Sulle persecuzioni contro gli ebrei a Casale Monferrato

[…] Fu con il 1938 che si acuì e prese tragica forma il razzismo fascista antiebraico, dopo solo settant’anni di vita dello Stato unitario. Prima in modo lieve e poi più esplicito, il regime intensificò il teorema della razza pura, muovendo dalle misure repressive ed isolatrici all’interno della scuola pubblica, giungendo poi al Manifesto degli scienziati razzisti, pubblicato il 14 luglio sul “Giornale d’Italia”; promosse una serie di censimenti locali sulla popolazione ebraica, decretò l’estraneità degli ebrei alla comunità nazionale.
In data 18 agosto 1938, il Ministero dell’Interno comunicò ai vari prefetti che “l’appartenenza alla razza italiana è requisito essenziale e inderogabile per poter coprire cariche pubbliche”.
Venne disposta la sostituzione dei funzionari pubblici non ariani e si costrinse ad attribuire incarichi pubblici, inviti per discorsi o comunicazioni solo ad esponenti della razza italiana; sulle guide telefoniche non potevano comparire i nomi degli ebrei; sulla stampa nazionale non poteva comparire la pubblicità di aziende ebraiche.
A livello locale, “Il Monferrato” del 20 agosto 1938 diede ampio spazio ai provvedimenti limitativi e discriminatori previsti dalla legislazione, dalle circolari ministeriali ed ordinanze.
In data 17 settembre del 1938 diede la notizia come alcuni insegnanti ebrei fossero stati esonerati dall’incarico: il prof. Raffaele Jaffe dovette lasciare la presidenza del Magistrale Lanza [di Casale Monferrato (AL)] e la prof. Levidalli lasciare il posto di docente all’Istituto Tecnico Leardi.
Jaffe era nato ad Asti nel 1887, da Jaffe Leone e Foa Debora. Sposò Luigia Cerutti. Si battezzò nel 1937. Venne arrestato a Casale nella retata del 16 febbraio 1944, trasferito al campo di Fossoli, poi deportato ad Auschwitz, deceduto il 6 agosto 1944.
Il Consiglio dei Ministri del 2 settembre ’38 aggiornò il regio decreto legge n. 1930 che proibì agli ebrei l’iscrizione alle scuole di qualsiasi ordine e grado, vietò il conseguimento dell’abilitazione alla libera docenza; fu interdetto agli ebrei l’insegnamento universitario e negli istituti superiori; furono vietati i libri di testo redatti da ebrei; vi fu una vera epurazione dei testi ebraici. Nell’anno scolastico ’38-’39 a Casale, ben quindici alunni vennero allontanati dalla scuola pubblica.
“La Gazzetta di Casale” fece eco alle leggi e disposizioni repressive; giunse a pubblicare un elenco di 27 ditte da boicottare perché di proprietà israelitica.
Il giornale invitò i veri fascisti a non comperare i dolci nella pasticceria di Elia Carmi, a non acquistare tessuti e gioielli nei negozi di Foa e sotto i portici di via Roma.
Una ricorrente campagna antisemita venne condotta dal settimanale “Il Lavoro casalese” per tutto il periodo di pubblicazione (’43-’45), con direttore Arturo Pettenati, sindacalista nazionale dei cementieri.
Proprio “Il Lavoro casalese” accusò ripetutamente gli ebrei di alimentare la diserzione e la renitenza ai bandi di Graziani, di promuovere alcuni furti di mezzi ed armi alle caserme e sedi della RSI. Il 4 dicembre ’43, in occasione della riunione del rinato Fascio casalese, il leader Carlo Fornero chiese una pubblica denuncia di tutti coloro che avevano tratto vantaggio dal capitalismo ebraico. La polizia locale ed i militi del RSI assicurarono, in realtà, alle truppe tedesche ogni appoggio operativo alle varie campagne antisemite. Ad inizio ’44, il commissario di PS Maiocco, con la collaborazione del segretario politico fascista Bacco e del console Imerico, con l’inganno, raccolse l’elenco completo dei pochi ebrei ancora residenti, anziani, ammalati; venne promessa la loro esclusione dalla deportazione.
L’elenco venne, invece, dato alle SS per i futuri arresti. A Casale, da febbraio a maggio ’44, furono arrestati 18 ebrei, inviati poi nel campo di Fossoli di Carpi, poi alle Nuove di Torino, infine in Germania. Solo un ebreo catturato tornò in Italia: Emilio Foa.
Gli ebrei arrestati e inviati ai campi di sterminio nazisti furono: Faustina Artom, anni 73; Vittorina Artom, anni 75; Isaia Carmi, anni 58, già consigliere comunale; Carlo Cohen Venezian, anni 59; Riccardo Fiz, anni 74; Roberto Fiz, anni 70; Matilde Foa, anni 54; Raffaele Jaffe, anni 66; Augusta Jarach, anni 67; Federico Simone Levi, anni 66; Vittorio Levi, anni 41; Erminia Morello, anni 58; Corrado Mortara, anni 32; Lino Muggia, anni 66, Giuseppe Raccah, anni 69; Bianca Salmoni, anni 60; Cesare Davide Segre, anni 57; Sanson Segre, anni 85; Giulia Rosa Segre, anni 56; Moise Sonnino, anni 79; Eugenia Allegra Treves, anni 73; Sharja Gruzdas, anni 40.
Drammatica la vicenda del dott. Riccardo Fiz: venne prelevato ed arrestato dal letto dell’Ospedale, dove giaceva vecchio ed infermo. Si parlò di una delazione o errata indicazione di una suora in servizio all’ospedale.
Arturo De Angeli (esponente e segretario della comunità ebraica nel primo dopoguerra) riuscì a scappare con la sorella ed i genitori, trovando rifugio fra le colline.
All’elenco, vanno aggiunti molti altri casalesi ebrei che vennero arrestati in altre località italiane, perché già avevano abbandonato la comunità casalese. Anche a Casale, a seguito delle circolari prefettizie e degli ordini impartiti dagli organi di polizia, gli ebrei videro sempre più limitate le libertà personali, con sequestro delle radio, con controlli domiciliari notturni, con improvvise convocazioni alla sede del Fascio, con minacce e schiaffi lungo le vie della città, con precettazioni nei campi di lavoro.
Sergio Favretto, La Resistenza non si contamina, si rivive, casalenotizie, 22 gennaio 2021

