Altre voci della letteratura thriller e pulp in Puglia

Nel panorama letterario italiano degli ultimi anni un posto senza dubbio di riguardo è occupato dal giallo-noir declinato anche nelle sue numerosissime sfumature (dal thriller al mistery, alla spy-story, al pulp). Tra gli autori più quotati del genere ci sono i pugliesi Gianrico Carofiglio <1, Giancarlo De Cataldo <2 e Donato Carrisi <3, fin dai loro esordi riconosciuti dalla critica e dai lettori come capofila di nuovi modelli di stile, perciò non è forse un caso che la Puglia sia una delle regioni italiane <4 in cui si contano più scrittori votati totalmente <5, solo parzialmente <6 o talvolta soltanto occasionalmente <7 a questi tipi narrativi <8; dalla lunga lista traiamo i nomi di Francesco Caringella e Giuseppe Merico, senz’altro due tra le voci più rappresentative dell’evoluzione del genere nell’area pugliese.
Francesco Caringella, nato a Bari (nel 1965) ma ormai romano d’adozione, appartiene alla schiera degli scrittori dall’interno <9, ovvero a quei professionisti della legalità (magistrati, avvocati, poliziotti, cronisti di nera) che per motivi di lavoro conoscono approfonditamente le dinamiche degli atti criminosi e le procedure legali ad essi connesse; magistrato penale e poi Consigliere di Stato, come già altri autori di genere suoi corregionali <10 anche Caringella segue la scia tracciata dall’ex magistrato barese Gianrico Carofiglio e dal magistrato tarantino Giancarlo De Cataldo decidendo di narrare da esperto due storie che vedono come protagonisti personaggi a loro volta interni all’organigramma della giustizia italiana: un magistrato pugliese nel romanzo d’esordio Il colore del vetro e un commissario di polizia barese nel successivo Non sono un assassino; in entrambi i romanzi si riconosce palesemente il modello narrativo del legal-thriller all’italiana ideato da Carofiglio con la saga dell’avvocato Guerrieri <11.
Nel più recente Dieci minuti per uccidere la modalità narrativa invece cambia e il legal-thriller e i personaggi investigativi canonici lasciano spazio a una trama più genericamente gialla in cui spicca la novità della vittimadetective: è infatti lo stesso protagonista, agonizzante negli ultimi minuti di vita, a cercare nei suoi ricordi di padre e marito gli indizi che lo porteranno a scoprire il colpevole del suo omicidio che si nasconde ancora nel buio della scena del delitto.
[…] Caringella fin dalla prima prova mostra una sicurezza insolita nel calibrare la presenza dei tecnicismi nel tessuto dell’intreccio narrativo, rendendo il racconto fluido e scevro da quegli intarsi lessicali e testuali troppo marcati a livello specialistico utilizzati normalmente dagli scrittori-magistrati per riportare i dibattimenti in aula, i resoconti processuali o gli interrogatori che possono risultare stucchevoli ai non addetti ai lavori. Per descrivere i momenti dell’istruttoria lo scrittore preferisce infatti sistematicamente il racconto in terza persona solo a sprazzi intervallato dalle frasi pronunciate dai protagonisti, in modo da spostare sul piano della narrazione, sebbene lunga e articolata, le fasi del dibattimento
[…] Anche la presentazione di concetti tecnici avviene tramite éscamotages narrativi che catturano il lettore, come ad esempio la riflessione personale del protagonista sulla questione, in modo da offrire una visione più empatica; emblematica a tal proposito la descrizione del falso positivo:
“Nelle scuole di polizia si insegna poi che, salvo intimidazioni e corruzioni, a un primo riconoscimento positivo seguono inevitabilmente successivi riconoscimenti positivi. Forse per la tendenza dell’animo umano a non cambiare mai idea. Forse per il progressivo assestamento della mente con la tranquillizzante sostituzione dell’immagine percepita con quella già riconosciuta. Forse per la pigrizia che ci spinge ad adagiarci nel morbido seno di comode verità. […]. Certo è che a un primo riconoscimento positivo, seguono, ancora più vigorosi, altri riconoscimenti positivi. Nei successivi riconoscimenti la mente non ricorda l’immagine vista nel mondo reale ma l’immagine già riconosciuta. Il secondo riconoscimento finisce così per essere la semplice conferma del primo, ormai definitivo e intangibile” (pp. 106-107).
