenza delle formazioni partigiane. Dal 12 marzo in poi le bande partigiane dell’intera regione furono impegnate, in rapida successione, in duri scontri: da Pozza e Umito, da Acquasanta nell’Ascolano a San Maroto, al Fiastrone, a Visso, a Macereto, a Montemonaco e nella zona di Fiastra, a Monastero e Montalto.
Nella notte tra il 23 e il 24 marzo 1944 circa 2000 tedeschi e fascisti armati di mortai, mitragliatrici pesanti e leggere, arrivando da più fronti, puntarono all’accerchiamento del I° Battaglione Mario, scatenando la cosiddetta ≪battaglia di Valdiola≫. I partigiani guidati da Depangher, coadiuvati dai gruppi Cingoli e Porcarella, si difesero strenuamente impedendo che l’obbiettivo del nemico – disperdere le bande del San Vicino – fosse raggiunto.
Difatti i partigiani del ≪Mario≫ diedero prova della loro presenza con nuove azioni, a partire da quella condotta il giorno successivo, 25 marzo, su San Severino. La sera, una trentina di partigiani entrarono nella città: un parte si diresse all’albergo Massi dove solitamente cenavano vari fascisti locali, un secondo gruppo occupò la stazione ferroviaria e un terzo aveva il compito di sabotare il telegrafo ed il telefono, per togliere ai fascisti ogni possibilità di chiedere rinforzi. L’attacco però prese una piega imprevista. Infatti, un colpo partito accidentalmente dal mitra del comandante Depangher, oltre che ferire un compagno, diede l’allarme ai fascisti presenti nel ristorante, che fuggirono verso la caserma dei carabinieri, in piazza. Lì, nel frattempo, gli uomini del secondo gruppo stavano disattivando il centralino. Così quando compresero che stava accadendo qualcosa di strano, aprirono il fuoco contro le finestre della caserma, da cui cominciò a piovere bombe a mano, che ferirono uno degli uomini. Nel corso della vicenda, accadde un fatto ancora oggi poco chiaro nei suoi sviluppi e di cui non si ama molto parlare: un giovane fascista, con un più anziano camerata incontrato casualmente lungo la strada, furono fermati da alcuni partigiani, condotti in una via periferica e fucilati.
Il giorno successivo, giunsero a San Severino rinforzi da Macerata. Il capo della provincia Ferazzani aveva stilato un elenco di antifascisti da arrestare ma alla fine fu convocato solo l’avv. Turchi, noto esponente del Partito Popolare, rilasciato dopo una serie di umiliazioni.
Alla fine del mese di aprile si dispiegò una seconda ondata di rastrellamenti in tutta la regione. Il 26 aprile, battaglioni misti italo-tedeschi tentarono un nuovo attacco anche nella zona del San Vicino, in quella che viene ricordata come la ≪seconda battaglia di Valdiola≫. Nei giorni successivi, il notevole aumento del numero dei partigiani affluiti in montagna rese necessaria una nuova organizzazione del Battaglione Mario, il quale venne trasformato nel Comando Divisione Mario.
Durante le prime settimane di giugno, San Severino assistette al passaggio sempre più intenso delle colonne di militari tedeschi che, utilizzando qualsiasi mezzo di locomozione, si dirigevano verso nord. Già il 10 del mese gruppi partigiani entrarono liberamente nella città, tuttavia la ritirata delle forze germaniche poteva porre il rischio della rappresaglia sulla popolazione, come si verificò a Camerino e Capolapiaggia, e per questo il comandante Depangher raccomandò ai suoi distaccamenti di evitare qualsiasi azione che potesse comportare una ritorsione sui civili. Solo il 1° luglio 1944, con due giorni di anticipo sull’arrivo delle truppe alleate, il comandante Depangher con i suoi uomini entrarono ufficialmente a San Severino: suddivisi in due colonne provenienti dal ponte di Sant’Antonio e da Fontenuova, fecero il loro ingresso in città portandosi nella piazza centrale dove si era riunita la cittadinanza. Dalla terrazza del palazzo comunale, il comandante tenne un solenne discorso in cui ricordò le più importanti esperienze fatte nei mesi in montagna e i caduti morti nella speranza di un’Italia libera.
