Non solo Bibì e Bibò

Da un po’ ci pensavo, ma poi rinviavo – non so bene perché -, di fare vedere almeno qualche pagina del vecchio “Corriere dei Piccoli”. Anzi, per essere preciso, qualche mezzo foglio scannerizzato già tempo fa sull’unica copia di quel settimanale (del 17 agosto 1958) a disposizione dell’amico Bruno Calatroni di Vallecrosia (IM), competente collezionista di fumetti.

E, come mi era già capitato con un altro periodico di avventure dell’epoca, mi sono ritrovato una storia – in questo caso, quella accennata nella soprastante immagine – che da bambino mi era talmente piaciuta, da ricordarmela, a sommarie linee, tuttora. Forse in quell’anno non avevo ancora letto “L’Isola del Tesoro”. Di sicuro non “Tom Sawyer” e il resto di quella saga di Mark Twain. Perché, ripensandoci oggi, l’influenza di questi classici, e di altri, di azione per ragazzi, mi sembra molto evidente. In ogni caso l’insieme – la trama, certi dettagli, lo stile delle vignette – me lo sono sempre rammentato con il tratto distintivo del garbo.

Comunque, si ritrovavano allora sul “Corriere dei Piccoli” altre serie di episodi con le stesse impostazioni di fondo da me qui appena messe in evidenza.

Viste le cose con il senno di poi, c’erano anche vicende – come questa del Duca d’Aosta – che al giorno d’oggi vengono a prevalente senso comune – per lo meno il mio! – ritenute scorrette.

Ma, con l’assetto tipico di un giornalino, quella rivista aveva una funzione informativa, se non educativa. Tante famiglie – compresa la mia, che, come ho già qui sostenuto, difficilmente mi procurava fumetti d’avventure, che leggevo comunque grazie agli amici – attribuivano, invero, al “Corrierino” valenza di istruzione. Anche a poche altre riviste del tempo, ma sorvolo sul tema per non aprire troppe parentesi.

Questo racconto non mi dice proprio più nulla. Solo che posso accennare per rapidi esempi che su questo settimanale ho letto “Il giro del mondo in 80 giorni” di Verne e scritti di Gianni Rodari – forse già qualche sua filastrocca: la sua complessiva opera l’ho compresa ed apprezzata da adulto – e di Mino Milani.

C’era, forse, ancora del facile moralismo, retaggio anche storico degli esordi ai primi del 1900 di questo giornale. Solo che di Manuel Fangio mi sovviene di aver letto – ma non sono sicuro se su quelle pagine – del suo sequestro dimostrativo ad opera di militanti castristi. E di sicuro mi rammento sul “Corrierino” note molto pertinenti sullo sport, ancor più su quelli che dovrebbero essere i suoi valori di fondo: faccio solo l’esempio nel calcio del “gigante buono” Gunnar Nordhal, indimenticabile centravanti svedese del Milan dei primi anni ’50, l’atleta che buttava fuori il pallone per soccorrere il terzino che si era fatto male cercando inutilmente di falciarlo.

Questa la prima pagina – o copertina – del numero in questione. Nella linea della tradizione. Per come la so io, che pur ho visto (e dovremmo avere qualcosa del genere in famiglia da qualche parte) ristampe pregresse di copie, per lo più anteguerra, del giornalino. In linea, perché dagli inizi il “Corrierino” presentava come caratteristica principale vignette con didascalie in rima, vignette per le quali emersero, tra gli altri, bravi disegnatori come il sanremese Antonio Rubino e il creatore del signor Bonaventura – quello, con l’inseparabile bassotto giallo, del famoso “Milione” -, creatore che era anche un bravo attore (se non sbaglio impersonò l’abate Faria nel “Montecristo” televisivo italiano di grande successo), Sergio Tofano. Negli annali sono rimasti altri personaggi come il Sor Pampurio.

Indimenticabili Bibì e Bibò, a lungo sinonimi nel parlare comune di monelleria, perché erano la versione nostrana di una fortunata e veramente importante striscia. Nell’esemplare del 1958 non appaiono. Solo che me li ricordo bene, da quando il “Corriere dei Piccoli” mi veniva già dato in visione ancorché non andassi ancora a scuola e, pertanto, non sapessi leggere. Mi veniva commentato, tuttavia, e la loro mamma, chiamata sul giornalino Tordella, rappresentava un buffo nomignolo di cui in diversi facemmo spesso in seguito vasto uso – e abuso -.

Sì, il discorso mi ha proprio preso la mano. Devo per forza tralasciare altri frammenti di ricordi. Pensavo di averne di meno!

D’altronde la mia intenzione iniziale era solo quella di riprendere qualche accenno contenuto in miei vecchi post. Nessuna pretesa di analisi critica, per la quale rinvio il lettore ad altre possibili fonti.

Quindi, nulla di più da parte mia di un personale gioco sul filo della memoria, come tale molto lacunoso, nonché limitato al periodo che va dal 1955 al 1960 circa.

Solo che, avendo già in mente la traccia di queste righe, finisco di rileggere un libro di racconti sulla città di confine, scritto tempo addietro da un amico di Ventimiglia (IM). E non salta fuori il nome, che io non rammentavo, del padre di Bibì e Bibò, il “famoso” Capitano Cocoricò?

A questo punto devo proprio andare a cercare come si chiamava quel personaggio – che a loro si accompagnava – con l’alto cappello a tuba color ocra, come il suo lungo pastrano, e dalla lunga lunga barba…

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