“Più diamo rilievo a tutte le voci, più la storia acquisisce sostanza e dignità”. In questa frase di Sergio Favretto c’è forse il senso di questa domenica 29 di Memoria presso la Comunità ebraica di Casale Monferrato. Ogni anno la manifestazione ha il compito di commemorare le vittime dei campi di sterminio, ma è il contesto inevitabilmente cambia: spariscono i testimoni diretti, il negazionismo prende forza e nel contempo gli eventi di cronaca ci fanno riflettere sulla contemporanea capacità di accettare le diversità degli altri.
L’unico modo per resistere sembra non solo lo studio, ma soprattutto la condivisione della storia. Sergio Favretto, ospite in qualità di ricercatore e studioso in vicolo Salomone Olper a Casale in uno dei tanti appuntamento di questa giornata fa proprio questo, offrendo quella che Elio Carmi, vicepresidente della Comunità chiama “Una vista dall’esterno”.
Alle 16 per la sua conferenza su “Ebrei, Fascisti e Partigiani a Casale e nel Monferrato”, le sale attorno alla Sinagoga di Casale sono già gremite di gente, mentre l’ingresso è affollato di… biciclette, si perchè questa giornata è cominciata al mattino con una pedalata nei luoghi ebraici del Monferrato che ha sfidato il freddo e si è conclusa qui. Ma ci sono anche i rappresentanti dell’ANPI, le istituzioni e i ragazzi delle scuole chiamati a leggere i documenti dell’epoca. È una ricostruzione di quello che accade attorno alla Comunità tra il 1938 e il 1946: un racconto corale che ne ricostituisce la quotidianità, dove l’emarginazione è fatta di un crescendo di piccole vessazioni, tanto che non tutti capiscono la portata del dramma e dove accanto alla Resistenza delle grandi battaglie partigiane, ci sono piccoli atti di disobbedienza civile, come quella degli operai della Sanber che si rifiutano di imbandierare di svastiche la ditta. I nome dei Carmi, Ottolenghi, Morello, Fiz e Segre si intersecano con quelli di cittadini comuni in circostanze eccezionali, medici, carabinieri, suore, parroci, ognuno di loro chiamato a scegliere da che parte stare. Notevole il lavoro di ricerca di Favretto che tra l’altro ha avuto la pazienza di spulciare gli archivi delle banche e delle società di assicurazioni che all’epoca erano obbligate a fare un inventario dei beni confiscati dagli ebrei. Una testimonianza che deve diventare sicuramente un piccolo vademecum per percepire la storia come parte del passato di ciascuno di noi.
Quei nomi sono poi riecheggiati di fronte alla lapide che, sulla porta della Sinagoga, ricorda gli ebrei casalesi e di Moncalvo morti nella Shoah. Letti da Elio e Daria Carmi che hanno portato come ulteriore di elemento di quotidianità una lettera della loro famiglia, scritta nei momenti drammatici in cui molte madri ebree dovevano decidere di separarsi dai figli per salvarli. E mentre Claudia De Benedetti leggeva la preghiera per i defunti. Le istituzioni rappresentate dall’Assessore ai Lavori Pubblici Sandro Teruggi cedevano il passo proprio ai bambini, simbolo di speranza, nell’accendere le sette lampade che ricordano le 7 milioni di vittime dello sterminio nazifascista […]
a.a., Memoria. Casale, tra incubo e salvezza, moked il portale dell’ebraismo italiano, 30 gennaio 2017

