Il PCI riuscì pure nella ben più ardua impresa di instaurare, in tempi decisamente rapidi, un rapporto solidissimo con una vasta militanza

La crisi del Centro del PCI, che come abbiamo visto riguarda solo la dirigenza del partito, rischia di disperdere tutto il patrimonio di lotte e militanza che è stato accumulato. Per riorganizzare la struttura del partito, nella seconda metà del 1939, Togliatti invia Giorgio Amendola e “[…] in breve tempo, pur mantenendo i contatti coi soli compagni fidatissimi, si arrivò ad avere l00 iscritti per ogni settore della grande Parigi (est, sud, ovest, nord e centro).” <32
Tra i compagni fidatissimi troviamo anche Rohregger e Zanelli.
L’arrivo delle truppe naziste nel giugno del 1940 complica ulteriormente l’opera tanto faticosamente avviata da Giorgio Amendola e dai suoi. Con le truppe naziste alla periferia di Parigi, molti comunisti italiani, anziché fuggire nella zona del governo di Vichy, scelgono di restare e di agire affrontando i nazisti.
[…] Nell’estate del 1940, il responsabile della MOI <43 per il gruppo italiano, il polacco Louis “Bruno” Gronowski, incontra Giorgio Amendola <44, che gli conferma che i comunisti italiani si stanno riorganizzando: “I primi nuclei di lotta all’invasore nazista furono creati dal PCF organizzando i nuclei dell’organizzazione segreta, le OS (Organisation Spéciale ndr), molto simili ai GAP della Resistenza italiana. I compiti iniziali assunti dalle OS furono di recuperare le armi abbandonate dall’esercito francese in rotta e organizzare sabotaggi. Dalla formazione delle OS il PCF costituì una nuova organizzazione unitaria, i Franchi Tiratori Partigiani Francesi. Il termine tiratore fu assunto dal nome dei combattenti irregolari del 1870 che si erano opposti all’invasione tedesca e dai giovani rivoluzionari bolscevichi. La struttura del FTPF era costituita da una maglia di cellule composte da tre partigiani, in modo che il membro della cellula conoscesse soltanto i due compagni a cui era direttamente collegato. I partigiani italiani assieme gli altri emigrati erano inseriti nei FTPF con la sigla MOI, Mano d’Opera Immigrata” <45
Giorgio Amendola, ricordando quegli anni, conferma che “[…] i comunisti italiani partecipavano, con gruppi autonomi, alla lotta di resistenza dei comunisti francesi […].” <46
[NOTE]
32 Giorgio AMENDOLA, Lettere a Milano, Editori Riuniti, Roma, 1973, p. 23.
43 Mano d’Opera Immigrata.
44 Stéphane COURTOIS – Denis PESCHANSKI – Adam RAYSKI, Le sang de l’étranger, Les immigres de la MOI dans la Résistance, Fayard, 1989, p. 100.
45 Antonio TONUSSI, op. cit. p. 119.
46 Giorgio AMENDOLA, Storia del Partito comunista italiano, 1921-1943, Editori Riuniti, Roma, 1978, p. 481.
Davide Spagnoli, Riccardo Rohregger. Appunti sul ruolo degli emigrati nella resistenza francese, Quaderni del Centro di ricerche storiche di Rovigno, vol. XIX, 2008, p. 301-347

Il III capitolo tratta in breve del Comitato italiano di Liberazione nazionale, CILN, creato inizialmente dal movimento Giustizia e Libertà, dal PCI e dal PSI, formato a partire dalla fine del 1941 e con una propria sede clandestina a Parigi dal 1943. Il CILN fu attivo nel sollecitare l’intervento degli emigrati italiani alla lotta di liberazione francese e anche nel dare sostegno materiale agli emigrati. Per approfondire questo aspetto ho consultato le carte dell’Archivio del Ministero degli Esteri, riguardo ai Comitati Italiani di Liberazione Nazionale in Francia, tuttavia questa documentazione è abbastanza scarsa e frammentaria.
Eva Pavone, Gli emigrati antifascisti italiani a Parigi, tra lotta di Liberazione e memoria della Resistenza, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Firenze, 2013

Longo fu arrestato a Parigi e, dopo un passaggio alla Santé e al Rolands Garros, fu internato a Vernet-sur-Ariège, il campo deputato ai prigionieri politici; la stessa sorte toccò a un buon numero di militanti tra cui Pajetta, Reale, Platone, Parodi e Montagnana. Anche Teresa Noce fu convocata in prefettura e, dopo qualche giorno al Vel d’Hiv, nel giugno del ‘40 fu inviata a Rieucrois, al campo di internamento destinato alle donne nella regione della Lozère.
