Non minore fu il ruolo dell’apparato di Salò nella deportazione

Milano: il carcere di San Vittore durante l’occupazione tedesca – Fonte: Pietre d’inciampo cit. infra

Una parte importante del sistema persecutorio tedesco e italiano era costituito dai numerosissimi carceri e campi di concentramento sparsi per tutto il territorio. I campi tedeschi più importanti sul territorio della Repubblica (escludendo quindi le due “Zone d’Operazione”), furono i due campi di transito di Fossoli (fino a maggio 1944) e di Bolzano, che rimase attivo fino alla fine della guerra. In questi campi venivano concentrati i detenuti politici e gli ebrei in attesa di essere trasferiti nei campi di concentramento e sterminio in Austria, Germania e Polonia. I carceri più importanti furono invece quello di Regina Coeli, a Roma, e San Vittore, a Milano, a cui si devono aggiungere le Carceri Nuove di Torino, il carcere di Marassi a Genova, <361 il carcere degli Scalzi a Verona, eccetera. In queste carceri funzionavano i bracci tedeschi, ovvero sezioni che venivano direttamente gestite dalla Gestapo e che servivano anche loro come campi di transito in attesa dei trasporti che portavano a Fossoli o a Bolzano. Inoltre, tutti gli AK avevano a disposizione delle celle all’interno dei loro quartieri generali, come via Tasso a Roma, l’Hotel Nazionale, a Torino, e l’Hotel Regina, a Milano.
Anche gli italiani avevano il loro sistema di campi di concentramento e prigioni. San Vittore e Regina Coeli, eccettuati i “bracci tedeschi”, erano sempre gestiti dalla polizia italiana. Inoltre a seguito dell’ordine di polizia n.5 del 30 novembre 1943 furono creati 29 campi provinciali, mentre a Roma e a Milano furono adibiti a tale scopo sezioni delle carceri di Regina Coeli e San Vittore. <362
In tutte le città italiane, i vari UPI locali avevano le loro prigioni particolari, come quella di via Asti, a Torino, con l’eccezione di Roma dove non risultano strutture della GNR di questo tipo. Era stato il Partito, invece, a creare una propria prigione privata, nel palazzo Braschi, la vecchia sede del PNF romano. Qui, il Fascio romano, capitanato da Gino Bardi e Guglielmo Pollastrini, utilizzava i sotterranei per tenere i propri prigionieri e torturarli. Fu l’unico caso a mia conoscenza che si concluse dopo pochi mesi. La brutalità e soprattutto la corruzione della “Banda di Palazzo Braschi”, come viene comunemente chiamato il Fascio romano, era tale che fu Kappler in persona a chiedere alla polizia italiana di intervenire e di chiudere la sua sede. Per ironia della sorte, alcuni dei componenti del Fascio romano furono i primi “ospiti” del Lager di Bolzano. <363
Una specificità italiana, lo si è già detto, fu la proliferazione delle numerose “ville tristi”, ovvero delle prigioni “private” delle “bande” di polizia. <364 La “Banda Koch” ebbe due prigioni di questo tipo a Roma (la pensione Oltremare e la pensione Jaccarino) e successivamente una a Milano (una villetta in via Paolo Uccello). A Torino il GAG, capitanato da Tullio De Chiffre, aveva la sua sede in via Galliari 28. A Milano la sede della “Muti”, in via Rovello, dove si trova attualmente il teatro “Piccolo”, era sinonimo di terrore e di tortura.
Le informazioni relative al personale dei vari carceri e campi di concentramento tedeschi sono piuttosto frammentarie, ma danno un quadro abbastanza preciso quantomeno del comportamento di questi personaggi. A Milano, la prima stazione della “via dolorosa” degli ebrei nelle mani della Gestapo cominciava all’Hotel nazionale, dove venivano torturati dagli uomini di Otto Koch per costringerli a rivelare altre informazioni sui parenti o gli amici ancora nascosti. Quindi venivano trasferiti nel braccio tedesco di San Vittore dove il responsabile, si è già detto, era il maresciallo Leander Klimsa, assieme al suo secondo, il maresciallo Staltmayer, il noto “Franz”. Il comportamento di questi due sottufficiali era estremamente brutale e sadico. I due erano particolarmente violenti con gli ebrei, che sottoponevano a umiliazioni di ogni genere. Come si è già detto, gli ebrei a San Vittore non venivano neanche registrati per nome, ma solo per la “razza”, segno che non venivano neanche considerati esseri umani degni di un nome proprio. Oltre al sadismo, la violenza randomica e le umiliazioni dovevano servire a stroncare qualsiasi volontà di resistenza delle vittime. Al momento dell’ingresso in carcere, dopo la perquisizione e la requisizione di abiti in buono stato e valori, “Agli uomini [ebrei], poi, per far comprendere subito l’atmosfera del carcere Klemm elargiva schiaffi e pedate in abbondanza, ponendoli con la faccia al muro; se qualcuno osava muovere il viso o fare qualche cenno, era ‘”duramente percosso alla testa’”. <365
Alcuni, che evidentemente avevano resistito alle torture di Koch al Nazionale, vennero nuovamente minacciati e torturati per ottenere informazioni.
Nulla cambiava nelle varie prigioni private delle bande o nella sede degli UPI. Melli e Colombo, si è già detto, erano i due specialisti della tortura per la GNR a Milano. Per quanto riguarda Torino, il partigiano Livio Scaglione, al momento della liberazione, diede questa descrizione della prigione: “vi trovammo prigionieri morti e altri stremati dalla fame e distrutti dalle torture. Ma chi non ha visto le sale per torture create nei sotterranei della caserma non può giudicare in quale clima di orrore e di terrore e di angoscia siano spirati molti dei nostri compagni di lotta e uomini politici. Un ex pugile torinese, un certo B.M., torturava calzando guanti d’acciaio chiodati. Su una grossa poltrona in acciaio, snodata da cardini a cerchi e azionata da un robusto volano, sedeva il condannato. La poltrona piegava lo schienale all’indietro fino quasi a spezzare la colonna vertebrale del prigioniero… Un cerchio meccanico assai robusto a forma di un teschio umano, diviso in due e unito da due capaci bulloni azionati da un volantino, serviva ai facinorosi per torturare il prigioniero che non intendesse fare rivelazione alcuna fino a spezzargli la scatola cranica.” <366
Le torture di via Asti erano diventate di dominio pubblico, tanto che il prefetto, Edoardo Salerno, fu costretto ad intervenire per frenare la violenza dei funzionari della GNR. <367 Anche Tullio De Chiffre, l’organizzatore dei Gruppi di Azione Giovanili che, dal luglio 1944 erano stati inquadrati nella Brigata nera milanese, utilizzava continuamente la tortura che praticava personalmente. <368 Mauro Grini, nel suo “ufficio” di via Albania, derubò e malmenò Ubaldo Ginesi, per fargli rivelare il nome della moglie ebrea. <369
Per quanto riguarda la “Muti”, invece, buona parte del processo ai suoi componenti, tenutosi nel 1945, trattò delle torture nella caserma di via Rovello. <370 Di uno dei suoi componenti, Ampelio Spadoni, si ha l’unica foto conosciuta mentre sta torturando uno dei detenuti.
De Chiffre e i “mutini” non erano specializzati in ebrei, ma quando alcuni di essi cadevano nelle loro mani, il trattamento non poteva essere diverso da quello riservato ad antifascisti o partigiani.
