Il viaggio in treno verso il collegio comporta di passare la frontiera

È una sera d’autunno del 1925, all’inizio dell’anno scolastico. Ha nove anni, ha preso da poco la prima comunione. Il collegio dove passerà tre quarti della sua infanzia non si trova alla fine del mondo, ma a pochi chilometri da casa. Il viaggio in treno verso il collegio però comporta di passare la frontiera. Gli hanno dato sei banane da portare con sé, ma il doganiere vuole sequestrargliele. Allora prende la prima decisione della sua vita: si mangia sul momento tutte e sei le banane e lascia al doganiere solo le bucce.
Per arrivare al collegio dopo la dogana, bisogna anche prendere il tramvai che lo porta nella notte eterna che sarà la sua infanzia per otto anni. La sua anima quella sera d’autunno comincia a marcire e purtroppo l’anima umana non emana odore. In tutto ha percorso una ventina di chilometri: da Montecarlo ha passato una dogana, ha spostato l’orologio di un’ora e ha lasciato la mamma per diventare un numero, il 113, nel collegio Saint Charles, all’entrata di Bordighera, che come dice il nome, è retto da religiosi francesi. Qui inizia la sua formazione, ma come spesso accade in questi casi, i risultati che si ottengono sono contrari alle intenzioni. Sartre scriveva: «Bisogna diffidare sempre dei bravi bambini.»
Era il tempo in cui in Francia, all’inizio del secolo scorso, erano stati chiusi gli istituti scolastici religiosi e nella zona ligure confinante erano sorti numerosi collegi retti da congregazioni francesi. C’erano i maristi, le carmelitane scalze, le suore cappuccine, quelle di sant’Anna e altre decine di istituti.
A modo suo anche questa è una storia di formazione. Crescono nel bambino l’agorafobia, la misantropia, cresce la convinzione che l’inferno sia ciò che si chiama per abitudine famiglia. Cresce la rivolta contro quei miscugli di concreta imbecillità che si manifestano nella scuola, negli uffici, nelle caserme. Così da adulto lui stesso si sentirà anarchico. «Non sono l’uno per cento, ma, credetemi, gli anarchici esistono», canterà anni dopo. C’è una luce in quegli anni bui dell’infanzia; ogni due giovedì c’è la visita della mamma che lo porta a prendere una cioccolata in una cremeria al primo incrocio. E lì avviene l’incontro fatale per la sua vita, lì ascolta, chissà come, la quinta di Beethoven ed è una folgorazione. Questa storia è raccontata in un romanzo Benoit Misere e l’autore precisa che non è un’autobiografia. Ma gli somiglia moltissimo. È la storia del poeta e cantante anarchico Leo Ferré.
Quando Leo Ferré aveva già trentaquattro anni e un matrimonio alle spalle, incontrò Madeleine che ne aveva ventisei e anche lei una vita già vissuta. Si incontrarono il 6 gennaio 1950 al Bar Bac, un locale di Parigi dove si trovavano a qualsiasi ora quelli che come loro conducevano una vita bohemienne. Poi una sera del 1953 Ranieri di Monaco si nascose tra gli spettatori del cabaret l’Arlequin mentre Leo cantava Paris-Canaille. Il principe applaudiva con entusiasmo, Madeleine lo riconobbe e convinse Leo a farsi avanti, dopo lo spettacolo, per chiedergli aiuto, perché nessun teatro voleva mettere in scena L’Oratorio du Mal-Aimé che aveva composto. Il 29 aprile 1954, Leo Ferré in smoking diresse l’Oratorio all’Opera di Montecarlo. Raccontano le cronache che fu un trionfo per l’ex studente monegasco spiantato: il pubblico lanciava fiori sul palco.
Tra le sue canzoni politiche ci saranno Flamenco de Paris e Franco la Muerte, composte pensando agli esuli spagnoli e al mitico Durruti, canzoni che gli procurarono il veto all’ingresso nella Spagna franchista.
Le scimmie hanno sempre attratto gli esseri umani. Un pomeriggio di marzo del 1961 nella vita di Madeline e Leo, entrò Pépée una femmina di scimpanzé che trattarono come una bambina.
«Pépée aveva la sua camera, i suoi giocattoli, mangiava con loro, faceva la siesta, guidava la macchina sulle ginocchia di Leo. La sera, aspettando di infilarsi il suo pigiama, beveva gentilmente la tisana prima di stringerli forte forte tra le braccia.» Si possono vedere le foto in cui Ferré passeggia per i boschi con la scimpanzé nella carrozzella, o quando Pépée gli accende una Celtique, le sigarette fumate da Sartre, Camus e Pannella, per dirne qualcuno.
La fine della storia arriva il 7 aprile 1968 e comprende la morte della scimmia in circostanze tragiche, la fuga di Ferré con l’abbandono della moglie e alcune bellissime canzoni tra cui appunto Pépée e avec le temp.
Ho comprato i miei primi dischi a 33 giri di Leo in un negozio di Nizza ben fornito; avevo scelto le poesie di Baudelaire tratte dai fiori del male, e quelle di Verlaine e Rimbaud in cui riesce a mischiare la sua musica classica con i testi dei due amanti.
Erano i tempi in cui anche Vecchioni da noi più popolare cantava la storia di Arthur Rimbaud, con Verlaine che gli sparava e gli gridava: «Non lasciarmi, no, non lasciarmi, vita mia».
Racconta Gino Paoli che rise di gusto quando Leo Ferré alle domande di un cronista sui ricordi del ‘68, replicò: «È l’anno in cui mi ha lasciato mia moglie».
Ma lo stesso Leo aveva detto una volta, forse a futura memoria, che degli artisti si devono conoscere le opere, non le biografie.
Arturo Viale, 10 Un anarchico monegasco in Oltrepassare. Storie di passaggi tra Ponente Ligure e Provenza, Edizioni Zem, 2019

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