La Val di Susa è troppo importante perché i tedeschi pensino di abbandonarla

Condove (TO)

Lo sciopero generale ebbe dunque il sostegno della Resistenza che in Val di Susa si era ricostruita da poco, dopo la fine dello “squagliamento” invernale e l’eliminazione della “vecchia guardia” partigiana. L’attività dei partigiani in bassa valle [Val di Susa] si intensificò proprio a partire dal marzo del 1944. Stando alle relazioni della Gnr [Guardia Nazionale Repubblicana] per il paese di Condove, situato alle pendici dell’area montana in cui la formazione partigiana comandato da Maffiodo era stanziata, tra la primavera e l’estate del 1944, i partigiani: “il 30 marzo verso le ore 17 in Condove elementi ribelli ferirono gravemente il legionario Firminio Pettigiani. Il 17 corrente alle ore 17.15 in Condove il tenente Fiorello Sander e il legionario Giacomo Barberi della Gnr vennero proditoriamente aggrediti da due sconosciuti, l’ufficiale colpito da arma da fuoco decedette subito, il milite riportò ferita al petto. Il 24 aprile alle ore 15 in Condove elementi ribelli asportarono dal Municipio una macchina da scrivere, dirigendosi poi verso le montagne di Rubiana. Il 23 aprile alle ore 17 quattro sconosciuti si presentarono alle officine Moncenisio di Condove dove asportarono, con minacce, 1.000 buste contenenti gli anticipi degli operai, ammontanti a 120.000 lire. Il 7 giugno alle ore 23, in Condove, un gruppo di 80 banditi armati ha affisso in parecchi punti della città manifestini incitanti la popolazione a eseguire gli ordini di radio Londra. Una pattuglia composta dai militi Alberto Giovio e Alfredo Tognetti non è rientrata al distaccamento. Si ritiene che predetti legionari siano stati catturati dai banditi” <201. Azioni che dimostravano come la Resistenza valsusina, superata la crisi invernale, avesse ripreso l’iniziativa militare in grande stile e fosse in forte espansione.
Ma il gonfiarsi improvviso delle bande moltiplicò il numero di problemi che doveva affrontare il comando partigiano.
[…] La prima questione riguardava quindi l’organizzazione dei prelievi di merce in modo tale da incidere il meno possibile sui contadini, e qualora ce ne fosse stato bisogno distribuire il prelievo in modo equo fra tutti i contadini e secondo le loro possibilità. I partigiani della 17a brigata Garibaldi, ad esempio, prelevarono più volte mandrie intere di trenta-quaranta capi dai centri di raccolta allestiti dai tedeschi. I capi sequestrati venivano dati in cura ai contadini ai quali si chiedeva in cambio le mucche più anziane per essere macellate. Così non si incideva sulla precaria economia dei contadini che continuavano ad essere un prezioso alleato. Quando le bande effettuavano colpi che permettevano di far provviste di generi alimentari una parte di quei beni veniva distribuito alla popolazione.
[…] Tra l’altro i partigiani poterono contare anche sulla disponibilità della trattoria di Adalgisa e Giacinto Grosset e la tabaccheria di Ada e Teresina Perotto di Condove, non solo come punto di ammasso ma soprattutto come punto di incontro <204.
Quello del vettovagliamento era indubbiamente un compito indispensabile per poter sostenere la lotta partigiana, ma i rapporti tra i partigiani e la popolazione non si limitavano solamente alle necessità di tipo alimentare. Centinaia di piccoli episodi, apparentemente insignificanti, dimostravano lo spirito di collaborazione con i partigiani creatosi spontaneamente in larghi settori della popolazione. I fili di quella solidarietà si esprimevano nelle forme più diverse. A Sant’Antonino un partigiano catturato, mentre veniva trasportato a Torino, era riuscito ad eludere la sorveglianza dei fascisti e a balzare giù dal camion durante una brevissima sosta; appena sceso incontrò due donne che, avendo intuito la situazione, lo nascosero immediatamente sotto un mucchio di fascine <205.
[…] Un folto numero di georgiani dopo aver disertato si portarono sulle montagne sopra Condove in cerca di un contatto con le bande partigiane. Inesperti dei luoghi, affamati, si ritrovarono a quota 2.000 sperduti. Furono contattati da una pattuglia partigiana avvisata dalla popolazione locale insospettita dal gruppo di militari stranieri armati di tutto punto e con una buona scorta di munizioni. La tragica fine di Fontan e di Rossero consigliava prudenza e cautela. I georgiani vennero disarmati e sottoposti ad una attenta sorveglianza e solo in seguito, quando il comando della banda fu sicuro della loro fedeltà alla causa resistenziale, vennero integrati nella formazione <207. Questo per citare tre tipologie diverse di aiuto e collaborazione forniti dalla popolazione locale ai partigiani che sottolineva in modo ulteriore come fosse vitale per i combattenti l’esistenza di quel connubio.
Alla base di quei comportamenti messi in atto dai valligiani a sostegno della lotta partigiana vi erano una molteplicità di motivazioni di carattere umano, etico, politico, religioso, legati all’amore per la libertà ed alla speranza di un futuro migliore. Ma il rapporto tra i partigiani e la popolazione non era unidirezionale. Non era raro infatti che fosse la popolazione a chiedere ai partigiani di farsi autorità di fronte ai soprusi di vario genere: “Periodicamente veniva a Condove un ispettore dei Pesi e delle Misure a fare la verifica del peso pubblico, quella volta arrivò un tipo arrogante con un sacco di pretese: voleva un impiegato per registrare, due persone per portare i sui pesi, acqua, asciugamano. E’ rimasto tre giorni e non gli andava bene nulla, così io sono andato in piazza dove avevo visto due partigiani ed ho raccontato loro che quel tipo prepotente faceva venire tutti matti. Loro sono venuti, l’hanno preso e non so cosa gli hanno detto, fatto sta che il tipo ha preso il treno di corsa e non si è più visto. Insomma, l’ispezione è finita lì” <208.