Inutile dire che le condizioni igieniche, il cibo, e le dimensioni delle celle erano quanto di peggio ci si potesse immaginare. Luridume, escrementi, parassiti, assieme a gelo o caldo soffocante rendevano orribili le condizioni delle celle, che erano sempre sovraffollate, mentre nel carcere di San Vittore anche “l’ora d’aria”, ovvero i pochi minuti permessi ai prigionieri per camminare per il cortile, erano occasione per ulteriori violenze ed umiliazioni per gli ebrei. Il cibo era scarsissimo e pessimo, ed anche i pacchi che alcuni prigionieri potevano ricevere venivano regolarmente saccheggiati dalle guardie.
Tutto questo aveva un preciso scopo, ovvero quello di stroncare ogni volontà di resistenza e di piegare i detenuti, rendendo più facile strappargli informazioni. Da una parte, quindi, era una strategia dei carcerieri, per rendere più “docili” i prigionieri, dall’altra era anche una necessità investigativa, un metodo per ottenere notizie per le indagini.
Questa prassi, per quanto orribile, potrebbe rientrare in uno schema logico (sempre nella logica della distruzione di un intero popolo a causa del suo “sangue”) che non coinvolgeva solo gli ebrei. Tuttavia Klimsa e Staltmayer dimostrarono tutto il loro sadismo proprio contro gli ebrei. Nulla di “razionale” in questo, nulla di logico, soltanto il piacere di umiliare, veder soffrire e ogni tanto uccidere delle persone, e specialmente le più indifese, come i vecchi e i malati.
La violenza e le pessime condizioni generali delle carceri nazifasciste non erano gli unici metodi di investigazione utilizzati in questi luoghi. L’inserimento di finti prigionieri nelle celle, per strappare informazioni in forma confidenziale, era un metodo molto utilizzato. Un caso particolarmente conosciuto fu quello di Tullio De Chiffre, che si fece mettere nella stessa cella di don Giuseppe Marabotto, un prete partigiano, fingendosi un detenuto carpendogli così delle preziose informazioni. <371
A Roma il sistema era praticamente lo stesso. Gli ebrei arrestati dai tedeschi o dai loro collaboratori italiani venivano portati a via Tasso, dove ricevevano una accoglienza a base di botte. La tortura era la prassi comune per tutti i detenuti. Tra gli aguzzini si distinse un collaborazionista italiano, Federico Scarpato, anche conosciuto come “Fritz”, il quale oltre a fare l’interprete arrestava e talvolta torturava personalmente le vittime. Si legge in un rapporto inglese: “Sia durante lo stato di arresto che dopo che gli arrestati erano incarcerati, il soggetto partecipava a battiture e ad altro genere di maltrattamenti contro di loro, faceva intimidazioni alle loro famiglie, e all’occasione estorceva loro denari ed altri oggetti di proprietà dei parenti, facendo false promesse che egli si sarebbe adoperato nell’assicurare il rilascio delle persone arrestate.” <372
Anche per i fascisti la tortura era la prassi corrente. A palazzo Braschi un ebreo, Gabriele Di Porto, arrestato il 16 novembre 1943 con l’accusa di nascondere armi, fu malmenato a calci e bastonate fino a farlo svenire. Fu risvegliato buttandolo nella fontana del cortile del palazzo. Qui fu legato e gli furono bruciati i piedi e le gambe. <373 La Banda Koch si distinse per l’orrore delle sue carceri, dove i metodi di tortura prevedevano l’utilizzo di metodi che andavano dalle botte alle docce con acqua bollente. A Milano, nella villa di via Paolo Uccello, i sistemi non cambiarono. “Gli interrogatori avvenivano di preferenza nel cuore della notte. I funzionari che li presiedevano, facendo largo uso, durante gli stessi interrogatori, di alcoolici, si ubriacavano e così trascendevano più facilmente in manifestazioni di violenza tanto brutali da provocare la rottura di costole e arti.” <374
Nel carcere di Regina Coeli, invece, le condizioni, per quanto estreme per la mancanza di igiene e per la scarsezza del cibo, non erano così terribili come a Milano. <375 Nel carcere romano gli ebrei non venivano né torturati né umiliati. Tuttavia anche in questo carcere l’utilizzo degli infiltrati era prassi comune, e raggiungeva livelli di grande raffinatezza. <376 Un collaborazionista, tale Alfredo Libotte, per carpire informazioni, si fingeva avvocato e andava a Regina Coeli riuscendo ad ottenere la fiducia dei prigionieri, che gli confidavano informazioni che venivano immediatamente passate al Tribunale militare tedesco. Un altro collaborazionista, Dante Bruna, si recava dai parenti degli arrestati pregandoli di metterlo in contatto con altri partigiani per metterli al corrente del pericolo, e quindi salvarli, dalle retate tedesche. <377 Per i detenuti cattolici la Banda Koch utilizzava un prete, don Ildefonso Troya, che fingeva di confessare i detenuti.
Anche a via Tasso veniva utilizzato il sistema degli infiltrati. Armando Testorio, uno dei più temibili informatori dell’SD, fu messo nelle celle della prigione della Gestapo sicuramente per tentare di carpire informazioni ai detenuti. <378
Dopo essere passati per le “ville tristi” fasciste o per i comandi degli AK, e poi per i carceri, gli ebrei venivano trasferiti nel campo di transito di Fossoli (fino al maggio 1944) e poi nel campo di Bolzano.
Fossoli era un ex campo per prigionieri di guerra costruito nel corso del 1942 dall’Esercito italiano. <379 A seguito dell’ordine di polizia n.5 di Buffarini, era diventato il “campo nazionale” per l’internamento degli ebrei. Già il 29 dicembre furono internati a Fossoli, da parte degli italiani, 97 ebrei. <380 In seguito arrivarono gli ebrei rastrellati a Venezia, nella provincia di Modena e di Aosta, tra i quali Primo Levi. Il 2 gennaio il numero degli ebrei internati era arrivato a 185. <381
Il 28 febbraio Harster prese in carico parte del campo (il cosiddetto “Campo nuovo”), che divenne ufficialmente il Durchgangslager italiano verso lo sterminio. <382 Alla direzione del campo fu messo lo SS Untersturmführer Karl Titho, l’ex autista di Harster a Verona, che poteva vantare una precedente esperienza in Olanda come comandante di campo. Il responsabile della sicurezza era Hans Haage, un altro SS Untersturmführer, che aveva fatto parte dell’Einsatzkommando di Dannecker. Assieme a loro, ovviamente, vi era un piccolo nucleo di poliziotti dei quali alcuni provenivano dal Sud Tirolo. Altri ufficiali provenienti dal gruppo di Dannecker, come Albin Einsenkolb e Wilhelm Berkefeld facevano parte dell’ufficio IVb4 di Verona ed avevano l’incarico di prelevare i gruppi di ebrei arrestati in altre città. <383 La peculiarità di Fossoli, nonostante tra il personale del campo vi fossero degli autentici sadici, come Michael Seifert ed altri ausiliari ucraini, e che qui “venne applicata la politica di non usare violenza”, come scrive Liliana Picciotto, e questo “per assuefare gli uomini alla mancanza di libertà e tranquillizzare le persone in modo da ottenere ordinate partenze verso i campi del Reich.” <384 Primo Levi ricordò che le prime botte erano arrivate soltanto alla stazione di Carpi, al momento di lasciare l’Italia. <385
Ovviamente non mancavano episodi di violenza e anche di omicidi a freddo. <386 Il 12 luglio 1944, inoltre, furono uccisi 70 prigionieri, sembra come rappresaglia per una serie di attentati compiuti in zona dalla Resistenza.387 Tuttavia non vi era, o comunque non sembra ci fosse, una strategia pianificata di violenza che invece caratterizzava sia San Vittore che, come vedremo, il campo di Bolzano.
