Incomunicabilità tra l’archeologia accademica e quella militante, che, salvo poche eccezioni, caratterizza in Liguria gran parte del XX secolo

Villa Durazzo Pallavicini a Pegli
Fonte: Mapio.net

[…] Personalità completamente diversa, i cui interessi furono prettamente scientifici ed accademici fu Arturo Issel (1842-1922), che è uno dei personaggi più significativi della geologia italiana; entrato nell’Ateneo genovese vi percorse tutta la carriera dalla cattedra di Geologia e Mineralogia alla direzione del Museo Geologico dell’Università di Genova, da lui costituito. I suoi interessi scientifici lo spingono a conoscere direttamente il territorio e a frequentare le caverne dove accanto agli aspetti geologici, mineralogici si scontra con la presenza dell’uomo e l’antropizzazione del suolo. Dal suo esame lucido e critico nascono le pubblicazioni Liguria geologica e preistorica (1892) e Liguria preistorica (1908). La sua funzione di direttore del Museo lo porta a preservare materiale e documentazione paletnologica, che altrimenti sarebbe andata dispersa. Si salva così l’attività di ricerca spesso dilettantistica o autodidatta di alcuni ‘studiosi’, veri padri degli studi di preistoria ligure, che chiama a collaborare con lui, come don Deogratias Perrando, don Nicolò Morelli, Giovan Battista Rossi e Clarence Bicknell.
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Giovanni Battista Rossi invece individua numerose stazioni all’aperto (Sassello, Ponzone, Dego, etc.) e in grotta, tra cui i famosi Balzi Rossi e la grotta marina di Bergeggi.
A Clarence Bicknell si deve la conoscenza delle incisioni rupestri dell’attuale Parco Archeologico del monte Beigua e le prime proposte interpretative.
Tutto il ricco materiale di documentazione e rilievo alla sua morte (1919) viene lasciato all’Istituto di Geologia.
Personaggio notevole nel mondo scientifico, attivo e presente in quello universitario genovese, Issel è erede del metodo che il marchese Lorenzo Pareto (1800-1865) adopera per lo studio delle sezioni geologiche: l’indagine e la conoscenza diretta del terreno consentono di distinguere i diversi componenti e di leggere l’insieme di segni ed impronte lasciate dalla presenza umana. Si inizia così l’uso di un nuovo metodo, lo scavo stratigrafico, che trova anche in Giovan Battista Amerano uno sperimentatore alle Arene Candide (1873-1878). Con Issel quindi si introduce in Liguria il concetto di attenzione al terreno e di conseguenza di uno scavo stratigrafico e consapevole, lontano dal metodo finora adoperato, che consisteva nel semplice sterro per mettere in luce le strutture. Quasi contemporaneamente Giacomo Boni stava conducendo a Roma, con metodo stratigrafico, gli scavi nel Foro Romano, servendosi anche del sussidio della geologia, ma restando una voce isolata e non compresa dalla cultura archeologica ufficiale.
Da questo metodo che porta direttamente al contatto con il materiale preistorico, prende anche l’avvio un filone di studi, non più accentrato sulla romanità, quanto piuttosto sul tema delle origini dei Liguri. Il dibattito sul ligurismo si accentua nei primi decenni del Novecento, anche con il contributo di Gaetano Poggi (1856-1919), figura di studioso spesso sottovalutata e parzialmente misconosciuta, anche se rivestì numerose cariche pubbliche.
Fu assessore al Comune di Genova e a lui si deve l’istituzione, primo esempio in Italia, di un Dicastero comunale alle Belle Arti. Diversamente dai suoi contemporanei D’Andrade ed Issel, restò molto più a margine nel quadro culturale ligure.
I suoi interessi alpinistici, l’attenzione per il dialetto e la toponomastica lo portano a creare un metodo di indagine da lui stesso definito ‘storicoalpinistico’, che gli attira molte critiche dal momento in cui lo applica alla lettura della Tavola del Polcevera (Genoati e Viturii, in « Atti della Società Ligure di Storia Patria », XXX, 1900). Questo metodo si basa sull’indagine e sulla verifica diretta con un concetto che preannuncia l’indagine archeologica, a cui associa una profonda conoscenza delle lingue classiche e della toponomastica.
Gli si oppone e con maggior successo il sistema di un Francesco Podestà che, pur non prendendo diretta visione dei luoghi, scrive di archeologia e soprattutto di topografia antica servendosi esclusivamente dei documenti storici (Escursioni archeologiche in val Bisagno, Genova 1878; Il colle di Sant’Andrea in Genova in « Atti della Società Ligure di Storia Patria », XXXVII, 1901).