Venne arrestato in un appartamento del PCF anche Palmiro Togliatti, che grazie alla sua freddezza e a un buon avvocato non fu riconosciuto e scontò solo sei mesi per l’utilizzo di un documento falso.
Prima di partire per Mosca però (attraverso il Belgio), nel febbraio ’40, si fermò a Parigi per affidare a Novella, Roasio e Massola la direzione del nuovo Centro estero, mentre Grieco e Negarville partirono per l’Unione Sovietica e Berti per gli Stati Uniti.
Venne poi l’occupazione del nord della Francia e il Centro estero del PCd’I si trasferì a sud della linea di demarcazione, proseguendo nel lavoro di organizzazione dei lavoratori emigrati in collaborazione con il PCF. La commissione italiana per l’armistizio aveva visitato i detenuti italiani al Vernet alla fine del ‘40, comunicando la presenza di 398 italiani detenuti, divisi in tre categorie (condanne di diritto comune, anarchici ed estremisti e reduci di Spagna) e aveva disposto il rimpatrio per coloro che avevano pene da scontare in Italia. I detenuti erano stati quindi traferiti al campo di transito Les Milles, nei pressi di Marsiglia, da cui furono riconsegnati all’Italia vari comunisti, i più noti dei quali erano Luigi Longo e Giuseppe Di Vittorio, che sarebbero stati confinati prima a Ponza e poi a Ventotene. Quest’ultimo in particolare non approvava la linea di partito in relazione all’alleanza con Hitler, seppure non la condannò mai apertamente, ma, nonostante fosse stato escluso dalla direzione del nuovo Centro Estero e si fosse momentaneamente astenuto dall’attività di partito, era stato arrestato nel febbraio del ’41. La consegna alle autorità italiane interessò anche alcuni comunisti di vecchia data che ritroveremo nella Resistenza, internati al Vernet al rientro dalla Spagna e interrogati sui propri spostamenti e sui propri trascorsi clandestini dopo la consegna all’Italia, prima di essere destinati al confino.
Elisa Pareo, “Oggi in Francia, domani in Italia!” Il terrorismo urbano e il PCd’I dall’esilio alla Resistenza, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, 2019

I gruppi armati creati dal partito comunista francese furono di due tipi: quelli del partito, inquadrati nell’Organisation Spéciale, e quelli della Jeuness communistes, formati da giovani militanti e ribattezzati nel dopoguerra i Bataillons de la Jeunesse. L’OS era a sua volta suddiviso in due parti: una riuniva i francesi, l’altra era il gruppo OS-MOI, dipendente dalla MOI. L’OS-MOI si rese operativa subito facendo deragliare tra l’11 ed il 24 luglio 1941 due convogli militari tedeschi nella periferia est di Parigi. L’azione militare di questi gruppi è in nei primi mesi contenuta, poco strutturata, e il suo funzionamento è relativamente informale. Nella primavera del 1942 avvenne la creazione di gruppi armati più organizzati denominati Franc-tireurs et partisans (FTP) e fra questi vi erano anche quelli formati da soli stranieri: i FTP della MOI. <46 Dopo la scarcerazione, Tosin e Piero Pajetta, per ordini del partito comunista passarono nell’illegalità e poco dopo anche il Martini che andò a vivere in un appartamento di sua proprietà nella Rue Saint-Maur. Pajetta con Bianca Diodati cambiò anche lui domicilio per motivi di sicurezza e si trasferì in una mansarda di Rue Maubeuge, nei pressi di Gare de l’Est, in un palazzo dove i portieri erano dei comunisti francesi. In seguito alla fucilazione di due resistenti italiani Riccardo Rorhegger <47 e Mario Buzzi nel febbraio 1942 a Parigi, venne spedito nella capitale francese Marino Mazzetti, un importante quadro comunista dirigente dei gruppi italiani a sud della Francia. Mazzetti divenne il nuovo capo del gruppo italiano della MOI a Parigi. L’anno successivo sarebbe diventato membro della Direzione della MOI. Mazzetti fu colui che coinvolse Piero Pajetta nella primavera del 1942 nei Franc-Tireurs et partisans, insieme ad altri italiani fra i quali Ernesto Ferrari, Siro Lupieri, Spartaco Fontanot e lo stesso Martini. Pajetta era il responsabile militare del gruppo di partisans italiani e insieme ai suddetti organizzò attentati e sabotaggi contro tedeschi e miliziani francesi.