Con il crollo delle difese tedesche a sud di Roma, e con l’avvicinarsi del fronte, il campo di Fossoli fu chiuso e i prigionieri trasferiti a Bolzano, cosa che avvenne nei primi giorni dell’agosto 1944. Il Lager si trovava nel quartiere Gries, in una serie di capannoni del Genio militare. Unico caso in Italia, aveva una serie di sottocampi per i lavoratori forzati. In questo Lager vennero rinchiusi detenuti politici, ebrei e “zingari”, con un notevole numero di donne e bambini rinchiusi in una parte separata del campo.
Il personale era più o meno lo stesso di Fossoli. Comandanti erano Titho e Haage, e con loro c’era anche tutto il gruppo degli ucraini, tra i quali il famigerato Michael Seifert, conosciuto come “Misha”. Oltre a questi carcerieri, vi erano delle donne, addette al “blocco” femminile: Ilde Lächert (proveniente dal Lager di Majdanek), e Paula Planner, nata a Chiusa, in Trentino. Tra il personale vi erano anche alcuni altoatesini, tra i quali Albino Cologna, un ex alpino nativo di Bolzano, <388 e Josef Mittermaier, di Nova Ponente. <389
361 Alcune notizie sulle condizioni del carcere di Marassi in Andrea Casazza, La beffa dei vinti, cit., basato sui processi ai fascisti avvenuti nel dopoguerra. Tra questi vi fu il processo ai carcerieri italiani di Marassi, alle pp.65-92. In questo libro sono anche ripercorse parecchie vicende della persecuzione antisemita e ricostruito il ruolo dei delatori italiani.
362 La lista dei campi in Liliana Picciotto Fargion, Il libro della memoria, ed. 2002, cit., pp.900-902. Inoltre si veda il più recente saggio di Matteo Stefanori, “Ordinaria amministrazione”: i campi di concentramento provinciali per ebrei nella RSI, in “Studi storici,”, n.1, 2013.
363 Archivio centrale dello Stato, Segreteria particolare del Duce RSI, Carteggio riservato, b.18, fascicolo “Roma. Situazione locale”, appunto anonimo per il Duce del 27 novembre 1943. Sulle operazioni del 27 novembre esistono più descrizioni dell’epoca, tutte più o meno coincidenti. Eitel Friedrich Moellhausen, La carta perdente, cit., p.167; Tullio Tamburini mandò, il 30 novembre 1943, una relazione a Mussolini, conservata in Archivio centrale dello Stato, Segreteria particolare del Duce RSI, Carteggio riservato, b.18, fascicolo “Roma”. Sui fascisti romani a Bolzano Giorgio Mezzalira e Carlo Romeo (a cura di), “Misha” l’aguzzino del Lager di Bolzano. Dalle carte del processo a Michael Seifert, Circolo culturale ANPI di Bolzano, Bolzano, 2002, p.77.
364 Spesso, comunque, anche le prigioni degli UPI venivano chiamate “ville tristi” dalla popolazione, come la nota Villa Cucchi di Reggio Emilia, sede dell’UPI di quella città.
365 Dorina Di Vita, Gli ebrei di Milano sotto l’occupazione nazista, cit. pp.45-46.
366 Citato in Luciano Allegra, Gli aguzzini di Mimo, cit., pp.176-177.
367 Salerno lamentava che l’UPI arrestava le persone senza alcun mandato legale. In più, “Questo stato di cose determina una situazione di disagio e provoca un discredito per la G.N.R., anche perché corre insistente voce in Città di atti vessatori praticati nei confronti delle persone fermate.” Archivio Centrale dello Stato, Segreteria Particolare del Duce, RSI, Carteggio riservato, b.26, lettera di Edoardo Salerno al Ministro dell’Interno del 19 giugno 1944.
368 Archivio Centrale dello Stato, Ministero dei Grazia e Giustizia, Grazie, Collaborazionisti, b.41, fascicolo De Chiffre Tullio.
369 Dorina Di Vita, Gli ebrei di Milano sotto l’occupazione nazista, cit., p.18.
370 Luigi Pestalozza (a cura di), Processo alla “Muti”, Feltrinelli, Milano, 1956.
371 Archivio Centrale dello Stato, Ministero di Grazia e Giustizia, Grazie, Collaborazionisti, b.41, fascicolo De Chiffre Tullio. Anche la vicenda è stata raccontata anche dalla vittima. Giuseppe Marabotto, Un prete in galera, cit..
372 Archivio Centrale dello Stato, Alta corte di giustizia per le sanzioni contro il fascismo, b.33, fascicolo “Scarpato Federico”, rapporto del 426° Distaccamento Cic del 10 settembre 1944.
373 Archivio di Stato di Roma Corte di Assise Penale di Roma, I Sezione speciale, sentenza contro Bardi Gino più altri, 27 marzo 1947, Archivio Irsifar, Sentenze sui delitti fascisti durante l’occupazione tedesca di Roma, vol. I. Gabriele Di Porto venne rilasciato perché era ridotto in tali condizioni che fu portato in un ospedale. Archivio di Stato di Roma, Corte di Assise Penale, fascicolo 2635.3, rapporto del commissariato di San Paolo, 25 giugno 1945.
374 Dorina Di Vita, Gli ebrei di Milano sotto l’occupazione nazista, cit., p.28. Dopo l’arresto di Koch e lo scioglimento dell’intero reparto, il questore di Milano scrisse un lungo rapporto sulle condizioni dei detenuti in via Paolo Uccello. A p.14 di questo rapporto si legge: “I maltrattamenti e le sevizie rivestenti talvolta carattere di raffinata tortura inflitte ai detenuti, non rappresentano infatti nel caso del Reparto speciale di polizia un episodio occasionale che, come tale, potrebbe essere in certo modo spiegato, bensì come un sistema indiscriminatamente usato e che rivela quindi una insensibilità morale ed umana avente carattere quasi morboso.” Archivio Centrale dello Stato, Segreteria Particolare del Duce RSI, Carteggio riservato, b.17, rapporto del Questore di Milano del 13 ottobre 1944.
375 Secondo la testimonianza di un italiano non ebreo arrestato nel marzo del 1944, le guardie tedesche di Regina Coeli erano addirittura “umane”. Italo Zingarelli, Il terzo braccio di Regina Coeli, Staderini, Roma, 1944, p.69. Una cronaca delle vicende di Regina Coeli durante l’occupazione è stata pubblicata da Amedeo Strazzera-Perniciani, Umanità ed eroismo nella vita segreta di Regina Coeli, A.L.A., Roma, 1946.
376 Secondo Italo Zingarelli, Regina Coeli “pullulava” di spie. Ivi, pp.71-72.
377 Archivio Centrale dello Stato, Ministero di Grazia e Giustizia, Grazie, Collaborazionisti, b.63
378 Archivio dell’Ufficio storico dello Stato maggiore dell’Esercito, H 8, b.8., “Elenco: prigionieri di via Tasso”.
379 Anna Maria Ori, Il Campo di Fossoli. Da campo di prigionia e deportazione a luogo di memoria 1942-2004, Apm, Carpi, 2008, pp.9-11.
380 Liliana Picciotto, L’alba ci colse come un tradimento. Gli ebrei nel campo di Fossoli. 1943-1944, Mondadori, Milano, 2010, p.39.
381 Ivi, p.40.
382 Ivi, p.60.
383 Ivi, p.60.
384 Ivi, p.71. Testimonianze di prigionieri a Fossoli in Leopoldo Gasparotto, Diario di Fossoli, Bollati Boringhieri, Torino, 2007; Gilberto Salmoni, Una storia nella storia. Ricordi e riflessioni di un testimone di Fossoli e Buchenwald, Genova, Fratelli Frilli Editori, 2013.
385 “Qui ricevemmo i primi colpi: e la cosa fu così nuova e insensata che non provammo dolore, nel corpo né nell’anima. Soltanto uno stupore profondo: come si può percuotere un uomo senza collera?” Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 1986, p.22.
386 Anna Maria Ori, Il Campo di Fossoli, cit., p.28.
387 Mimmo Franzinelli, Le stragi nascoste. L’armadio della vergogna: impunità e rimozione dei crimini di guerra nazifascisti 1943-2001, Mondadori, Milano, 2003, pp.213-220.
388 Sul personale del campo Giorgio Mezzalira e Carlo Romeo (a cura di), “Misha” l’aguzzino del Lager di Bolzano, cit.; Mimmo Franzinelli, Le stragi nascoste, cit., pp.234-269.
389 Su Josef Mittermaier, Archivio Centrale dello Stato, Ministero di Grazia e Giustizia, Grazie, Collaborazionisti, b.39, sentenza contro Mittermaier Giuseppe.
Amedeo Osti Guerrazzi, Tedeschi, Italiani ed Ebrei. Le polizie nazi-fasciste in Italia. 1943-1945, Pensare e insegnare la Shoah, attività e materiali, Assemblea legislativa. Regione Emilia-Romagna. Percorsi della memoria