Poggi giunge a delle conclusioni che per l’ottica del tempo risultano insostenibili, perché cerca, senza potere usufruire dei necessari supporti archeologici, di dimostrare l’esistenza di un forte sostrato preromano e la grandezza della Liguria preistorica, come peraltro stava emergendo dalle ricerche di Issel e del suo gruppo. Si trova, quindi, ad essere in netto contrasto con la scuola di studi che vede in Luigi Tommaso Belgrano e nel suo omonimo Vittorio Poggi i più accreditati esponenti in Liguria secondo i quali è impossibile e ‘disonesto’ avanzare ipotesi in assenza di fonti storiche ed archeologiche.
Vittorio Poggi (1833-1914) è l’antesignano dell’omonimo Gaetano, poiché, partendo dalla lettura delle epigrafi, legge la storia. Fondatore della Società Storica Savonese e Presidente della sezione archeologica, si prefigge lo scopo di rivalutare la storia cittadina e del Ponente ligure, riscoprendo gli insediamenti preromani e romani (Vada Sabatia): si tratta di documentare con prove inconfutabili la storia di Savona e del suo territorio.
Gaetano Poggi, invece, anche nella sua opera di maggior respiro (Genova preromana, romana e medievale, Genova 1914) crea un’immagine di Genova che può rivaleggiare con Marsiglia ed Ostia e le cui origini, anche nel nome, sono da ricercare nel mondo greco. Certo una tesi difficile da sostenere all’inizio del XX secolo in un ambito di romanità imperante, ma fortemente intuitiva come le ricerche e le scoperte archeologiche di questi ultimi anni fanno via via emergere: se non la grecità, per lo meno la forte presenza greca lungo la costa e l’inserimento della Liguria in una corrente di traffico marittimo verso Occidente a partire dall’VIII-VII sec. a.C.
Fu un personaggio scomodo e controcorrente: in un momento storico in cui prevale la tesi di Orlando Grosso che vuole il restauro integrale a tutti i costi, Poggi cura gli scrostamenti dei palazzi del centro storico di Genova per portare alla luce logge, bifore, archetti – l’aspetto medievale della città –, senza mai intervenire sulle strutture e ricostruirle. In questo recupero agisce anche come archeologo, poiché ritiene che l’impianto medievale coincida con quello romano. In questo caso la sua logica e capacità di osservazione gli consentono di avere una visione che verrà parzialmente confortata dalle scoperte di questi ultimi quarant’anni.
Nella veste di assessore ottenne forse il migliore risultato per l’archeologia ligure, anche se fu escluso dall’organizzazione delle Colombiadi (1892): mentre nel 1891 Vittorio Poggi venne eletto Commissario per le Antichità e Belle Arti a Genova con il compito di curare la Mostra dell’Arte per il 1892, sarà poi Gaetano, dopo tante diatribe e vicissitudini, a fondare in modo stabile a Palazzo Bianco un Museo Civico di Storia ed Arte (1908).
Le prime due sale organizzate cronologicamente, e non una semplice esposizione di oggetti e curiosità, accoglievano i materiali archeologici e soprattutto i recenti ritrovamenti della necropoli di via Giulia, i cui vasi a figure rosse lo confortano e lo confermano nella sua tesi:
« Un altro rilievo scaturisce dallo studio di questa suppellettile archeologica ed è la preponderanza dell’elemento greco nella nostra civiltà primitiva; fatto questo che trova conferma nello studio del dialetto ligure, e nella storia dell’espansione greca sulle sponde d’Italia » (Genova, Palazzo Bianco. Museo di Storia e d’Arte, Genova 1908, p. 5).
5. Il Novecento: archeologia e scienze archeologiche
Il primo decennio del Novecento vede l’archeologia assurgere a scienza accademica; dopo un quarto di secolo, in cui considerata come ancella della filologia era stata insegnata più che dignitosamente da un latinista, Francesco Eusebio (1852-1913), per la prima volta l’Ateneo genovese bandisce una cattedra autonoma chiamando Alessandro della Seta (1879-1944). Questa operazione avrebbe potuto portare importanti conseguenze nella cultura ligure grazie alla struttura intellettuale di Della Seta. Invece, sia per l’interruzione dovuta alla prima guerra mondiale, sia per la nomina nel 1919 a Direttore della Scuola Archeologica Italiana di Atene e quindi al trasferimento definitivo di Della Seta a Roma nel 1926, questo avvenimento resta privo di conseguenze positive. Se mai al contrario, si può fare risalire a questo momento l’origine della incomunicabilità tra l’archeologia accademica e quella militante, che, salvo poche eccezioni, caratterizza in Liguria gran parte del XX secolo.