Eva Pavone, I Martini, una famiglia di antifascisti in QF Quaderni di Farestoria Anno XVI – N. 2 maggio-agosto 2014, Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea della provincia di Pistoia

La ricostruzione del Partito Comunista Italiano nel Nord Italia ha inizio nell’estate del 1941, quando Umberto Massola, su incarico di Togliatti, riesce a raggiungere Milano dalla Jugoslavia, dove si trovava a partire dall’anno precedente <1.
La storiografia, fino a pochi anni fa, conosceva ben poco della missione affidata al dirigente torinese, se non quello riportato nelle memorie dallo stesso Massola <2, che però si arrestano al mese di dicembre 1941. Nel 2010, Alberto Magnani ci ha restituito nel dettaglio la ricostruzione del Centro Interno <3, grazie all’acquisizione e allo studio dell’archivio di Piero Francini, l’operaio milanese nella casa del quale ha inizio il processo di riaggregazione e organizzazione delle forze comuniste rimaste in Italia.
La ricostruzione del partito nel Triangolo industriale avviene attraverso la formazione di cellule di dimensioni molto ridotte, con cinque o sei iscritti, all’interno delle fabbriche, dove il reclutamento è condotto sulla base di norme molto severe. Le regole stabilite, come l’ingresso nella rete clandestina solo dopo un’attenta verifica della reputazione e delle intenzioni del futuro attivista, la limitazione della cerchia dei contatti per evitare arresti a catena e la circolazione molto prudente di materiale a stampa <4, favoriscono l’inquadramento nell’organizzazione clandestina di nuove reclute, la cui libertà di azione è superiore a quella dei veterani di partito, tenuti sotto controllo da parte delle forze dell’ordine e in gran parte già compromessi <5.
La rete del partito nei tre capoluoghi, tuttavia, è estremamente esile ancora durante gli scioperi del 1943, di cui la storiografia tende a sottolineare il carattere spontaneo e le ragioni di ordine economico, nonostante il Pci costituisca già un importante punto di riferimento per i lavoratori <6.
Fino alla lotta di Liberazione, quindi, è più corretto immaginare, come suggerisce De Bernardi, un “partito-setta” piuttosto che un partito di massa, dal momento che la sua presenza e la sua capacità di azione sono limitate ad alcuni settori della classe operaia.
La vera e propria svolta per il Partito Comunista Italiano è costituita dall’occupazione militare tedesca e dall’avvio della resistenza armata, che aprono le porte a quel radicamento di massa che si dispiegherà compiutamente all’indomani della Liberazione. In questo senso, lo sciopero generale del marzo 1944 è un momento cruciale: a differenza dell’anno precedente, infatti, non solo la manifestazione popolare assume, al di là delle motivazioni economiche, una piena connotazione politica, ma consacra il Pci nell’immaginario collettivo quale principale forza di opposizione al regime, in grado di svolgere con efficacia una funzione di mobilitazione sociale e politica <7.
[NOTE]

  1. A. Magnani, Umberto Massola e la riorganizzazione del partito clandestino a Milano (1941-1943), «Storia in Lombardia», XXX (2010), n. 2, p. 1.
  2. Cfr. U. Massola, Memorie 1939-1941, Editori Riuniti, Roma 1972.
  3. Cfr. A. Magnani, Umberto Massola e la riorganizzazione del partito clandestino a Milano (1941-1943) cit.
  4. U. Massola, Memorie cit., pp. 132-133.
  5. A. Magnani, Umberto Massola e la riorganizzazione del partito clandestino a Milano (1941-1943) cit., p. 6.
  6. A. Agosti, Storia del PCI cit., p. 47.
  7. A. De Bernardi, Per una ricerca sulla storia del Pci a Milano: la formazione del partito di massa cit., p. 45.
    Cecilia Bergaglio, Identità e strategie politiche del Pci e del Pcf: una comparazione tra il triangolo industriale e la regione del Rhône-Alpes, Accademia University Press, Torino, 2019

Fu Amerigo Clocchiatti <67 a tracciare la strada del ritorno dei “politici” nell’ottobre del ‘42, un passaggio a più di 3000 m di altitudine, che partiva da Roquebillière e giungeva attraverso le Alpi a Vernante, nel Cuneese; questa via impervia fu scoperta da Domenico Tomat, un militante che avrebbe giocato un ruolo di rilievo nella Resistenza italiana per poi ritornare in Francia dopo la guerra, seguendo un iter percorso da pochi antifascisti, soprattutto comunisti. Il varco fra le Alpi avrebbe ricondotto uno ad uno i dirigenti del Centro estero del Pcd’I in patria, pronti ad essere operativi all’alba del 25 luglio.