I campi di concentramento provinciali per ebrei, comparsi nel territorio della Repubblica sociale italiana tra dicembre 1943 e l’estate del 1944, rappresentano un aspetto specifico dell’antisemitismo di Salò e della vicenda che portò alla deportazione dall’Italia di migliaia di persone nei lager nazisti. Complice anche una documentazione d’archivio in molti casi lacunosa, la storiografia ha dedicato quasi sempre uno spazio marginale a queste strutture, concentrandosi invece su quelli che furono i principali luoghi di detenzione degli ebrei arrestati, nonché punto di partenza per i convogli di deportati diretti allo sterminio: il carcere di San Vittore a Milano, il campo di Fossoli di Carpi vicino Modena, il campo di Gries a Bolzano e la Risiera di San Sabba a Trieste. Tuttavia, lo studio di questi campi minori, e delle dinamiche politico-amministrative che li riguardano, costituisce una lente di ingrandimento su un tema più ampio come quello della persecuzione degli ebrei in Italia: da una parte, infatti, porta a riflettere su quella che fu la reale applicazione a livello locale di provvedimenti presi dal governo centrale di Salò in ambito razziale; dall’altra pone interrogativi riguardo il rapporto di collaborazione tra italiani e tedeschi nell’arresto e nella deportazione degli ebrei in ogni provincia della RSI. Entrambi questi aspetti riconducono a quelli che sono i caratteri propri dell’antisemitismo del nuovo governo di Mussolini, da approfondire dunque non soltanto tenendo conto delle decisioni prese dall’alto e degli aspetti ormai più noti (vedi il ruolo dell’Ispettorato per la razza o la figura di uomini come Giovanni Preziosi), ma prendendo come punto privilegiato di osservazione l’atteggiamento di autorità e funzionari locali direttamente coinvolti, sul territorio, nell’attuazione delle misure persecutorie antiebraiche.
Questo intervento intende quindi riflettere, senza soffermarsi sui dettagli, su questi due aspetti, provando a ragionare su alcune possibili ipotesi interpretative.
L’apertura dei campi di concentramento provinciali per ebrei avvenne a seguito e in esecuzione dell’ordinanza ministeriale n. 5, inviata a tutti i capi provincia (gli ex prefetti) dal ministro dell’Interno di Salò Guido Buffarini Guidi, il 30 novembre 1943. Questa misura di polizia ordinava alle autorità locali di arrestare tutti gli ebrei presenti nella RSI e ne disponeva l’invio in apposite strutture provinciali nell’attesa che venissero approntati uno o più campi nazionali in grado di contenere le persone fermate. L’ordinanza aveva in realtà un obiettivo ben preciso: il sequestro dei beni ebraici, il cui ricavato sarebbe stato destinato ai sinistrati di guerra – obiettivo poi fissato un mese dopo, a inizio gennaio 1944, da un decreto legislativo, con il quale si arrivò alla definitiva confisca dei beni in favore dello Stato repubblicano. Queste disposizioni ai danni degli ebrei non furono un provvedimento isolato o improvviso, ma si posero in continuità con quanto fatto dal regime fascista dal 1938 in avanti e a suggello di un processo politico-amministrativo proseguito con la nascita della RSI nel settembre 1943.
Matteo Stefanori, I campi provinciali per ebrei nella Repubblica sociale italiana, Convegno I campi fascisti, organizzato da Audiodoc in collaborazione con l’Istituto Storico Germanico di Roma DHI e l’Istituto Romano per la storia d’Italia dal Fascismo alla Resistenza Irsifar, Casa della memoria Roma, 28 novembre 2012, Atti, a cura di Roman Herzog e Andrea Giuseppini, Roma 2013