D’altronde, la stessa presenza della Soprintendenza alle Antichità per il Piemonte e la Liguria, anche se può contare su personaggi come Piero Barocelli che tra il 1915 ed il 1919 scava la necropoli di Ventimiglia già individuata dal Rossi, sortisce gli stessi risultati della cultura ufficiale universitaria: non riscuote attenzione a livello locale, ma anzi a volte viene recepita come un fardello burocratico.
Durante il ventennio fascista l’imperante romanità e l’accentramento degli studi sulla capitale non favoriscono il sorgere di nuove iniziative e in Liguria si continuano a livello a volte amatoriale a trattare i temi cari all’archeologia di fine Ottocento: l’origine di Genova e dei Liguri ed il ligurismo.
Erede della cultura erudita e di quel filone storico, che ha visto Luigi Tommaso Belgrano suo massimo esponente, è Ubaldo Formentini (1880-1958), giurista di formazione. Nei suoi studi segue sempre un taglio storico fin dal 1923, allorché, nominato Direttore della Biblioteca Civica, dell’Archivio Storico e del Museo della Spezia, inizia ad occuparsi essenzialmente della storia antica e medievale non solo della Lunigiana ma anche di Genova, proponendone un’origine sinecistica su modello straboniano. Nella sua veste di Direttore ottiene che il Comune della Spezia acquisti la collezione Fabbricotti, salvando così dalla dispersione e dall’oblio parte del materiale proveniente dagli scavi di Luni.
Due sono i principali meriti di Formentini: avere posto in evidenza l’importanza della ricognizione topografica da lui condotta soprattutto nell’area della Lunigiana ed avere promosso, insieme al suo giovane allievo Nino Lamboglia, la creazione del primo nucleo di quello che poi diverrà l’Istituto Internazionale di Studi Liguri (1931).
Appartenente alla stessa formazione culturale è Teofilo Ossian De Negri (1905-1985), i cui interessi ad ampio respiro vanno dall’archeologia alla storia dell’arte, alla storia. Erede anche delle esperienze naturalistiche del secolo precedente è sempre molto attento all’ambiente e alla natura fisica che ha condizionato l’antropizzazione della Liguria. Un altro elemento su cui si basano i suoi studi archeologici, in particolare una rilettura della Tavola del Polcevera è l’utilizzo e l’interpretazione della toponomastica.
Questi due elementi, ambiente e toponimi, si ritrovano e si intrecciano come caratteristica dell’archeologia ligure per tutto il secolo. Infatti su questa linea storico-topografica si inserisce anche l’attività di Leopoldo Cimaschi (1927-1999), il cui interesse è rivolto soprattutto al tardoantico e al medioevo. Ha il merito, scavando all’isola del Tino e alla Villa romana di Bocca di Magra (La Spezia) di tenere vivo l’interesse per il Levante, dove meno era forte la presenza e l’influenza culturale dell’Istituto di Studi Liguri.
In questa sua operazione non fa altro che ampliare ed arricchire l’operato di De Negri, a cui si deve anche la fondazione del «Bollettino Ligustico per la storia e la cultura regionale» (1949). Nel titolo stesso si legge un altro tema vivo nella cultura ligure di metà secolo, in anticipo di diversi decenni rispetto alla cultura ufficiale: mantenere vivo l’interesse sul territorio, sulla questione e sulla diffusione dell’ethnos ligure.
Questo problema diventa il punto di partenza di un’altra figura di studioso, che insieme a Luigi Bernabò Brea occupa un posto di rilievo nella cultura non solo ligure ma internazionale.
Nino Lamboglia (1912-1977) inizia giovanissimo e a lui si deve la costituzione dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri, alla cui guida resta fino al 1977. È una figura poliedrica per interessi ed attività, dalla preistoria al medioevo, alla storia, alla storia dell’arte, all’epigrafia, al restauro. Il suo grande merito fu di vedere ed intraprendere nuove strade, che hanno fortemente contribuito allo sviluppo delle scienze archeologiche a livello nazionale ed internazionale. Erede anche della cultura ottocentesca, ha sempre molto presente il problema delle origini e della diffusione dei Liguri; è indicativo il titolo dato ad un Convegno in sua memoria “Dall’Arno all’Ebro” (1982) per sottolineare la diffusione che Lamboglia attribuiva ai Liguri.