Nell’organizzazione dei rientri era stata coinvolta dal Centro estero anche un’altra emigrata ligure, Emilia Belviso, che durante l’occupazione era stata inviata da Parigi a Marsiglia per assicurare il passaggio dei “legali” da Vernante. Accogliendo i compagni di partito nella propria casa, la Belviso offriva loro un alloggio sicuro per affrontare l’ultima tappa prima del rimpatrio clandestino. Nel ’43 fu mandata a Nizza e inserita nel “Comitato di Liberazione Nazionale delle Alpi Marittime”; sarebbe rientrata tra gli ultimi in Italia, per integrarsi nel movimento femminile <68.
[…] Tra i “legali” inviati in Italia vi furono anche i fratelli Diodati: Wladimiro, tornato in Liguria, fece dell’appartamento di Martini un centro clandestino del partito comunista genovese, in contatto con il movimento parigino; Bianca invece fu incaricata di avviare l’attività femminile e poi inserita nella direzione milanese, mentre il marito Pietro Pajetta entrava nelle formazioni partigiane, dove sarebbe caduto nel ‘45 per mano tedesca; Arrigo sarebbe stato ricordato per essersi rocambolescamente salvato dal tragico eccidio tedesco a Cravasco. Giuliano Pajetta, cugino di Pietro, sarebbe entrato anch’egli nelle maglie della Resistenza in Italia, durante la quale fu catturato dai tedeschi che lo deportarono a Mauthausen, dal quale si salvò e fu liberato al termine della guerra dalle forze alleate. Martini fu l’unico del gruppo a restare in Francia, dove partecipò alla liberazione di Parigi e poté riprendere, alla fine della guerra, la propria attività assieme a Louise e ai figli François, Martine e Fernand <70.

  1. Amerigo Clocchiatti, Cammina frut, Vangelista, Milano 1972.
  2. Martini, Il sindaco cit., p. 46. Cfr. Schiapparelli, Ricordi di un fuoriuscito cit.
  3. Piero Ambrosio, Percorsi biografici tra storia locale e altre storie, Isrec Biella e Vercelli, in www.storia900bivc.it/pagine/spagna/percorsi.html; Schiapparelli, Ricordi di un fuoriuscito cit., pp. 201-208; Martini, Il sindaco cit.; Cpc: b. 3104, f. Martino Martini; intervista a Bianca Diodati cit.; interviste a Martine Martini e ad Anna Michelangeli cit. Pajetta, Douce France cit.; Giuliano Pajetta, Mauthausen, Picardi, Milano 1946.
    Emanuela Miniati, La Migrazione Antifascista in Francia tra le due guerre. Famiglie e soggettività attraverso le fonti private, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Genova in cotutela con Université Paris X Ouest Nanterre-La Défense, Anno accademico 2014-2015

Nei primi mesi del 1943, grazie alla scoperta di una nuova via illegale per entrare in Italia attraverso le Alpi, fu possibile realizzare l’obiettivo posto da Togliatti: creare un centro interno in Italia. Nel gennaio 43 passarono tramite questa via importanti dirigenti quali Negarville, Roasio e nell’aprile Novella e Amendola. Anche ad alcuni di questi primi resistenti parigini il PCd’I chiese di tornare in Italia. <261 Lupieri sarebbe rientrato subito dopo il 25 luglio 1943 in Italia, dove diventò il comandante di alcuni GAP della zona di Pesaro; Cavazzini rientrò in Italia all’indomani del 25 luglio 1943, prese parte alla resistenza e sarebbe diventato futuro deputato per il PCI all’indomani della Liberazione; Nedo nell’ottobre del 1943 fu spedito in Italia a organizzare i GAP, sarebbe stato ucciso il 24 febbraio 1944 durante uno scontro con i fascisti mentre era al comando della Divisione “Garibaldi-Biella” nella zona di Vercelli; il Martini insieme alla moglie avrebbe continuato a Parigi a lottare contro l’occupante fino alla liberazione della capitale lavorando per la MOI, per il CILN e avrebbe organizzato nel 1944 la “Milice patriotique” della zona sud di Parigi. <262
[NOTE]