Marina Napoletano, Nere nuvole sul Giardino dei Giusti, dicembre 2019 – Fonte: M. Napoletano, Op. cit. infra

Nel settembre del 1943 in Italia le autorità erano informate, direttamente o indirettamente, della politica di sterminio attuata nei paesi occupati, mentre, almeno all’inizio, la popolazione ne sapeva poco o niente e, quando si cominciò a sospettare o capire cosa stava succedendo, la maggior parte dei non ebrei si mostrò indifferente o desiderosa di non andare incontro a guai con la polizia, anche se il codice penale di allora non conteneva alcun articolo che prevedesse punizioni e tanto meno la pena di morte per aver aiutato gli Ebrei. Era punito solo chi avesse distribuito stampa clandestina, aiutato partigiani, nascosto militari alleati o radio ecc. Inoltre sull’atteggiamento degli Italiani, in
maggioranza cattolici, influì anche l’idea sostenuta dalla chiesa che gli Ebrei fossero deicidi. Ciò naturalmente non voleva dire che i soccorritori non rischiassero niente, perché le bande fasciste prima e i Tedeschi occupanti poi non si attenevano certo alla legislazione vigente. Perciò chi aiutò i perseguitati dimostrò comunque coraggio e umanità.
[…] Anche la chiesa cattolica fu coinvolta nell’opera di salvataggio degli Ebrei, ma la posizione di questa istituzione nel dopoguerra suscitò un acceso dibattito perché mentre alcuni sottolinearono alcune prese di posizione positive della chiesa, altri fecero notare che l’aiuto venne soprattutto dalle azioni e decisioni dei singoli e che la chiesa non prese mai posizione ufficiale contro il fascismo e il nazismo. Ciò orientò la popolazione a considerare generalmente con scarso interesse la questione, anche se amici, conoscenti, vicini di casa cominciarono a sparire senza fare ritorno.
[…] Oltre alla fucilazione, come alle Fosse Ardeatine a Roma (1944) o alla morte anche per annegamento come sul lago Maggiore (1943), gli Ebrei italiani venivano rastrellati per strada o nelle case, costretti a prepararsi per un viaggio per ignota destinazione in venti minuti, invitati a portare con sé viveri per una settimana, abiti denaro e gioielli, caricati su camion e portati nei campi di concentramento. Di qui poi venivano fatti salire su treni con vagoni utilizzati per il bestiame e avviati ai campi di sterminio siti prevalentemente in Polonia e Germania.
[…] luoghi di raccolta, i primi a nascere furono i campi di internamento, che non sono tipici del fascismo o nazismo, ma sono adottati da tutte le nazioni in tempo di guerra per controllare i cittadini dei paesi nemici presenti sul proprio territorio o gli avversari politici, le sospette spie o coloro che sono ritenuti comunque pericolosi per la nazione. Sorgono lontano dalla linea del fronte, in località non militarmente importanti, ma non necessariamente isolate, tanto è vero che possono essere anche città. Gli internati venivano di solito concentrati in castelli, ville, conventi, colonie, sale cinematografiche ecc., potevano mantenere contatti, anche se limitati, con la popolazione locale, ma erano soggetti a una disciplina simile a quella carceraria con appelli, oscuramento notturno ecc. Non erano costretti a lavorare e a chi non possedeva mezzi di sussistenza propri lo stato versava un piccolo sussidio che permetteva di non morire di fame. Gli Ebrei vi venivano inviati solo se antifascisti, fino al 25 luglio 1943. Non erano perseguitati per la loro razza, tanto è vero che l’Italia continuò ad accogliere profughi ebrei di paesi occupati dai Tedeschi e Mussolini si vantava della sua generosità contrapponendola alla crudeltà nazista.
Per questi campi, già esistenti nella seconda metà dell’Ottocento e divenuti prassi ordinaria con la prima guerra mondiale, non esisteva nessun accordo internazionale specifico, per cui ci si atteneva alla convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra siglata nel 1929.
Con l’entrata in guerra si passò ai campi di concentramento.
Anche questi non erano necessariamente campi con baracche, potevano essere luoghi vari come per i campi di internamento e spesso erano anche carceri. Di solito il trattamento non era disumano, ma comunque queste persone innocenti vennero private della libertà e i luoghi spesso malsani e la scarsità di viveri segnarono la loro esistenza indebolendoli, facendoli ammalare e offendendo la loro umanità tramite l’ingiustificata privazione della libertà.
Con la nascita della RSI i campi di concentramento sul territorio occupato dai Tedeschi si trasformarono in anticamera della morte, perché i prigionieri cominciarono ad essere trasferiti nei campi di sterminio, dislocati soprattutto in Polonia e in Germania. In questi campi, soprattutto dopo che fu decisa la soluzione finale nella conferenza di Vansee del gennaio 1942, le vittime erano costrette ad un pesantissimo lavoro schiavistico che, unito alla sottoalimentazione, al freddo e alle torture portava in breve, circa tre mesi, alla morte.
In Italia l’unico campo di sterminio fu la risiera di San Sabba, presso Trieste, il cui forno crematorio fu fatto saltare dai Tedeschi per non lasciare tracce.
La RSI aveva invece previsto ventotto campi di concentramento provinciali e uno nazionale a Fossoli.
Marina Napoletano, La Shoah in Italia in

Non appena occupata Milano, il 10 settembre 1943, i tedeschi requisirono i raggi IV e V di San Vittore, il carcere cittadino, sotto il comando di Helmut Klemm. Il servizio di guardia interno era interamente gestito dai tedeschi, mentre quello esterno restò di competenza italiana. Venne adibita al piano terra una stanza per gli interrogatori. All’inizio il direttore della sezione teneva un registro con tutte le generalità dei detenuti. In seguito gli ebrei imprigionati vennero registrati senza nome e senza matricola, ma con un semplice numero progressivo, seguito da una E (ebreo): 1E, 2E… Via via che i gruppi partivano, la numerazione ricominciava. Il carcere di San Vittore fu adibito alla raccolta e detenzione degli ebrei catturati a Milano e provincia, nella zona di frontiera italo-svizzera e nelle grandi città del nord, fungendo da vero e proprio campo di transito. A questo scopo vennero utilizzate le celle del IV raggio e con l’aumentare degli arrestati anche i piani sottostanti, per poi restringersi verso aprile-maggio 1944 nell’ultimo piano del V raggio, non più in celle, ma in camerate. La promiscuità era totale, la mancanza di cibo e di servizi igienici adeguati anche.
Redazione, San Vittore, Milano, Pietre d’inciampo

Fonte: M. Napoletano, Op. cit.

Dopo undici edizioni in cui sono state posizionate 336 pietre d’inciampo, per la dodicesima volta, martedì 19 gennaio e mercoledì 20 gennaio 2021 saranno installate a Roma 21 ‘Stolpersteine’ in memoria di deportati razziali e politici. Quest’anno, rendono noto gli organizzatori dell’iniziativa Arteinmemoria sotto l’alto Patronato del Presidente della Repubblica, l’appuntamento avverrà nel rispetto delle regole stabilite dall’ultimo Dpcm, per cui le persone presenti alle installazioni avranno l’obbligo di indossare le mascherine e di mantenere le debite distanze.
Curato da Adachiara Zevi, il progetto si avvale di un Comitato scientifico composto da Anna Maria Casavola, Annabella Gioia, Elisa Guida, Antonio Parisella, Liliana Picciotto, Micaela Procaccia e Michele Sarfatti; e di un Comitato organizzativo composto da Bice Migliau e Sandra Terracina.
L’idea di Gunter Demnig risale al 1993 quando l’artista è invitato a Colonia per una installazione sulla deportazione di cittadini rom e sinti. Sceglie il marciapiede prospiciente la casa in cui hanno vissuto i deportati e vi installa altrettante “pietre d’inciampo”, sampietrini del tipo comune e di dimensioni standard (10×10 cm.). Li distingue solo la superficie superiore, perché di ottone lucente. Su questa sono incisi: nome e cognome età, data e luogo di deportazione e, quando nota, la data di morte. I primi Stolpersteine sono stati installati a Colonia nel 1995; da allora questa straordinaria mappa della memoria europea si è estesa sino a includere oltre 50.000 pietre […]
Redazione, Shoah: 21 pietre d’inciampo a Roma in memoria vittime nazismo, ANSA, 16 gennaio 2021

Fonte: M. Napoletano, Op. cit.
Fonte: M. Napoletano, Op. cit.