Di contro ha molta incidenza sulla cultura locale; infatti l’Istituto di Studi Liguri, attivo soprattutto nel Ponente ma con sezioni in tutta la Liguria ed il basso Piemonte, è ancora oggi vitale e si rapporta strettamente con il territorio, conducendo scavi, organizzando convegni, mostre, incontri culturali e tenendo viva una tradizione didattica, che Lamboglia inizia nel 1947. Interviene in diversi campi delle scienze archeologiche, trasformando la metodologia di scavo o per meglio dire adottando finalmente una metodologia che, sebbene lentamente, si impone a livello nazionale favorita dall’arrivo in Italia del metodo Harris negli anni ’70.
Nel 1938 inizia a Ventimiglia, la mitica Albintimilium di Gerolamo Rossi, una serie di campagne di scavo (1938-1940); favorito dal fatto che Bernabò Brea è Soprintendente alle Antichità della Liguria, resa nel 1939 finalmente indipendente da quella del Piemonte, adotta la logica stratigrafica dell’Istituto di Paleontologia Umana, rappresentato in Liguria dal barone Gian Alberto Blanc. In contemporanea nel 1940 Bernabò Brea e Luigi Cardini riprendono gli scavi alle Arene Candide, applicando il metodo stratigrafico sia ai livelli preistorici sia a quelli storici e scoprendo la famosa sepoltura paleolitica del Principe (1942).
Partendo dal concetto di deposito archeologico, ossia che ogni cambiamento di terreno per composizione, colore, compattezza rappresenta una diversa azione umana o naturale, Lamboglia procede a scavare per tagli di terreno e a documentare con piante e sezioni, ottenendo una visione tridimensionale dello scavo. Il suo credo è: «scavare stratigraficamente ogni metro di terreno, passare al vaglio e raccogliere tutto ciò che è rappresentativo di un’età e di una “facies”, anche se ridotto in minuzzoli; studiarlo infine e pubblicarlo pazientemente con lo studio e con il disegno di ogni particolare, in stretto rapporto con le osservazioni compiute durante lo scavo» (Gli scavi di Albintimilium e la cronologia della ceramica romana. Campagne di scavo 1938-1940, Bordighera 1950, p. 6).
Il sottolineare l’importanza di far conoscere al meglio e al più presto i risultati della ricerca è un altro dei grandi meriti di questo studioso, anche se spesso ancora oggi si tende a dimenticare questo insegnamento: «Lascio come a tutti accade molti debiti scientifici insoluti, ma poche cose ultimate e non pubblicate» (Testamento, in « Rivista Ingauna Intemelia », XXXIXXXIII, 1976-1978, pp. 214-216).
Lo studio attento del materiale (ceramica campana a vernice nera, terra sigillata ‘chiara’) consente, inoltre, a Lamboglia di creare delle griglie cronologiche fondamentali, su cui si baseranno gli studi posteriori e la cronologia di molti scavi italiani e non. Sempre lo studio del materiale ceramico lo porta a individuare e datare la produzione tardoantica e medievale, rivoluzionando le interpretazioni degli scavi che si stavano conducendo in quegli anni (Convegno Liguria-Provenza, Fréjus 1957 e Grasse 1968). I suoi lavori ad Albenga – S. Calocero e Battistero –, a Riva Ligure, a Finale Ligure e a Noli pongono le basi dell’Archeologia medievale in Italia, accolta abbastanza tardi nel novero ufficiale delle discipline archeologiche; solo nel 1971 l’Ateneo genovese per primo istituirà per Lamboglia una cattedra di Archeologia medievale.
Fu iniziatore anche dell’archeologia subacquea con lo scavo della nave romana di Albenga (1950), inventando nuove attrezzature, affinando tecniche di scavo ed applicando quanto veniva via via perfezionando a Giannutri, a Spargi, nel golfo di Baratti. Dalla sua attività, conoscenza, interdisciplinarietà e collaborazione con studiosi stranieri come Fernand Benoît nasce il moderno DRASSM, centro di archeologia sottomarina con sede a Marsiglia.
Nonostante che dalla cultura italiana a lui contemporanea sia scarsamente considerato, il suo insegnamento e gli annuali Corsi di scavo stratigrafico, portati avanti ininterrottamente dal 1947, incidono su una generazione che tra gli anni ‘60 e ‘70, in un momento particolarmente favorevole per la cultura archeologica italiana, si stanno formando. Sono indicative e chiarificatrici le parole di Andrea Carandini, che ha preso parte ad uno di questi corsi:
«Lamboglia aprì l’epoca della nuova archeologia, non più solo storico-artistica ed antiquaria, ma anche tipologico-stratigrafica sul campo. Lo scavo di Albintimilium è la prima indagine moderna in Italia… L’internazionalismo di Lamboglia era limitato sostanzialmente a soli tre paesi: Italia, Francia, Spagna. Ma entro questi confini il suo lavoro fu profondo e ha lasciato tracce indelebili: la messe di allievi» (Ricordando Lamboglia, in «Rivista Studi Liguri» LI, 1985, pp. 283-285).