Bibliografia
Anpi “Medaglia d’Oro Capitano Valerio” (a cura di), Ribelli per amore. I sacerdoti marchigiani nella Resistenza, [S.l. : s.n.] 2005.
Anpi San Severino Marche, La Resistenza a San Severino. Testimonianze, stampa 1993.
Comitato Cittadino Celebrazioni Ventennale della Resistenza (a cura di), La Resistenza in San Severino Marche (8 settembre 1943-1 luglio 1944), Bellabarba, San Severino Marche 1965.
G. Piangatelli, Tempi e vicende della Resistenza a San Severino Marche, ANPI, Macerata 1985.
C. Traversi, La Resistenza nel Sanseverinate, San Severino Marche 1977.
Redazione, San Severino, www.storiamarche900.it

Partigiani slavi e sovietici il Primo Luglio 1944 in Piazza a Sanseverino
– immagine proveniente da Raoul Paciaroni, Una lunga scia di sangue, Hexagon Group, Sanseverino Marche, 2014
– Fonte: www.lorenzopaciaroni.it

[…] Dall’8 Settembre Mario stava sui monti. Unico comandante comunista dei battaglioni della V Brigata Garibaldi, a capo dell’unica formazione che non si sciolse quando, in quei nove mesi nelle montagne più aspre, gli scontri seminarono quotidiana morte e dolore; figura carismatica, istriano con un alle spalle anni di carcere fascista e confino, ogni giorno su quell’Appennino così lontano dai suoi pescherecci rischiò la vita per farsi deporre e arrestare pochi mesi dopo la Liberazione dagli alleati che non gradivano la sua appartenenza politica. Tornò a pescare a Capodistria fino all’ultimo dei suoi giorni.
Una via di campagna, nel mio irriconoscente democristiano paese natale, ne onora in maniera miserabile la memoria.
La penna felice di Mario De Simone (1925-1993), scrittore di viva sensibilità culturale, che in qualità di staffetta del G.A.P. aveva collaborato con i partigiani e fu testimone di quello storico primo Luglio, trasmise in un suo dattiloscritto le emozioni di quel giorno:
“Il mattino successivo pareva che tutto il paese aspettasse un enorme starnuto, di quelli che non riescono a esplodere quando prudono le narici. Mario Savìnola [pseudonimo dell’autore] e i suoi compagni andarono da una sarta in paese per fargli cucire una bandiera rossa larga quanto un lenzuolo a due piazze con la falce e martello nel mezzo. A metà mattinata scesero i partigiani del triestino [Mario Depangher]. “Perché non avete sparato dalle alture sui tedeschi? Potevate salvare i ponti” fu detto. “Avevamo paura delle rappresaglie in paese” venne risposto. A mano a mano che passavano le ore ci si convinceva che di tedeschi in giro non ce n’era proprio più: gli ultimi avevano fatto saltare i ponti alle spalle. Lo starnuto esplose finalmente fragoroso e liberatorio: la piazza si riempì di popolo che pareva la processione del Corpus Domini. Uomini armati passeggiavano in piazza con le ragazze, con gli amici, coi parenti: ognuno aveva una gran voglia di parlare, parlare, parlare… Tutti ne avevano un gran bisogno: ragionavano, gesticolavano, camminavano in su e in giù, all’aperto o sotto il porticato. Solo adesso ci si accorgeva quanto fosse vuota la piazza nei mesi precedenti: tanta gente insieme era stato uno spettacolo insolito per tanto tempo… oh, quanto: soltanto adesso ci si ricordava dell’allegria perduta. Pareva una fiera, un mercato. Nell’angolo riparato dal sole venne issata una damigiana su un tavolino: tutti potevano attingervi liberamente. In segno di giubilo per far rumore si sparavano in aria le cartucce avanzate. Una pallottola vagante colpì una donna anziana e l’uccise. Seguì un attimo di sbigottimento e un affollarsi attorno al corpo esanime. Poi tornò tutto come prima. Nel pomeriggio arrivarono un paio di camion di bersaglieri: “Sono quelli della Maiella!” gridò la gente facendo ressa intorno. Intanto le damigiane vuote s’ammucchiavano. Quando annottò i nuovi arrivati si misero