Caringella si avvale di uno stile asciutto e attento che non lascia spazio nemmeno nei dialoghi a cedimenti colloquiali o regionali, per questo risulta insolita quanto interessante la sua volontà di far trapelare il dialetto barese unicamente in un paio di battute del magistrato di Adelfia (mentore del protagonista) foriere dei dettami più importanti della professione
[…] La tecnica descrittiva e le modalità narrative utilizzate da Caringella in questo secondo romanzo ricordano senza dubbio in maniera ancora più evidente rispetto alla prima prova le requisitorie in aula del carofigliano avvocato Guerrieri.
A differenza di quanto avviene nel primo romanzo in cui Bari e la baresità assumono solo negli ultimi capitoli il ruolo di protagonisti (anche con descrizioni forse esagerate), in questo nuovo racconto, proprio come fa Carofiglio nelle sue storie, i luoghi e gli altri particolari localizzanti vengono disseminati in tutta la trama e tratteggiati in modo da creare un’atmosfera inequivocabilmente ma non eccessivamente autoctona.
[…] Dieci minuti per uccidere. Si apre con un prologo ambientato in una Corte d’Assise in cui un anonimo imputato sibillinamente ammette di aver sparato ma si dichiara innocente il terzo romanzo di Caringella, Dieci minuti per uccidere (edito nel 2015)
[…] In Puglia il filone pulp nelle sue diverse sfumature pare trovare adepti quasi esclusivamente in area salentina, a partire dal padre del pulp-western all’italiana, il manduriano Omar Di Monopoli <51, passando per la vena pulptrash del tarantino Cosimo Argentina <52, fino al filone estremo pulp-cannibal della magliese Angela Leucci <53, insinuandosi anche tra scrittori normalmente votati ad altri stili, come ad esempio Livio Romano <54, o che solo dopo un percorso di tutt’altra natura hanno aderito al genere come Carlo D’Amicis <55.

Giuseppe Merico (San Pietro Vernotico, 1974), ormai da anni bolognese d’adozione, esordisce con Dita amputate con fedi nuziali (2007), una raccolta di schizzi e racconti brevi disincantati e spesso ai limiti del sarcasmo, per poi proseguire con i romanzi Io non sono esterno (2011) e Il guardiano dei morti (2012).
Dita amputate con fedi nuziali. La raccolta contiene numerosissimi momenti catturati alla realtà o immagini mentali che fluiscono dalla penna di questo scrittore salentino linguisticamente sempre in bilico tra ricercatezza poetica e stile prosaico
[…] I flash narrativi di Merico immortalano di tutto, dalle decapitazioni dell’ISIS, come appena visto, all’attentato alle torri gemelle (Come poterne parlare?, pp. 43-47), dall’abuso sessuale sui minori perpretrato in famiglia alle malattie mentali (Romeo, pp. 35-39), dalla violenza adulta figlia di una violenza subita da bambini (Una storia come tante, pp. 41-42) all’omosessualità (Meduse, pp. 49-50), a molto altro; solo il racconto che dà il titolo all’intera raccolta (alle pp. 91-94), storia di un anatomopatologo che tiene nascosti nella sua cantina, a mollo in vasetti di formalina, gli anulari sinistri con tanto di fedi nuziali dei morti di cui ha eseguito l’autopsia, preannuncia però la vena pulpfetish dello scrittore che prenderà corpo nei due romanzi successivi.
Rarissime in questa prima prova le evocazioni della terra d’origine
[…] Io non sono esterno. A qualche anno di distanza dalla prima prova esce il primo romanzo di Merico, storia di un ragazzino tenuto segregato nella cantina di casa dal padre che infierisce fisicamente e psicologicamente su di lui in maniera brutale fino all’abuso sessuale <59.
