Quei dieci uomini, repubblichini travestiti da partigiani, repentinamente aprono il fuoco

Dopo i rastrellamenti invernali, nell’Astigiano il movimento partigiano inizia a riorganizzarsi nel febbraio 1945.
Il 22 febbraio, una pattuglia del III Esplorante della San Marco – formazione dell’Esercito Nazionale Repubblicano di stanza a Canelli – al comando del tenente Fausto Mascia, intercetta in regione Annunziata del Comune di Moasca, lungo la strada che conduce a Canelli, un gruppo di partigiani diretto verso la valle Belbo.
Gli uomini di Mascia, che non indossano la divisa in modo da poter essere scambiati per ribelli, inducono gli ignari partigiani ad entrare insieme nella vicina osteria per raccogliere informazioni sulla dislocazione dei reparti che si stanno ricostituendo.
La volante partigiana era partita da Cossano Belbo per dirigersi verso il paese di San Marzano, evitando di attraversare i paesi, Canelli in particolare, per il pericolo di incontrare delle pattuglie repubblichine.
Verso le otto, vicino ad un gruppo di case (come riporta la relazione di Binda, uno dei partigiani coinvolti nel fatto e scampato fortunosamente alla strage), i partigiani scorgono un gruppo di una decina di uomini non conosciuti, che erano armati e vestiti con materiali dei lanci.
Inviano una staffetta per chiedere chi fossero, ricevendo la risposta dell’essere partigiani di Mauri (Enrico Martini, nome di battaglia “Mauri”, fondatore e comandante del 1º Gruppo Divisioni Alpine, il gruppo di partigiani autonomi forse più importante ed efficiente durante la Resistenza, mentre i partigiani cossanesi erano inquadrati nella 2^ Divisione Langhe del Comandante “Nord” – detto anche – Poli – al secolo Piero Balbo; Brigata Belbo) sbandati da Incisa, in cerca del loro comando.
Senza tradirsi, e probabilmente adducendo particolari molto verosimili, i militi repubblichini sono creduti e quindi invitati a proseguire a piedi verso il comando di compagnia di Poli.
Loro accettano e s’incamminano frammisti agli uomini della volante.
Arrivati in regione Annunziata, un gruppo di case di Moasca poste attorno allo stradone che porta da Canelli ad Agliano, l’intero gruppo si ferma in una casa privata a destra dello stradone, che forniva servizio ai passanti, per bere e mangiare qualcosa.
Entrambi i gruppi predispongono sentinelle all’esterno.
In particolare, i partigiani “Binda” – Capetta Angelo – e “Lice” – Bravo Felice – vanno a bloccare lo stradone proveniente da Canelli e piazzano il Bren verso la discesa, mentre due degli sconosciuti si mettono sull’incrocio, di fianco alla casa.
Tutti gli altri entrano nella casa e dopo un po’, “Orsi” (Bona Carlo, cl. 22, di Santo Stefano Belbo) comandante del distaccamento partigiano) e uno degli aggregati escono per invitare Binda e Lice ad entrare anche loro; ma questi rifiutano.
Nel frattempo qualche dubbio di troppo sull’identità degli sconosciuti doveva essere sorto: non che quelli si fossero traditi, ma l’aria si era fatta alquanto pesante e qualcosa lasciava intuire che era stata un’ingenuità portarsi dietro tutti quegli uomini senza averli prima disarmati.
Lice è stato più malizioso di me; riferisce Binda: ‘Guarda un po’ tutta sta gente. A me non garbano: hanno gli scarponcini nuovi, belli’.
‘Possono averli presi in qualche deposito’, dico io.
‘Tengono le armi senza sicura’, dice ancora Lice.
Binda e Lice, quindi, decidono di fare qualcosa per rimediare.
Manca però il tempo, poiché si scatena improvvisamente il putiferio.
Quei dieci uomini – repubblichini travestiti da partigiani – repentinamente aprono il fuoco uccidendo “Volpe” – Negro Carlo cl. 1926, Cossano Belbo – “Fuoco” – Bosca Giovanni Pietro cl. 1925, Bra – “Mariolino” – Bona Mario cl. 1927, Santo Stefano Belbo, e “Forte” – Negro Cesare, cl. 1923, Cossano Belbo, cugino di Carlo.
Dall’incrocio sparano anche una raffica di sputafuoco, ferendo Lice ad una gamba e Orsi ad un piede.
“Lice” e “Anziano” – Garassino Attilio – riescono comunque a fuggire, mentre Orsi non può far altro che trascinarsi nella cunetta, fin dove Binda è riuscito a mettersi al coperto.
Binda lo aiuterà poi a portarsi fuori tiro, fino ad una cascina lí vicina.
Arriverà però poco dopo un secondo reparto del III Esplorante agli ordini del capitano Massimo Salemi, e Binda, sollecitato da Orsi, riuscirà a fuggire, aiutando anche Lice, che troverà nelle vicinanze, a mettersi in salvo.
Orsi, invece, catturato, dopo essere stato portato a Canelli, sarà torturato e poi fucilato.
Restano altresì uccisi lo stesso tenente fascista, e due arditi, mentre vengono feriti altri quattro arditi.
Nelle ore successive, due dei militi feriti muoiono all’ospedale di Canelli.
I morti complessivi dello scontro sono quindi dieci, cinque fascisti e cinque partigiani.
Libri che narrano l’episodio: “Dove liberi volarono i falchi”, di Renzo Amedeo, e “Quando inglesi arrivare noi tutti morti”, di Adriano Balbo.
Eraldo Bigi

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