  1. Il calcio non è ancora lo sport nazionale che conosciamo oggi. È arrivato in Italia da poco più di dieci anni. A portarlo nella penisola sono stati i genovesi, costantemente in rapporti commerciali con i fondatori inglesi. Da quel momento in poi il calcio ha iniziato a diffondersi. Prima delle grandi città come Torino e Milano, poi nei piccoli centri di provincia. Casale Monferrato è uno di questi. È in questo luogo che insegna il professor Raffaele Jaffe, all’Istituto Tecnico “Leardi”. Sarà lui a dare vita al miracolo Casale.
    Jaffe è nato ad Asti l’11 ottobre 1877 da una famiglia di origine ebraica e si è laureato pochi anni prima in Scienza Naturale e Chimica. Un pomeriggio d’autunno incontra alcuni suoi studenti e viene convinto ad assistere a una partita di calcio nel vicino comune di Caresana. Per Jaffe è una folgorazione. La vista di quei ventidue giocatori che rincorrono una sfera gli dà un entusiasmo che ha provato poche volte in vita sua. Un sentimento che deve tramutarsi in qualcos’altro di concreto. Il professore decide così di impegnarsi personalmente per riportare il calcio a Casale. Perché riportare? Perché a Casale Monferrato quello sport anglosassone era già approdato quattro anni prima, nel 1905. La storia della Robur però era durata appena due anni.
    È il 18 dicembre 1909, Aula 1 dell’Istituto “Leardo”. Sono passate poche settimane da quella partita a Caresana. È nato ufficialmente il Casale Football Club. Il presidente è lo stesso Raffaele Jaffe. L’obiettivo non è soltanto quello di promuovere il calcio nella città piemontese, ma è molto più alto: contrapporsi alla Pro Vercelli, bi-campione d’Italia uscente. Il progetto di Jaffe sembra utopistico ma se nasci a Casale Monferrato la contrapposizione con Vercelli viene quasi naturale. La rivalità tra i due posti è storica e affonda le sue radici ben otto secoli prima, nel 1215. È in quell’anno che le Milizie del Vescovo di Vercelli assediano, incendiano e distruggono Casale. La società, quindi, deve essere contrapposta in tutto alla Pro. A cominciare dalla casacca. Per la sua squadra Jaffe sceglie il colore nero, in contrasto con il bianco indossato dai vercellesi. Sul petto poi viene fissata una stella a cinque punte.
    […] E Raffaele Jaffe? Nel 1927 sposa una ragazza cattolica e lui, di origine ebraica, comincia un percorso di conversione religiosa. A metà degli anni Trenta viene anche battezzato ma questo non gli evita di subire le leggi razziali del 1938. Il 16 febbraio 1944 viene arrestato dalla polizia fascista e internato nel campo di Fossoli. Lì rimane cinque mesi, anche perché la sua posizione è particolare. Le leggi italiane non prevedono deportazioni per i convertiti. Per i tedeschi però le cose stanno diversamente. A inizio agosto del 1944 Raffaele Jaffe viene deportato ad Auschwitz, dove arriva dopo un viaggio in treno di quattro giorni. Da lì non tornerà più. I nazisti lo uccidono il giorno del suo arrivo nel campo di sterminio, il 6 agosto 1944. A Casale Monferrato, oggi, i giardini pubblici portano il suo nome. A Casale Monferrato, oggi, è ancora forte il ricordo di quel miracolo sportivo nato da una passione autunnale di un semplice professore di provincia.
    Giacomo Corsetti, Giornata della Memoria, dallo scudetto ad Auschwitz: la storia di Raffaele Jaffe, il professore che realizzò il miracolo Casale, il Fatto Quotidiano, 26 gennaio 2021

Grande protagonista del calcio di inizio Novecento, Raffaele Jaffe (1877-1944) portò il Casale Football Club da lui fondato pochi anni prima alla vittoria, nel giugno del 1914, di un incredibile scudetto. Determinanti le intuizioni e il carisma di un personaggio unico nel suo genere, che fu anche apprezzato insegnante e preside di un prestigioso istituto cittadino.
Allontanato dal mondo della scuola con la promulgazione delle leggi razziste, finì progressivamente ai margini della società. Prima molto amato, fu quasi del tutto dimenticato. Venne poi catturato da sgherri in camicia nera che bussarono alla sua porta nel febbraio del ’44 e in seguito deportato ad Auschwitz, da dove non fece mai ritorno […]
Redazione, Casale si inchina a Jaffe, l’eroe dello scudetto, moked il portale dell’ebraismo italiano, 27 gennaio 2021

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