261 A. Roasio, Note sulla storia del partito dal ’37 al ’43, in Critica Marxista, marzo-giugno, N° 2-3, 1972, p. 197.
262 Organizzò il C.L.N. Italiano, prese contatti con l’esercito a Bordeaux per sondare il morale delle truppe e fare evadere qualche soldato; procurò armi e tessere di alimentazione al gruppo di Manouchian, organizzò tre depositi di armi, uno era in Passage du Genie nel XII, dopo la cattura del gruppo Manouchian continuò a procurare armi per altri gruppi della MOI e fu incaricato di organizzare la Milice patriotique della zona sud di Parigi. I suoi domicili servirono per ospitare le riunioni degli italiani e per ospitare resistenti italiani quali Pellizzari, Ciufoli etc. Cfr. Attestazione sull’attività di resistenza di Martino Martino rilasciata da Maffini il 27 giugno 1961, in BDIC-Fond Maffini. Nel libro di Martino Martini è riportato, in Appendice, anche un documento del CILN del 16.09.44 che attesta che Martini è il responsabile del Comité Regional de la Région parisienne du sud e responsabile della Milice patriotique di Parigi sud nel CILN. Inoltre è presente anche un documento rilasciato dall’Associazione Garibaldini il 2 dicembre 1953, dal presidente Zanca dove si specifica che Martini fu membro del Comité de la Seine de la MOI e membro del CILN della Senna, responsabile delle Milices Patriotiques FFI, della regione Parigi sud, Comandante FTPF – FFI durante l’insurrezione. M. Martini, Francesco Martini, il sindaco, 25 aprile 1991, Colombi Litografica, Genova, 1991.
Eva Pavone, Tesi cit.

Dalla partenza di Togliatti per Mosca nel 1934, ospitato assieme alla moglie Rita Montagnana e al figlio Aldo presso il palazzo governativo della Lubjanka, Ruggero Grieco era divenuto responsabile della segreteria del partito e lo rimase fino al 1938, anno in cui l’esecutivo dell’Internazionale decretò lo scioglimento del comitato centrale.
Successivamente a questo evento, le funzioni dirigenziali e di coordinamento del partito, privo di un organo dirigenziale centrale designato, furono prese in prima istanza dal ‘centro di riorganizzazione’, composto, tra gli altri, da Giuseppe Di Vittorio, Grieco e Antonio Roasio. Poi, dopo il rientro dell’Ufficio estero del partito a inizio 1943, venne costituito un primo nucleo dirigenziale in collegamento con Mosca. Dall’agosto del 1943, infine, in seguito alla caduta mussoliniana, fu possibile dar vita a un ‘centro interno’, che si costituì spontaneamente a Roma per opera di Umberto Massola, Giorgio Amendola, Celeste Negarville, Roasio, Giovanni Roveda, Agostino Novella insieme a Mauro Scoccimarro, Luigi Longo, Pietro Secchia, Girolamo Li Causi, fuoriusciti dal confino di Ventotene <60. Tra l’agosto e il settembre, Secchia e Longo furono incaricati di recarsi a Milano, col compito di coordinare la resistenza nei territori occupati attraverso la direzione delle Brigate Garibaldi, il primo in qualità di commissario politico e il secondo di responsabile militare.
Tuttavia, dopo il periodo della clandestinità, caratterizzatosi appunto per il pluricentrismo delle sedi romana e milanese del partito, la risoluzione del primo consiglio del PCI (ri)stabiliva immediatamente il ruolo di Togliatti, nel saluto dell’assise al «compagno Ercoli, che [riprendeva] in Italia, alla testa della delegazione del comitato centrale, il suo posto di militante e di capo, la guida sicura del partito e del proletariato italiano» <61. Peraltro, considerando che il prestigio è forse «la molla più forte di ogni potere» <62, Togliatti rientrava in Italia «aureolato» per il ruolo che aveva ricoperto nel Komintérn e per la prossimità con Stalin <63. Tutto il partito, la stampa e Togliatti stesso, furono impegnati dal 1944 a dare corpo a quel processo, avviato fin dalla metà degli anni trenta, di santificazione del ‘capo scomparso’ (Antonio Gramsci) e di sacralizzazione del ‘capo attuale’ (Palmiro Togliatti) come discepolo naturale e conseguente. Le masse, il popolo, furono sulla stampa e nei discorsi della dirigenza sempre più coinvolti come oggetto di questa manipolazione narrativa, e ne furono anzi elemento fondante, attraverso la costruzione (prima di tutto discorsiva) di un legame emotivo e simbiotico con il capo.