Lentamente e con fatica il messaggio di Lamboglia si fa strada nella cultura italiana, mentre è accolto immediatamente in Liguria, favorito anche dai fortunati scavi che conduce non solo ad Albenga e nel Ponente, ma anche a Chiavari, a Genova nell’immediato dopoguerra (S. Maria di Passione, piazza Cavour), dalla precedente esperienza ottocentesca geologica e preistorica, e dalla presenza di Luigi Bernabò Brea (1910-1999). Sebbene ligure, la sua permanenza sul territorio fu troppo breve, ma non per questo meno significativa. Nominato primo Soprintendente della Liguria, dopo una breve parentesi come docente di Archeologia classica all’Università di Genova, nei due anni che ricoprì l’incarico prima di essere trasferito a Siracusa operò in modo fondamentale nella cultura ligure, sia appoggiando il lavoro di Lamboglia, sia conducendo insieme a Luigi Cardini gli scavi alle Arene Candide. In particolare il metodo da lui applicato, attento a raccogliere tutti i dati e le evidenze, ha consentito quasi cinquant’anni dopo questo scavo di riprenderlo in mano effettuando esami ed analisi archeometriche all’epoca ancora ignote.
Giuseppe Isetti e Milly Leali Anfossi sono stati i più diretti eredi di questo metodo in campo preistorico, prestando molta attenzione ai dati naturalistici.
A questa impostazione si può far risalire la nascita dell’archeologia ambientale in Liguria, dove viene attuata prima e con maggior interesse rispetto al resto della penisola italiana, legata ancora ad un modo di fare archeologia di tipo tradizionale con un forte taglio storico-artistico.
Grande merito di Bernabò Brea fu organizzare, nella Villa Durazzo Pallavicini di Pegli, il Museo Civico di Archeologia ligure; dopo tante vicissitudini iniziate con la donazione di Odone di Savoia finalmente il materiale archeologico trova una sede definitiva. Nell’intento del Soprintendente il Museo, che nasce da un incontro di sinergie tra il Comune, la Soprintendenza, l’Istituto di Paleontologia Umana deve rappresentare un centro di ricerca permanente. Infatti per diversi anni gestisce gli scavi ai Balzi Rossi, applicando un rigorosa strategia stratigrafica.
La presenza di un centro di ricerca attivo sul territorio è stato il punto di forza anche dell’attività di Tiziano Mannoni, la cui personalità ha caratterizzato l’impostazione della ricerca archeologica in Liguria a partire dagli anni ‘60 del Novecento.
Il Gruppo Ricerche di Genova, filiazione dell’Istituto di Studi Liguri e poi dal 1981 l’Istituto di Storia della Cultura materiale si riallaccia agli insegnamenti lambogliani per lo scavo stratigrafico, per l’uso della ceramica come indicatore cronotipologico, per l’uso delle tecniche murarie e degli elementi architettonici dell’elevato dei monumenti.
Merito dell’attività di questi gruppi è il tenere contatti più diretti con il territorio e con la popolazione, in particolare con gli studenti; viene operata un’apertura al di fuori dei confini liguri che permette un continuo scambio di idee e di prospettive. Uno dei migliori risultati si ottiene con gli scavi urbani dell’oppidum (Collina di Castello 1971-1977) a cui partecipa l’équipe di H. Blake.
Nasce in quest’ambito di studi e di esperienze la definizione dell’utilità di procedere distinguendo tra scavi di emergenza, che è la caratteristica spesso dell’archeologia urbana genovese – per le Colombiadi del 1992 –, scavi preventivi fatti prima dell’apertura del cantiere di lavoro – per l’alta velocità – e scavi programmati – per ricerca; si aggiunge al panorama l’archeologia di superficie, ossia l’importanza di fare ricognizione nel territorio e l’archeologia dell’elevato o del sopravvissuto, così cara a Mannoni, ossia leggere stratigraficamente le murature degli edifici per ricostruirne la storia.
Bianca Maria Giannattasio, L’antiquaria e l’archeologia: mercanti e banchieri, curiosi e raccoglitori, ladri e uomini di scienze, in Storia della cultura ligure (a cura di Dino Puncuh), Società Ligure di Storia Patria – biblioteca digitale – 2016, pp. 251-260

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