La scrittura, in un italiano controllato che cede solo assai di rado a qualche sfumatura locale, si basa su toni duri e descrizioni impietose che si materializzano nelle frasi brevi che riproducono il lungo monologo dell’io narrante: il protagonista, un ragazzino di undici anni, racconta in maniera ferocemente adulta la sua realtà, catapultando fin dalle prime righe il lettore in una inquietante dimensione sotterranea:
“Io non sono esterno. Non lo sono da un pezzo. Conosco questo posto, guardo gli angoli che sono bui e più bui. Ci sono differenti gradazioni di buio, una per ogni centimetro. Il nero si fa più nero e la profondità diventa abissale, spaziale. […] Io non sono esterno perché mi sembra di essere più profondo del mio corpo (p. 9)”;
[…] Come un’altalena i ricordi degli anni passati in casa si alternano al racconto della prigionia; la brutalità del padre si oppone alla memoria della dolcezza della madre, anch’essa tuttavia a tratti abbrutita dalla presenza dissacrante del marito
[…] L’ambientazione salentina delle storie di Merico si spiega con l’attaccamento dello scrittore alla sua terra d’origine, come racconta egli stesso <60, nonostante la scelta dell’emigrazione per motivi di lavoro; di fatto però la contestualizzazione spaziale è quasi assente, fatta di qualche sporadico cameo ben nascosto nel tessuto narrativo
[…] rarissimi sono infatti i riferimenti espliciti sia alla Puglia sia più specificatamente al Salento patria dell’autore:
“Canticchio una canzone che mi cantava la mia mamma: “Sciamu alla fiera delli bobbò e cattamu nu bellu ciucciu oppala oppala cavallucciu” <65 (p. 17);
È estate, l’estate della Puglia. Di giorno sento le cicale. Di notte i grilli (p. 18);
Lui e lo sfasciacarrozze tornarono da Bari con una valigia piena di soldi (p. 25);
Papà diceva che l’assistente sociale era la persona più verminosa che avesse mai conosciuto. Gli chiesi: “Cosa significa verminosa?”. Mi disse che significava che l’assistente sociale era pieno di vermi perché bastavano duecentomila lire al mese e un po’ di stecche di sigarette di contrabbando perché lui si facesse gli affari suoi. E se li faceva. Muto come un tonno (pp. 29-30);
“Poi domattina quando vengo io, tu sei della Famiglia. Pe nui sinti comu nu frate, a capitu? <66” (p. 87);
Gli uomini del Cep <67, lo sapeva, non avevano preso la mira (p. 139);
Tutto si capovolge, il mare, le luci di Torre dell’Orso (p. 149).”
Più frequenti sono invece le pungenti descrizioni del paesaggio in cui è ambientata la storia e nel quale si riconoscono solo vagamente i colori e i rumori della provincia di un Sud profondo abbandonato a sé stesso:
“La nostra casa si trova in una via periferica di un paese periferico, in un’italia con la i minuscola tra la ferrovia e la tangenziale (p. 24);”
[…] Il guardiano dei morti. La storia stavolta è quella di un uomo che lavora in un cimitero occupandosi della chiusura delle bare e della tumulazione dei feretri; lo circondano figure di sconfitti come il ragazzo con gravi problemi mentali che lui accoglie in casa dopo la morte del padre adottivo, la prostituta abusata da piccola dal padre con cui intrattiene una relazione quasi di coppia, uomini anziani che cercano in bambini la soddisfazione dei loro piaceri sessuali.