[NOTE]
60 Sulla composizione del gruppo dirigente si vedano Renzo Pecchioli (ed.), Dalla ‘svolta di Salerno’ al ‘rinnovamento’. 1944-1955, Da Gramsci a Berlinguer, vol. 1, p. 551 e Da Gramsci a Berlinguer, vol. 2, pp. 3-4. Si vedano inoltre il lavoro di Renzo Martinelli, “Il gruppo dirigente nazionale: composizione, meccanismi di formazione e di evoluzione. 1921/1943” (pp. 363-386) e i due saggi di Chiara Sebastiani, “Organi dirigenti nazionali: funzioni. Analisi e dati” (pp. 83-120), “Organi dirigenti nazionali: composizione, meccanismi di formazione e di evoluzione. 1945/1979” (pp. 387-444), in Aris Accornero & Massimo Ilardi (eds.), Il Partito comunista italiano. Struttura e storia dell’organizzazione
1921/1979 (Milano: Annali Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 1982). Altre informazioni possono essere ricavate dai manuali generali di storia del partito, come Giorgio Galli, Storia del PCI. Il Partito comunista italiano: Livorno 1921, Rimini 1991 (Milano: Kaos, 1993) o Albertina Vittoria, Storia del PCI 1921-1991 (Roma: Carocci, 2006). Si vedano anche Sergio Bertelli, Il gruppo. La formazione del gruppo dirigente del PCI 1936-1948 (Milano: Rizzoli, 1980); Chiara Sebastiani, “From Professional Revolutionaries to Party Functionaries. Leadership Structure and Party Models in the Italian Communist Party”, International Political Science Review, 4 (1983): pp. 115-126; Gregorio Sorgonà, La svolta incompiuta. Il gruppo dirigente del PCI tra l’VIII e l’XI congresso (1956-1965) (Roma: Aracne, 2011).
61 Prima risoluzione del I consiglio nazionale, Da Gramsci a Berlinguer, vol. 2, p. 42.
62 Emilio Gentile, citando Gustave Le Bon, Il capo e la folla. La genesi della democrazia recitativa (Roma; Bari: Laterza, 2016), p. 153.
63 Marcello Flores & Nicola Gallerano, Sul PCI. Un’interpretazione storica (Bologna: il Mulino, 1992), p. 70.
Giulia Bassi, Parole che mobilitano. Il concetto di ‘popolo’ tra storia politica e semantica storica nel partito comunista italiano, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2015/2016

Proprio come il “moderno principe” evocato da Antonio Gramsci nei “Quaderni dal carcere”, nel tessuto politico-sociale e nell’opinione pubblica della disorientata Italia uscita dalla drammatica esperienza dittatoriale, il partito guidato da Palmiro Togliatti riuscì, infatti, a edificare un proprio nuovissimo principato. Una forza politica che, in poco più di venti anni di esistenza, aveva conosciuto solo l’emarginazione, la clandestinità e l’esilio, seppe inserirsi con spregiudicata abilità nelle complesse dinamiche istituzionali della transizione italiana, arrivando a ricoprire un ruolo di primissimo piano nel processo costituente repubblicano. Non solo: il PCI riuscì pure nella ben più ardua impresa di instaurare, in tempi decisamente rapidi, un rapporto solidissimo con una vasta militanza e con un ancor più vasto elettorato di riferimento, lasciando un’impronta profondissima sull’intera cultura civica dell’Italia del dopoguerra.
Il nuovo ordine che il partito comunista, attraverso la propria propaganda, riuscì ad introdurre sul lato sinistro dell’immaginario pubblico italiano, ruotava intorno a ideali ed emozioni forti, tipicamente marxisti: i valori dell’antifascismo, del progressismo, del riscatto sociale; ma anche quelli di una Patria e di un interesse nazionale declinati in termini social-popolari. Furono questi i pilastri sui quali il PCI rimodulò la propria autorappresentazione e la propria identità collettiva destinata a cristallizzarsi nel linguaggio e nel patrimonio culturale del mondo comunista dell’Italia repubblicana. In modo particolare, fu proprio la “riscoperta della Nazione” a lasciare un segno profondo – seppur non eccessivamente originale, se si guarda al più ampio panorama teorico e autorappresentativo del movimento marxista – sul profilo pubblico di un partito tradizionalmente legato, invece, alla prospettiva classista e internazionalista del socialismo reale.
Decisivo fu l’impatto della “svolta di Salerno” e della retorica patriottica resistenziale che coniò uno stile comunicativo e un apparato simbolico che influenzerà notevolmente tutte le dimensioni pubbliche e ufficiali dell’attivismo politico comunista: dall’organizzazione del partito di massa al classico lavoro ideologico, dalla rappresentazione delle scelte tattiche (quelle della politica di alleanze e del confronto con gli avversari politici) alla pedagogia rivoluzionaria riservata ai militanti.
[…] Indubbiamente, l’arrivo di Togliatti era un evento assai ricco di significati sul piano simbolico, poiché sanciva, de facto, l’inizio di una nuova fase nella dimensione politico istituzionale della guerra di liberazione italiana. Inoltre, in una prospettiva ben più concreta, il protagonismo delle forze antifasciste ricevette nuova linfa proprio dalle prime mosse del segretario comunista, il quale era sbarcato a Napoli con il fermo proposito di sbloccare la situazione di stallo che caratterizzava la gestione politica delle vicende belliche italiane <3.