Com’è noto, solo dopo l’8 settembre 1943 l’Italia fu coinvolta appieno nel sistema concentrazionario nazista, che dalla sua costituzione coeva al regime si era profondamente trasformato. Non soltanto dal 1941 ai KL si sarebbero affiancati i VL, ma con lo scoppio della guerra il numero dei deportati in KL sarebbe paurosamente aumentato; si sarebbe passati dai trentamila circa del periodo 1933-1937, quando a finire in campo erano essenzialmente tedeschi antinazisti, ai sessantamila registrati nel 1941 (tra cui numerosi stranieri e tedeschi arrestati semplicemente perché giudicati dalla polizia “asociali”, troppo critici verso Hitler ed i suoi paladini, colpevoli di scarso rendimento nel lavoro), ai centoventitremila del gennaio 1943 che sarebbero diventati duecentoventiquattromila sette mesi dopo e ben cinquecentoventiquattromila dopo altri dodici mesi per poi toccare la punta di settecentocinquantamila nel gennaio 1945 (si tenga conto, per meglio valutare queste cifre, che la mortalità annuale, calcolata sugli otto principali KL e naturalmente escludendo dal computo i VL, fu del quarantasei per cento). E’ dal 1943 che i KL diventarono la babele di lingue e nazionalità descrittaci da Primo Levi nelle sue opere, e fu dall’anno precedente – in conseguenza del prolungarsi della guerra e dell’acuta carenza di manodopera che afflisse in misura via via crescente l’economia di guerra del Terzo Reich – che l’apparato SS prese in seria considerazione l’idea di servirsi dei deportati come di una grande riserva di braccia a bassissimo costo.
[…] Il fatto che il fascismo mussoliniano non abbia costruito una rete di campi di concentramento paragonabile a quella nazionalsocialista e – ancor di più – non abbia attuato misure di annientamento così radicali come quelle messe in pratica dal Terzo Reich ha contribuito in misura decisiva a far passare in secondo piano sia le responsabilità del fascismo salodiano nella deportazione degli ebrei verso Auschwitz e di coloro che erano classificati come oppositori politici verso i KL, sia l’esistenza di un apparato concentrazionario edificato dal regime monarchico fascista nell’ultimo periodo della sua ventennale esistenza. Eppure esso giocò un ruolo importante nella deportazione propriamente detta: non pochi dei campi di concentramento in funzione prima dell’8 settembre 1943 vennero riutilizzati; da alcuni di essi – come vedremo – partirono i primi trasporti diretti oltre Brennero; infine, le strutture e gli apparati predisposti in precedenza si dimostrarono ottimi supporti per gli occupanti e per i loro alleati di Salò.
[…] Nel periodo che va dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945 partirono dall’Italia o da territori all’epoca facenti parte del territorio del Regno centoventitre trasporti (tutti, tranne pochissimi, per ferrovia; si tenga presente che la dimensione di ogni convoglio era estremamente variabile; da poche decine di persone in qualche caso ad oltre mille in – pochi – altri) diretti verso la rete concentrazionaria nazista (il primo si mosse il 16 settembre, da Merano, con destinazione Auschwitz; l’ultimo il 22 marzo 1945, da Bolzano, diretto a Dachau). Tra essi, ben quarantaquattro deportarono ebrei di nazionalità italiana e straniera. Può essere significativo ricordare chi fu ad arrestarli; dati certi ci sono solo per una parte degli ebrei, quattromilaseicentonovantanove persone in tutto, di cui il cinquantatre per cento (duemilaquattrocentoottantanove) fu catturato da forze tedesche, il quaranta per cento (milleottocentonovantotto) da unità italiane, il restante sette per cento (312) da italiani e tedeschi assieme. Già questo dato, per quanto parziale, ci fornisce un’immagine impressionante dell’apporto delle strutture fasciste repubblicane allo sterminio. Non minore fu il ruolo dell’apparato di Salò nella deportazione degli oppositori politici.
Brunello Mantelli, Deportazione dall’Italia, in Enzo Collotti, Renato Sandri, Frediano Sessi (a cura di), Dizionario della Resistenza. Storia e geografia della Liberazione, Tomo I, Torino, Einaudi, 2000

Fonte: M. Napoletano, Op. cit.

Il “piede tedesco” si è poggiato su gran parte dell‟Italia e ha lasciato impronte profonde. Ha calpestato diritti e dignità. Ha violato le leggi internazionali e ignorato quelle morali. Lo ha fatto quando si è messo in marcia, in modo rapido e rabbioso, per conquistare il territorio italiano dopo il “tradimento” dell’8 settembre e quando ha cominciato a ripiegare, lentamente, dopo lo sbarco anglo-americano in Sicilia nel luglio del 1943. Adesso occupa le terre della neonata Repubblica Sociale e con, passo cadenzato, segna il tempo delle brevi giornate e delle lunghe notti della Capitale. Benché sia stata dichiarata “città aperta”, Roma subisce infatti una feroce occupazione nazista <706. I fascisti italiani collaborano, e con un ruolo non secondario <707. D’altra parte, almeno formalmente, il territorio è posto sotto la giurisdizione della RSI. Per quanto questo possa valere. Sono i tedeschi, in realtà, i veri padroni <708. Della città e dello Stato. Anche della vita delle persone. Hanno la prima e l’ultima parola, sulla vita e sulla morte, ma, stranamente, non mantengono la parola data. Si è visto il 16 ottobre 1943 quando hanno rastrellato e deportato 1.024 ebrei romani <709. Qualche giorno prima, Kappler aveva ottenuto 50 chili d’oro in cambio della promessa di non compiere azioni violente ai danni della comunità ebraica <710. Sono di parola, invece, quando eseguono le condanne a morte.
706 Vedi Cesare De Simone, Roma città prigioniera, Mursia, Milano 1994. Su Roma negli anni 1943-1944 vedi la ricerca condotta dall’Università di Roma La Sapienza – Dipartimento di Architettura – QART Laboratorio per lo studio di Roma contemporanea sui seguenti aspetti: i combattimenti per la difesa della Capitale nel settembre 1943; i bombardamenti; la Santa Sede: una città nella città; i comandi nazisti e le sedi fasciste; le prigioni e i luoghi della rappresaglia; i luoghi della resistenza; combattere la fame; le trasformazioni della città; la geografia della città liberata e le modificazioni determinate dall‟arrivo degli americani. Vedi: Piero Ostilio Rossi, Roma 1943-1944. Geografia di una città occupata. La costruzione di una mappa interattiva, in Roma. Architettura e città negli anni della seconda guerra mondiale. Atti della Giornata di studio (24 gennaio 2003). Con CD-Rom, a cura di Andrea Bruschi, Gangemi, Roma 2004. Il CD-Rom ha per titolo “8-23 settembre 1943. La battaglia per la difesa di Roma”. Vedi, inoltre, sulla vita quotidiana, Roma durante l’occupazione nazifascista. Percorsi di ricerca, Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza, Franco Angeli, Milano 2009.
707 Oltre alla collaborazione “politica” va segnalata anche quella “comune” di delatori e spie pronti a denunciare per i più svariati motivi, non ultimo quello economico. Nel corso di un interrogatorio a Regina Coeli, di fronte alla Corte d’assise di Roma, il 27 febbraio 1948, Kappler dichiara: “Nella mia qualità di comandante della Polizia di Sicurezza Germanica in Roma dal settembre 1943 al giugno 1944 ho avuto occasione di conoscere molti cittadini italiani che collaboravano con noi. Debbo precisare che ve ne erano di varie specie: ve ne erano alcuni che prestavano la loro opera di informazioni per motivi esclusivamente di lucro e cioè tradivano i loro compagni per denaro. Un altro gruppo di collaboratori era composto di persone che o per convinzione politica o per opportunismo davano la loro opera dietro corresponsione di uno stipendio mensile in misura molte inferiore alle somme corrisposte a quelli del 1° gruppo […] Un terzo gruppo comprendeva persone che si prestavano a fornirmi informazioni per amicizia personale con me contratta da anni o anche di recente i quali non avevano alcun fine di lucro e tuttal più qualche volta ebbero delle somme a titolo di rimborso spese solo eccezionalmente […] Posso dire che per una specie di tariffa imposta dagli stessi collaboratori veniva a questi corrisposta la somma di £ 5000 per ogni ebreo denunziato e questo a decorrere circa dal dicembre 1943 o più probabilmente dal gennaio 1944”, Archivio di Stato di Roma, Cap, Corte d‟assise di Roma, F.2946, vol.IV “Esami testimoni”, ff.176-180, citato in Liberi. Storie, luoghi e personaggi della Resistenza del Municipio Roma XVI, a cura di
Augusto Pompeo. Realizzato dal Municipio Roma XVI in collaborazione con l’ANPI, Roma, aprile 2005. Su questi temi vedi: Mimmo Franzinelli, Spie e confidenti anonimi: l’arma segreta del regime fascista, Mondadori, Milano 2005; Mauro Canali, Le spie del regime, il Mulino, Bologna 2004; Amedeo Osti Guerrazzi, La Repubblica necessaria. Il fascismo repubblicano a Roma 1943-1944, Franco Angeli, Milano 2004.
708 Per la memorialistica di parte nazista vedi: Albert Kesselring, Soldato fino all’ultimo giorno, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2007 (Prima edizione italiana, Id., Memorie di guerra, Garzanti, Milano 1954; Eugen Dollmann, Roma nazista 1937-1943, Rizzoli, Milano 2002 (Prima edizione: Id., Roma nazista, Longanesi, Milano 1949); Eitel Friederich Moellhausen, La carta perdente. Memorie diplomatiche 25 luglio 1943-2 maggio 1945, Sestante, Roma 1948.
709 Kappler utilizza gli elenchi dei nominativi degli ebrei romani che gli sono stati forniti dall’Ufficio Demografia e Razza del Ministero dell’Interno. Dei 1024 ebrei deportati torneranno solo in 16 tra cui una sola donna, Settimia Spizzichino, e uno solo dei 207 minorenni catturati. Vedi, tra gli altri, Settimia Spizzichino, Gli anni rubati. Memorie di Settimia Spizzichino, reduce dai Lager di Auschwitz e Bergen – Belsen, Comune, VII ripartizione, politiche per gli anziani, progetto radici in piazza, Cava de’ Tirreni 1996; Giacomo De Benedetti, 16 ottobre 1943, OET, Roma 1945 (e edizioni successive); Fausto Coen, 16 ottobre 1943. La grande razzia degli ebrei di Roma, Giuntina, Firenze 1993.
710 “E se l’odio antisemita dei nazisti era tristemente noto, non sembrava attribuibile ai tedeschi una frode tanto maramalda e disonorante. La crudeltà sì, la mancanza di parola no. Si presentavano, i nazisti, come l’emblema di un ordine cieco e assurdo, ma sempre ordine; e se per qualcosa erano tristemente noti, era per la spietatezza con cui esigevano che le regole venissero rispettate”, Rosetta Loy, La parola ebreo, Einaudi, Torino 1997, p.127.
Antonio Gioia, Guerra, Fascismo, Resistenza. Avvenimenti e dibattito storiografico nei manuali di storia, Tesi di laurea, Università degli Studi di Salerno, anno accademico 2010-2011