Il contatto quotidiano con la morte lo ha reso instabile (confondo i nomi e le persone e questo sapore di malattia in bocca, p. 58), capace di atti pieni di pietà (Sono l’ultimo a guardare il morto e sono l’ultimo a toccarlo, lo bacio sulla fronte. Li bacio tutti, sempre, p. 13) come di azioni profananti trash-fetish
[…] La lingua narrativa è attenta, basata su un italiano medio che si mescola qua e là a inserti più ricercati, come appena visto, o più colloquiali, in cui però il cedimento all’italiano locale (che spesso si estende più latamente all’area meridionale) avviene raramente e in maniera abbastanza velata
[…] Espliciti, anche se non frequentissimi sono i richiami al territorio: Casalabate, una località tra Squinzano e Trepuzzi, nel Leccese; Torre San Gennaro in provincia di Brindisi; la stessa Brindisi, Lecce, Cellino San Marco, San Donaci, Mesagne, Squinzano, Torchiarolo, Campi, Novoli; talvolte crude, altre volte invece quasi poetiche le descrizioni dei paesaggi di mare, delle distese di pomodori e ulivi, di un’umanità spesso al limite dell’animalesco che punteggiano quasi tutte le pagine
[…] Come moltissimi altri autori pugliesi contemporanei (tra i tanti citiamo almeno Mario Desiati, Nicola Lagioia, Cosimo Argentina e Carlo D’Amicis) anche Caringella e Merico condividono un’esperienza, quella dell’emigrazione, che quasi li obbliga a tornare narrativamente ai luoghi che li hanno visti crescere per raccontarli scavando nei ricordi o per reinventarli guardando con occhi diversi e disincantati ciò che prima della partenza poteva apparire quasi normale; ne scaturiscono due Puglie diverse: quella levantina punteggiata di toponimi e brevi descrizioni tratteggiata da Caringella sul modello carofigliano e quella salentina fatta di abusi e miserie interiori raccontata da Merico con i crudi toni del pulp; stili e lingue assai diversi per storie totalmente differenti. Due voci narrative non comparabili per trame e modi narrativi ma che insieme contribuiscono però a comporre il puzzle delle varie vene del noir nel panorama letterario pugliese (ma anche nazionale) contemporaneo.
1 Sulla produzione di genere dello scrittore levantino si veda nota 11.
2 Ricchissima la produzione del magistrato tarantino, fine narratore di episodi di cronaca nera a partire da Romanzo criminale (DE CATALDO 2002), ma anche abile inventore di storie noir (cfr. DE CATALDO 1989, 2000, 2007, 2008, 2012, 2013 e 2014; BONINI-DE CATALDO 2015 e 2016; CARLOTTO-CAROFIGLIO-DE CATALDO 2014).
3 La cui produzione è incentrata in parte sul filone thriller/spy story e in parte sul sottogenere investigativo (cfr. CARRISI 2009, 2011, 2012, 2013, 2014, 2015 e 2016).
4 Insieme a Campania e Sicilia.
5 Come ad esempio Omar Di Monopoli (2007, 2008, 2010, 2014 e 2017).
6 Lo scrittore tarantino Cosimo Argentina, seppure con intermezzi di altro genere, presenta ad esempio fin dagli esordi (Il cadetto, 1999) una chiara vena pulp che si fa via via sempre più dura fino a giungere al pulp-trash (con Il cattivo tenente in salsa tarantina del 2011, Per sempre carnivori del 2013 e L’umano sistema fognario del 2014); inizio intimistico invece per Gabriella Genisi (2005, 2006 e 2009) prima del passaggio al giallo con la saga che vede come protagonista l’ispettrice barese Lolita Lobosco giunta al sesto episodio (2010b, 2011, 2012, 2014, 2015 e 2016) e noir con vari racconti (cfr. 2010a).
7 Come fa ad esempio Nicola Lagioia nel suo La ferocia (2014).
8 Per una panoramica sugli scrittori contemporanei giallo-noir-thriller-mistery-pulp pugliesi si veda CAROSELLA (2013).
9 Per la definizione si veda STRAZZERI (2005).
10 Come ad esempio l’ex magistrato barese Leonardo Rinella, autore di Un nodo da sciogliere (2006); il questore Piernicola Silvis, con L’ultimo indizio (2008); gli avvocati salentini Maria Serena Camboa con L’avvocato del re (2011) e Giuseppe Calogiuri con Tramontana (2012) e Cloro (2016), il tenente colonnello barese Roberto Riccardi con Legame di sangue (2009), I condannati (2012a), Undercover. Niente è come sembra (2012b), Venga pure la fine (2013) e La firma del puparo (2015); il dirigente di polizia Pietro Battipede con In-giustizia sotto pelle (2008) L’ultima risonanza (2010) e Il colore nero del limone (2012) e il romanzo a tre voci (la sua di questore, quella della direttrice del carcere
di Rebibbia e quella di un magistrato) Una storia diversa (BATTIPEDE-RASOLA-SASO 2014).
