Renoir, mio padre

Pierre-Auguste Renoir, Rossella Farinotti – Fonte: labrouge
Pierre-Auguste Renoir, Le déjeuner sur l’herbe – Fonte: labrouge

[…] Dal catalogo della mostra Renoir di Torino: «Bazille […] immortala [il collega in] un momento di riposo: Renoir, con estrema disinvoltura, siede posando i piedi su una poltrona di vimini. Lo sguardo è assorto, il giovane sogna forse qualche futura composizione. L’abbigliamento ordinario ma curato – giacca nera, pantaloni chiari senza risvolti, camicia bianca, cravatta blu e stivaletti neri – contribuisce alla naturalezza e all’efficace semplicità della composizione»

[…] Allo Spazio Oberdan di Milano è stato presentato “Renoir”, diretto da Gilles Bourdos. Il film faceva parte della sezione “Un certain regard” nell’ambito dell’ultimo festival di Cannes. E’ un film di grande qualità, è incomprensibile come non abbia trovato una distribuzione italiana. O meglio è comprensibile essendo nota la … disattenzione, chiamiamola così, dei nostri cineasti. Si raccontano gli ultimi anni di Auguste (Michel Bouquet), gran maestro dell’Impressionismo, ancora attivo nella sua proprietà in Costa Azzurra, a partire dal 1915. Il vecchio pittore è devastato dalla sclerosi, che gli ha deformato le mani, ma non rinuncia al lavoro. Lo sostengono una schiera di aiutanti, tutte donne, lo trasportano sulla sedia a rotelle, gli fasciano le mani, gli infilano il pennello fra le dita, gli preparano la tavolozza: Renoir non ha la forza per trattare i colori, ma possiede ancora la grazia per disporli sulla tela. Le opere di quel periodo sono capolavori magari ancora più intensi di quelli precedenti. Il disegno è fragile e sfumato, quasi invisibile, ma i colori dichiarano una magia maggiore. Gli infiniti nudi, Le bagnanti, La colazione sull’erba, Le ragazze al piano: prendono forma lenta, ma la magia si compone. Ed è il regista Bourdos a comporla seguendo la mano deformata del vecchio. Sfocando là dove sfoca il colore. Perché Renoir, in quella sua ultima stagione, aveva talmente rarefatto il disegno fino a quasi sfiorare l’astrazione. E questa evoluzione la si deve al film, che dunque non solo rappresenta la vicenda umana, la vita finale dell’artista, ma anche il passaggio davvero immane fra il figurativo e la successiva ricerca che confluirà nella mutazione della pittura.
labrouge

Il regista Jean Renoir, figlio dell’illustre pittore

[…] Jean Renoir, Renoir, mio padre, Traduzione di Roberto Ortolani, Biblioteca Adelphi, 643, 2015, 3ª ediz., pp. 433 […]

In questo libro incantevole, frutto di lunghe conversazioni e di un’appassionata immersione nei ricordi di tutta una vita, il regista Jean Renoir è riuscito a raccontare, con lo stile rapido e ironico e insieme con la delicatezza che saranno poi la cifra del cinema di Truffaut, la storia di suo padre, fissandone per sempre, come solo un grande pittore avrebbe saputo fare, i gesti e i pensieri più quotidiani e segreti. Ma chi era veramente Pierre-Auguste Renoir? Quell’uomo semplice, sbrigativo, che nell’aspetto «aveva qualcosa di un vecchio arabo e molto di un contadino francese», che non poteva fare niente che non gli piacesse, che odiava sopra ogni cosa il progresso e aveva per la donna un culto incondizionato, restava per suo figlio un mistero. Un mistero appassionante che queste pagine non cercano di svelare ma solo di commentare: «Potrei scrivere dieci, cento libri sul mistero Renoir e non riuscirei a venirne a capo».
Chiara Salvini, Pierre-Auguste Renoir (Limoges, 1841 – Cagnes-sur-Mer, 1919) – Qualcosa degli ultimi anni e il suo rapporto con il figlio Jean, neldeliriononeromaisola, 28 febbraio 2021

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