Sempre inerente alle confische dei beni ebraici, il 28 gennaio 1944 è diramata la circolare n.459 da parte del capo della Polizia Tullio Tamburini: essa prevede lo scioglimento delle comunità israelitiche e il sequestro dei loro beni <143. Da questa circolare derivano atti come il decreto di confisca del 29 maggio 1944 del capo della provincia di Venezia, volto a colpire la comunità ebraica della città: in esso compaiono i beni fisici ed economici, le sinagoghe, le scuole israelitiche e persino tre cimiteri <144.
L’attività zelante di confisca continua per tutti i mesi successivi, senza accennare a diminuire con l’aggravarsi della situazione al fronte. È del marzo del 1945 l’appunto che il ministro delle Finanze inoltra a Mussolini per esprimere soddisfazione in merito ai risultati conseguiti fino a quel momento, pur rammaricandosi della mancata opera di confisca nelle due zone di operazione a causa della decisione dei nazisti di sospendere l’applicazione del decreto legislativo n.2 <145.
La promulgazione di norme funzionali all’annientamento degli ebrei non si arresta: oltre al già citato d.l.d. 31 marzo 1944 n. 109 volto a ristrutturare l’EGELI in funzione dei nuovi compiti previsti dai decreti antiebraici, si interviene anche sulle strutture politiche deputate alle politiche razziali. Nella seduta del Consiglio dei ministri del 12 febbraio 1944 Mussolini promuove l’istituzione dell’Ispettorato generale per la razza, poi ufficializzata con il d.l.d. n.171 del 18 aprile 1944. La creazione di questo istituto, come si vedrà nel prossimo paragrafo, prevede l’accentramento dei compiti in materia antiebraica fino a questo momento prerogativa di altri organi, come la Direzione generale per la demografia e la razza: questa è trasformata nella Direzione generale per la demografia con il decreto ministeriale del 16 aprile 1944 n.136 <146 e acquisisce le competenze del ministero dell’Interno in merito all’Unione nazionale fascista per le famiglie numerose e dell’Opera nazionale per la protezione della maternità e infanzia <147.
Nei mesi seguenti la produzione normativa rallenta, sia per dare modo al nuovo Ispettorato di elaborare dei progetti di legge, ma soprattutto perché il governo ha raggiunto gli obiettivi perseguiti: si è dotato di una struttura che consente di portare avanti la razzia dei beni ebraici e incamerare i proventi delle confische. Che questo fosse l’interesse primario del legislatore lo dimostra il fatto che gli unici interventi in materia in questo periodo si riferiscono ad aspetti tecnici riguardanti l’EGELI, oggetto di due decreti del ministero delle Finanze: il primo è il d. m. 15 settembre 1944, n. 685 Adeguamento del trattamento tributario a favore di tutti i beni gestiti dall’Ente di Gestione e Liquidazione Immobiliare <148, volto a specificare le aliquote della tassazione sui beni incamerati e gestiti dall’EGELI. Il secondo invece risponde alla necessità organizzativa di avere una figura tecnica a capo dell’ente <149: si tratta del d. m. 30 dicembre 1944, n.1036 Modifica dello Statuto dell’E.G.E.L.I. ed istituzione del posto di Direttore Generale <150.
Il contenuto della circolare n. 459 di Tamburini del gennaio 1944, riferita alle comunità ebraiche e ai loro beni, è successivamente rimaneggiato e inserito in un decreto legislativo approvato dal Consiglio dei ministri il 16 aprile 1945 <151: esso prevede lo scioglimento dell’Unione delle Comunità ebraiche e delle stesse comunità, insieme alla soppressione di tutte le istituzioni ebraiche per l’assistenza. In realtà nei mesi precedenti è già stato messo in pratica quanto previsto dalla circolare n. 459: il provvedimento ufficializza una pratica già portata a compimento.
Questo decreto non entrerà mai in vigore a causa dell’imminente caduta del regime: il degenerare della situazione bellica fa sì che dall’inizio del mese di aprile non sia più possibile pubblicare la «Gazzetta Ufficiale» e di conseguenza il provvedimento non può diventare esecutivo.
È significativo notare come, <152 nonostante l’annientamento pressoché totale degli ebrei nell’aprile del 1945, l’opera legislativa continui a destinare uomini e risorse alla persecuzione di una comunità ormai devastata, risultando
disconnessa dalla realtà contingente.
Quest’ultimo Consiglio dei ministri precede di pochi giorni la caduta della RSI: il proseguimento dell’attività legislativa ordinaria va sì attribuito alla mancanza della percezione della fine imminente, ma anche, secondo Aldo
G. Ricci, alla «logica che regola il funzionamento della struttura burocratica, i cui automatismi prescindono dalla valutazione dell’evolversi delle vicende politiche, seguendo un percorso tracciato dalla necessaria prosecuzione di quanto è stato fatto in precedenza <153».
Questa panoramica sui provvedimenti antiebraici emanati nei seicento giorni di vita della Repubblica sociale mostra come, seppur in un arco di tempo limitato, l’attività legislativa sia stata complessa. Soffermandosi sul contenuto delle norme, prevalgono i decreti legati all’aspetto gestionale della materia, dalla formazione dell’Ispettorato al ruolo fondamentale attribuito all’EGELI, a cui vanno aggiunti il decreto di Biggini sul sequestro delle opere d’arte e il decreto finale sullo scioglimento delle comunità ebraiche. Anche il provvedimento più elaborato, il d.l.d. 4 gennaio 1944, si concentra strettamente sulla confisca e sulla gestione dei beni ebraici. Pur tenendo in considerazione anche i testi che non hanno completato l’iter legislativo, si evidenzia come il governo saloino non abbia mai voluto affrontare l’ufficializzazione della privazione della cittadinanza degli ebrei italiani, così come previsto dal Manifesto di Verona. Il comando della RSI delega l’elaborazione di norme specifiche in materia razziale all’Ispettorato di Preziosi, con ogni probabilità perché percepite come puntualizzazioni secondarie all’interno del contesto bellico; l’azione concreta del legislatore si limita a regolare le modalità del saccheggio dei beni.
143 Il testo in M. Sarfatti, Documenti della legislazione antiebraica, in «La rassegna mensile di Israel», LIV, n.1-2, Roma 1988, p. 197.
144 Fusina, L’antisemitismo italiano attraverso i decreti di confisca dei beni, cit., p. 99.
145 «Confisca beni ebraici – Situazione al 31 dicembre 1944 – XXIII» , in De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, cit., p. 610-611.
146 «Gazzetta Ufficiale» 20 aprile 1944, n. 93.
147 Ropa, L’antisemitismo nella repubblica sociale italiana, cit., p. 26-27.
148 «Gazzetta Ufficiale» 26 ottobre 1944, n. 251.
149 Rispetto alla prima versione dello Statuto si inserisce un articolo specifico, l’art. 14 del d. m. 30 dicembre 1944, n.1036 Modifica dello Statuto dell’E.G.E.L.I. ed istituzione del posto di Direttore Generale: «Il Direttore Generale che dura in carica tre anni e può essere anche riconfermato, regge gli uffici dell’Ente e ne ha la responsabilità verso il Presidente. Esercita pertanto tutti i necessari controlli e propone al Presidente i provvedimenti da adottare nei confronti del personale e dell’andamento del servizio». Di nomina ministeriale, il Direttore inoltre prende parte alle riunioni del Consiglio di Amministrazione e della Giunta esecutiva (art. 7 e 8).
150 «Gazzetta Ufficiale» 10 marzo 1945, n. 58.
151 Questa seduta del Consiglio dei ministri non è stata verbalizzata; esiste comunque l’atto dei provvedimenti presentati e il decreto in esame compare tra le proposte del ministero dell’Interno. Cfr. Verbali del Consiglio dei ministri della Repubblica sociale italiana., cit., p. 1335. Il testo del decreto in ACS, RSI,
PCM, Atti, b. 150, f. 159 Schema di decreto relativo alla soppressione delle Comunità israelitiche.
152 Bonini, La Repubblica Sociale Italiana e la socializzazione delle imprese, cit., p. 405.
153 Ricci, Le fonti per la storia della RSI, cit., p.71. Anche Liliana Picciotto in merito all’accanimento del legislatore considera come «il governo di Salò cercò di recuperare credibilità e di rivendicare la propria sovranità imboccando la strada legislativa con un accanimento pari a quello impiegato dai tedeschi nella gestione della deportazione. Ne nacque un automatismo burocratico che non si arrestò neppure di fronte all’evidenza dell’ormai avvenuto annientamento del soggetto cui esso si rivolgeva». Picciotto, Il libro della memoria, cit., p. 939.
Sara Garbarino, La Repubblica sociale italiana e la persecuzione degli ebrei, Tesi di Laurea, Università Ca’ Foscari, Venezia, anno accademico 2016/2017, pp. 61-64