Come è noto, contestando la linea rigorosamente antimonarchica, fin lì tenuta dal fronte ciellenistico <4, dal capoluogo campano il leader del PCI propose di rinviare al termine della guerra ogni decisione sulla spinosa “questione istituzionale”, per evitare inutili contrasti interni al fronte antimussoliniano e concentrare unicamente sullo sforzo bellico le energie di tutte le forze impegnate nella lotta contro l’occupazione tedesca. A tal fine, sin dalle sue prime uscite pubbliche, Togliatti invocò una più stretta e leale collaborazione tra il CLN e gli ambienti politico-militari che esprimevano il governo monarchico conservatore di Badoglio, arrivando ad accogliere le timide aperture del Maresciallo a favore dell’ingresso dei partiti antifascisti nella propria compagine ministeriale <5.
Inizialmente, la proposta del leader comunista, non solo incontrò la stizzita contrarietà da parte degli alleati azionisti e socialisti <6, fermi su posizioni di massima intransigenza repubblicana, ma provocò durissime reazioni anche all’interno dello stesso PCI <7. Malgrado queste enormi difficoltà, l’iniziativa togliattiana ebbe successo in tempi decisamente brevi e determinò nella traiettoria politica dell’antifascismo italiano quel radicale cambio di rotta, tradizionalmente noto come “svolta di Salerno” (dal nome della città dove, per la prima volta, si riunì il nuovo esecutivo badogliano allargato alle forze ciellenistiche).
Snodo fondamentale per la transizione politico-istituzionale dell’Italia post-fascista e passaggio altrettanto decisivo nell’evoluzione partitica del PCI e dell’intera vicenda politica della sinistra italiana, la “svolta di Salerno” è da sempre uno degli episodi più controversi e dibattuti di tutta la storia della guerra di liberazione italiana.
[NOTE]
3 Sull’arrivo a Napoli del leader comunista, cfr. VALENZI M., C’è Togliatti! Napoli 1944. I primi mesi di Togliatti in Italia, Palermo, Sellerio, 1995.
4 Tale posizione era stata ribadita con forza dal Congresso del CLN delle regioni liberate, tenutosi a Bari il 28 gennaio 1944. In quell’occasione era stata approvata una mozione che chiedeva l’abdicazione del re e la formazione di un nuovo governo rappresentativo di tutti i partiti presenti all’assise (ma le iniziali richieste delle sinistre si erano spinte ben più in là, fino a prevedere l’incriminazione del sovrano e la creazione di un esecutivo straordinario, dotato di pieni poteri, per la gestione della fase di transizione).
5 TRUFFELLI M., La «questione partito» dal fascismo alla repubblica, Roma, Studium, 2003, p. 14.
6 Proprio questi ultimi accolsero con particolare fastidio la nuova posizione assunta degli alleati comunisti (con i quali, sin dall’8 agosto 1934, vigeva un importante patto d’unità d’azione). Pietro Nenni, manifestò in più di un’occasione tutti i propri dubbi circa l’efficacia e l’opportunità della mossa di Togliatti, criticandola in termini estremamente severi sulle pagine del proprio diario: qui egli attaccò duramente la “spregiudicatezza bolscevica” mostrata dal capo comunista, la cui azione era paragonata all’incedere di un elefante all’interno di un negozio di maioliche; NENNI P., Tempo di guerra fredda. Diari 1943-1956, Milano, SugarCo, 1981, p. 62, 2 aprile 1944.
7 È nota, ad esempio, l’aspra presa di posizione di Scoccimarro, il quale liquidò la notizia delle clamorose direttive impartite a Napoli da Togliatti, con un perentorio “Questa politica la farete voi!”; su questo episodio e, in generale, sul malumore suscitato nel partito dall’annuncio della politica di unità nazionale, cfr. ancora BERTELLI S., Il gruppo, cit., pp. 184-187.
Fabio Calugi, Il tricolore e la bandiera rossa. Patria e interesse nazionale nel discorso pubblico del PCI togliattiano (1944-1947), Tesi di dottorato, IMT Institute for Advanced Studies, Lucca, 2010

Fin dall’intervento americano, che rendeva la sconfitta nazifascista l’ipotesi più probabile, Togliatti era divenuto del tutto consapevole del ruolo determinante che la Chiesa avrebbe giocato nella successione al fascismo. Con essa occorreva un approccio nuovo, diversificato, in linea con le esigenze peculiari del momento. In effetti, quando il leader comunista rientrò in Italia il mondo era cambiato. Il Vaticano aveva avuto un ruolo attivo nella caduta di Mussolini e nell’indurre il governo Badoglio all’armistizio <39; nel radiomessaggio del Natale 1942 Pio XII aveva iniziato il riorientamento della Chiesa verso la democrazia <40 e il Vaticano si era schierato con la Grande Alleanza antifascista; Stalin aveva ridimensionato le persecuzioni religiose, realizzato un’alleanza con la Chiesa ortodossa – risorsa essenziale della guerra patriottica – e manifestato la volontà di riconoscere, almeno nella teoria, la libertà religiosa <41.