11 Giunta al quinto episodio (cfr. CAROFIGLIO 2002, 2003, 2006, 2010 e 2014a); il maresciallo dei carabinieri Pietro Fenoglio, piemontese trapiantato a Bari, è invece il personaggio investigativo della nuova serie carofigliana che conta al momento gli episodi Una mutevole verità (ID. 2014b) e L’estate fredda (ID. 2016).
51 Autore della trilogia Uomini e cani (2007), Ferro e fuoco (2008) e La legge di Fonzi (2010), del recentissimo Nella perfida terra di Dio (2017) e della raccolta di racconti brevi Aspettati l’inferno (2014).
52 Cfr. nota 6.
53 Si vedano in particolare Nani, ballerine ed altre suggestioni (2009) e Café des artistes (2011).
54 Cfr. ROMANO (2011).
55 Cfr. D’AMICIS (2011a, 2011b e 2014).
59 L’ambientazione esterna (un Sud dimenticato da tutti) e interna (un nascondiglio sotterraneo) così come la giovane età del protagonista e la ferocia degli adulti nei confronti di vittime indifese ricordano un capolavoro della letteratura pulp, Io non ho paura di Niccolò Ammaniti, uscito un decennio prima.
60 Il paese «non è solo il luogo dell’infanzia, ma anche il posto dove trascorro quasi tutte le estati e ci torno spesso anche durante l’inverno; […] non rappresenta un ricordo ma una cosa viva che vedo mutare negli anni, è il posto delle radici ed è il posto che amo di più, nonostante le sue brutture ben identificabili nel Guardiano dei morti. I luoghi della mia giovinezza sono strade piene di polvere e vento o con l’asfalto che si scioglie sotto un sole fortissimo, pomeriggi sospesi a dormire anche quando non ne avevo voglia, spremute d’arancia alle sei del pomeriggio, odore di miscela del Mini Chic di mio padre, panni stesi su terrazze piatte, campi incolti e cani randagi, lo schianto del pallone Tango contro i garages usati come porte durante le partite di pallone, pistole o proiettili trovati per caso durante i giochi nei pressi della ferrovia e ancora chiodi messi sui binari ad aspettare che passassero i treni e ne ricavassimo poi delle piccole lance, quegli stessi treni sui quali ho viaggiato centinaia di volte e che mi hanno portato via dal mio sud per una scelta radicata fin da subito nella mia testa e poi quel mare e quel cielo che riconosco come miei. Quindi se dico di amare tanto la mia terra, perché ho deciso di lasciarla? Mi chiedo e credo che questa domanda nasca spontaneamente a chi legge quest’intervista. Una specie di disagio, come se sapessi che per realizzarmi in qualche modo sarei dovuto andar via, un posto più grande dove poter scomparire e riaffiorare a piacimento, la città dunque, Bologna, il posto in cui vivo da più di quindici anni» (http://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2012/11/24/un-intervista-conmerico/).
65 ‘Andiamo alla fiera dei Bobbò e compriamo un bell’asino oppala oppala cavalluccio’. Si tratta di una delle tante versioni circolanti in area salentina di un’antica filastrocca spesso anche canticchiata ai bambini per farli addormentare. I Bobbò potrebbero essere i monaci benedettini (così denominati dal convento di Bobbio) che occupavano un importante monastero a Lecce.
66 ‘Per noi sei come un fratello, hai capito?’.
67 I CEP (Centri di Edilizia Popolare) sono in genere quartieri ad alto rischio malavitoso.
Maria Carosella, Nuove voci della letteratura thriller e pulp in Puglia: Francesco Caringella e Giuseppe Merico in La comunicazione letteraria degli Italiani, I percorsi e le evoluzioni del testo. Letture critiche, (Studi in memoria di Nicola Tanda), a cura di Dino Manca e Giambernardo Piroddi, Seconda Parte, Editrice Democratica Sarda, 2017

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