Nel periodo che va dalla crisi dell’estate 1943 alla Liberazione circa ottocentomila italiani (nella stragrande maggioranza maschi, ma non mancarono alcune migliaia di donne) vennero trasferiti (per la quasi totalità a forza) nel territorio del Terzo Reich. Lì i loro destini si incrociarono con quelli di altri centomila connazionali, giunti in Germania negli anni precedenti (dal 1938 in poi) sulla base di intese intergovernative tra Roma e Berlino, ma ormai – dopo il 25 luglio 1943 – trattenuti contro la loro volontà dalle autorità nazionalsocialiste. Dal maggio 1945, crollato il regime nazista e conclusasi la guerra in Europa, questi novecentomila esseri umani, o meglio quelli di loro che erano ancora in vita, condivisero le traversie di un lento e difficile ritorno in una patria che spesso era poco interessata ad ascoltare le loro vicende, tra loro per altro assai diversificate, ed a farle diventare parte integrante della storia nazionale. Fu così che nella pubblica opinione si diffuse un uso generico dei termini “deportati” e “deportazione”, divenuto quest’ultimo sinonimo di trasferimento coatto dall’Italia occupata alla Germania; successivamente, la circolazione di notizie sul sistema concentrazionario nazista e la diffusione dei nomi di alcuni dei suoi campi […] provocarono una seconda e più grave deformazione concettuale: tutti coloro che erano stati “deportati” (nel significato estensivo a cui ho accennato) avrebbero conosciuto i Lager (termine tedesco – sta per “deposito” – entrato nell’uso comune dopo la seconda guerra mondiale ed utilizzato scorrettamente come sinonimo di Konzentrationslager, abbreviato KL o KZ, cioè “campo di concentramento”). Di conseguenza, si originò un corto circuito in base al quale si presumeva che chiunque fosse stato in Germania dall’autunno del 1943 alla fine della guerra avesse conosciuto gli orrori del KL; inoltre (ulteriore inesattezza), quest’ultimo era inteso come immediatamente identico a “campo di sterminio”. Vale perciò la pena, prima di entrare nel vivo della ricostruzione storica, dedicare un po’ di spazio alla precisazione del concetto stesso di “deportazione”. Come si è detto in precedenza, dei circa novecentomila italiani ed italiane presenti in territorio tedesco negli ultimi venti mesi della Seconda guerra mondiale solo ottocentomila vi erano stati trasferiti dopo l’8 settembre 1943; gli altri centomila erano arrivati prima, in seguito agli accordi economici bilaterali che avevano previsto l’invio nel Reich di manodopera agricola ed industriale italiana (complessivamente, dal 1938 al 1943, circa cinquecentomila lavoratori – uomini e donne – erano stati assorbiti dall’economia di guerra tedesca.
[…] La storiografia ha sottolineato che il totale dei civili arruolati dopo l’8 settembre rappresenta una cifra tutto sommato limitata se confrontata con i piani elaborati da Sauckel subito dopo l’uscita dell’Italia dalla guerra, che prevedevano il trasferimento nel Reich di 1.500.000 italiani. La considerazione è esatta, anche se occorre tenere conto che gli arruolati rappresentano l’8% circa di tutti gli stranieri (prigionieri di guerra esclusi) che la Germania riesce a recuperare nei territori d’Europa ancora sotto il suo controllo (nel 1944, 1.200.000). Nella primavera 1944 il governo della RSI dispone, su pressione dei delegati di Sauckel, che gli appartenenti alle classi 1920 e 1921 nonché al primo semestre 1926 vengano reclutati per il lavoro obbligatorio in Germania. […]. La precettazione diede risultati di gran lunga inferiori alle aspettative per la renitenza della maggioranza dei giovani che vi si sottrassero affluendo nelle file della Resistenza. […] Di fatto, però, le autorità d’occupazione si dichiararono pronte a trasferire in Germania gli operai che fossero eventualmente rimasti disoccupati, per «assicurare così il loro futuro». Questi piani sarebbero comunque stati travolti dall’imminente collasso dei due regimi.
Brunello Mantelli, Gli italiani in Germania 1938-1945: un universo ricco di sfumature, “Quaderni Istrevi”, n. 1/2006

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