Quella testimonianza confermava che in alcuni casi l’autorità dei partigiani era tale da contrapporsi a quella delle cariche ufficiali, ma tuttavia non fu mai in grado di costituire in Val di Susa delle “repubbliche partigiane”. A tal proposito Paolo Gobetti scrisse: “non è possibile creare in Val di Susa una zona completamente partigiana, come s’è fatto nel Cuneese, nella Val Pellice e altrove. La valle, con le sue ferrovie, le sue strade carrozzabili, i suoi valichi verso la Francia è troppo importante perché i tedeschi pensino di abbandonarla (…) qui può esserci soltanto guerriglia, nel senso vero del termine: nulla di burocratico e di pesante, ma piccoli gruppi agili, facilmente spostabili, esperti di sabotaggio, audaci e assolutamente sicuri” <209.
Nel contesto valsusisino, il progetto di creare zone libere dalla presenza di truppe d’occupazione tedesca e dai presidi fascisti che ad esse si appoggiavano sfumò per l’importanza strategica della valle nello scacchiere europeo. Così nonostante la fitta rete di solidarietà, che si consolidò tra il giugno ed il novembre del 1944 con l’inizio di una fase espansiva della Resistenza armata, in Val di Susa le brigate partigiane non riuscirono ad assumere il controllo politico del territorio, sperimentando modelli di governo democratico coinvolgendo vaste porzioni di popolazione come accadde nella valle adiacente di Lanzo. Va detto che le zone libere rappresentavano sul piano dell’esercizio democratico della politica un successo della Resistenza, ma sul piano militare, la necessità di presidiare vasti territori contrastava con la caratteristica principale della guerriglia partigiana che era la mobilità sul territorio. Alla lunga le zone libere furono ricondotte sotto l’egida tedesca, in molti casi la fine di quelle esperienze libertarie furono aggravate dalle ritorsioni, dalle razzie e dalle stragi condotte dagli occupanti ai danni della popolazione.
In generale gli atteggiamenti profusi dalla popolazione a favore della Resistenza, dimostrati anche con l’appoggio ed il riconoscimento dell’autorità politica dei partigiani, non devono però annullare l’area dei comportamenti attendisti. Il dilemma della scelta tra partigiani e fascisti coinvolse solo un’esigua minoranza della popolazione, mentre nell’animo dei più prevalse l’attesa della fine della guerra. All’interno della contrapposizione frontale tra la Resistenza e l’occupazione nazifascista era individuabile una “zona grigia”: “regno dell’ombra, dell’ambiguità, dell’incertezza, dei profili indistinti e irrisolti, il campo di chi attraversa con passività morale e materiale i più grandi o più tragici eventi della storia” <210.
La ricorrenza di atteggiamenti opportunistici, oscillanti tra un campo e l’altro degli schieramenti seguiva la logica del primum vivere, per mettere al riparo se stessi e i propri familiari dal flagello della guerra. Per ciò molti italiani si astennero, finché fu possibile, da una scelta di campo netta e decisiva e, continuarono a verificarsi passaggi tra gli schieramenti fino a quando non fu chiaro l’imminente crollo tedesco e della Rsi.
[…] Giugno [1944] fu un mese di crescita per le formazioni partigiane, e di grande speranza che non vi sarebbe stato un altro inverno di guerra. A dar adito a quella speranza furono due fattori correlati, il sopraggiungere dell’estate e la conseguente avanzata alleata sul fronte di guerra italiano. Con il giungere dell’estate infatti le montagne divennero più accoglienti, la neve lasciò spazio al verde dei pascoli, la folta vegetazione offriva ai partigiani nuovi nascondigli e i problemi legati alle difficoltà degli approvvigionamenti alimentari si presentavano in modo meno drammatico perché con l’estate iniziava la stagione dell’abbondanza. Il favore della stagione influenzò anche la situazione internazionale che sembrava volgere a favore della Resistenza.
[…] A loro volta questi Comandi regionali dovranno intervenire in urgenza per accelerare la formazione di Comandi operativi locali, di vallata, di settore” <211. Le vicende nazionali e internazionali diffuse da radio Londra ridavano forza e vigore al movimento partigiano, e incoraggiavano la popolazione ed i giovani italiani richiamati alle armi dai bandi Graziani a resistere in previsione di un’imminente fine della guerra.
[NOTE]
201 Archivio fondazione Micheletti di Brescia, bollettini della Gnr, ora presso l’Istituto storico della Resistenza di Torino
204 Del Vecchio, Jannon, Olivero, Sarti, Un posto nella memoria, p. 55
205 Testimonianza di S. Borgis e G. Giai, in Borgis, La Resistenza nella Valle di Susa, p. 47
207 Alpe, Le grandi battaglie partigiane in pianura, cit., p. 10
208 Testimonianza di Arduino Margrita in Del Vecchio, Jannon, Olivero, Sarti, Un posto nella memoria, p. 55
209 Gobetti, Diario partigiano, cit., p. 82
210 Raffaele Liucci, Zona grigia, in Grazia e Luzzato (a cura di ) Dizionario del fascismo, cit., p. 812
211 Battaglia, Storia della Resistenza italiana, cit., p. 318
Marco Pollano, La 17a Brigata Garibaldi “Felice Cima”. Storia di una formazione partigiana, Tesi di laurea, Università degli Studi di Torino, Anno Accademico 2006-2007

Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana del 27 aprile 1944, pag. 10. Fonte: Fondazione Micheletti cit.

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