in cerca di donne che avevano collaborato coi tedeschi e i fascisti per rapargli i capelli a zero. Si pose di mezzo qualcuno del posto e le tonsure vennero ridotte al minimo indispensabile. Una settimana dopo quelle donne ostentavano in giro il fazzoletto annodato in testa: diventò quasi una moda femminile. La bandiera rossa, cucita che fu, era uno spettacolo. Mario Savìnola e i suoi compagni salirono di corsa sulla collina. Giunsero trafelati al Castello, ma l’impresa più difficile fu di salire in cima alla torre. Scale con pioli tarlati, pianerottoli di legno che cedevano sotto i piedi, tutto venne superato di corsa per raggiungere il campanone. Il bandierone venne inalberato: sventolava glorioso all’aria gagliarda che spirava dal mare, sotto il sole potente di quel primo di luglio trionfante su Sansivè e sul creato intorno. Gli sbandieratori s’attaccarono alla corda dandosi il cambio finché la valle non ridondò di vibrazioni solenni. A Mario Savìnola sembrava di stare sul campanile di San Marco, quando suo padre ce lo portava da piccolo. Un contadinello arrivò col fiato in gola: parlava concitato ma nessuno lo capiva per via del rimbombo. Allentarono la fune; subentrò un silenzio strano pieno di vespe ronzanti. “Hanno detto i polacchi che stanno sulla costa di Tolentino” annunciò il villanello “che dovete levare subito la bandiera rossa dalla torre sennò ve la tirano giù loro a cannonate assieme al castello…”. I compagni si guardarono esterrefatti: “L’hanno detto i polacchi?” chiesero sbalorditi. “Loro l’hanno detto: stanno sulla costa in salita e ci hanno pure i carri armati. Ho fatto una corsa in bicicletta che non ne posso più…”. E crollò giù a sedere. “Adesso riposati” rispose uno degli sbandieratori “poi torna indietro e dì ai polacchi che se la tirino giù loro la bandiera…”. La voglia di dar di corda era passata; quella dei polacchi era stata una doccia fredda. Scesero mogi dalla torre impiegando più tempo che per la salita mentre dalla piazza salivano grida di festa e applausi. Un pretino poco più che seminarista si rimboccò la tonaca per arrivare in vetta. Ammainò lui la bandiera e la sostituì col tricolore. Più tardi i giovani compagni vennero messi al corrente sul perché i soldati di Anders, reduci dalla prigionia sovietica, vedessero il rosso come il fumo negli occhi. Gli applausi che venivano dal basso erano per il triestino. Stava imbastendo un discorso dalla terrazza del municipio; talvolta le parole venivano spezzate dalla commozione: gli applausi l’incoraggiavano a proseguire. Dietro l’oratore improvvisato c’era un gruppetto di gente: era il Comitato di Liberazione, un rappresentante per ogni partito. Lisandro Bartolera faceva parte del gruppo. Alla fine sindaco e Giunta comunale vennero eletti seduta stante per ovazione di popolo. Per Sansivè la guerra era finita. Del passaggio del fronte nessuno s’era accorto”.
Con Mario scesero tutti, dai monti. Scese Bruno Taborro che è stato l’ultimo ad abbandonarci. Scese Lidio Fiori eroe senza medaglia e scese Gioacchino Panichelli che portava con sé anche la gioia del padre Tito, vedetta armata uccisa dai tedeschi pochi giorni prima, di entrare trionfante nella piazza della città liberata. Scesero i parroci, gli slavi e i sovietici, si abbracciarono con i membri del CLN, con i Carabinieri, con i combattenti del Battaglione Mario. Sventolavano dal balcone del Municipio la bandiera italiana, quella americana, quella inglese, quella sovietica e quella jugoslava.
Scesero Fofo e Checchino, Aspreno e Ennio, Gino e Armando, Pantera e Romano e Napoleone in missione segreta, scese Giulio lo Slavo, scese l’elegante Tito. […]
Lorenzo Paciaroni, Primo Luglio 1944, Sanseverino libera, luglio 2014

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