La considerazione di Togliatti circa l’importanza dell’orientamento politico dei cattolici per la ricostruzione democratica dell’Italia è confermata dal primo numero di «Rinascita» del giugno 1944, in un articolo di Eugenio Reale intitolato “Comunisti e cattolici” <42. Riferendosi al Rapporto ai quadri dell’organizzazione comunista napoletana, lo scritto sottolineava il tema della “libertà religiosa e di culto” e adombrava una revisione dottrinale contenente un evidente messaggio alle gerarchie ecclesiastiche: “Il rispetto delle convinzioni religiose delle masse – scriveva Reale – è per i comunisti una questione di principio che deriva dalla stessa analisi marxista (…) del fondamento sociale di queste convinzioni ed è parte integrante della loro dottrina tutta ispirata ai sensi di una ben intesa libertà e di una larga umanità”.
Era l’avvio di una politica religiosa che – passando anche per alcuni contatti diretti con la Santa Sede – si fondava sull’analisi gramsciana della religione e sulle riflessioni sul fascismo svolte da Togliatti tra anni Venti e Trenta.
Nell’analisi del leader comunista l’approccio “religioso” alla questione cattolica non poteva non essere intrecciato alla più generale strategia politica verso il partito democristiano. Togliatti, a partire dalla svolta di Salerno, aveva guardato con favore al progetto politico degasperiano – riconoscendone la natura laica, democratica e antifascista – e per questo ne aveva favorito l’aspirazione a realizzare quello che sarebbe stato successivamente definito il partito “dell’unità politica dei cattolici”. Nel suo progetto di ricostruzione nazionale egli appariva “consapevole che il ruolo eminente nella politica italiana sarebbe spettato alla Democrazia cristiana” e, in forza di questo, aveva puntato sulla figura di De Gasperi per garantirne l’ispirazione antifascista ed ancorare la Chiesa verso l’impegno per un’accettazione definitiva della democrazia <43.
Lo sfondo tattico di questi approdi era la realizzazione di un’egemonia del PCI nella vita politica italiana, la quale, quantunque prevedesse l’esercizio di una funzione di governo, non si esauriva in essa, non coincidendo direttamente con la conquista e la direzione dell’esecutivo. L’egemonia cui aspirava il PCI presupponeva invece un calcolo realistico dei rapporti di forza, un sistema di partiti che si influenzassero a vicenda e la capacità di imprimere il segno alle loro relazioni, vale a dire ai caratteri e alla funzione degli altri attori.
E’ in questo più ampio disegno strategico che va inserita la politica comunista verso la DC e, conseguentemente, il nuovo approccio verso la religione.
Il punto forse più alto dell’avvicinamento tra le due proposte politiche si ebbe nell’estate del 1944, in cui, a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro, il leader comunista e quello democristiano pronunciarono i due famosi discorsi al teatro Brancaccio, entrambi possibilisti circa l’ipotesi di un accordo di largo respiro tra cattolici e comunisti per la rinascita democratica del Paese <44. Il discorso di Togliatti in modo particolare, intitolato “Per la libertà d’Italia, per la creazione di un vero regime democratico”, i cui cardini erano l’apertura del partito ai cittadini di qualsiasi confessione religiosa e la ricerca di un “patto di unità d’azione”, segnò l’avvio di un dialogo di ampio respiro con il mondo cattolico. Non solo. Il 10 luglio – giorno successivo all’intervento – il leader comunista incontrò riservatamente monsignor Montini, e i loro contatti proseguirono almeno fino alla fine del gennaio 1945, avendo come oggetto gli interessi della Chiesa sia in URSS e in paesi importanti nei quali essa era insediata, come la Polonia, sia in Italia, dove il PCI appariva una garanzia per i futuri assetti democratici. In quel momento – ha scritto Giuseppe Vacca – “al Vaticano Togliatti interessava tanto come tramite con Mosca, quanto come leader politico che aveva evitato all’Italia la «prospettiva greca»” <45. I discorsi al Brancaccio del luglio 1944 sanzionarono così l’avvio di una stagione breve ma significativa di reciproca fiducia e riconoscimento delle diverse forze in campo: essa culminerà nei mesi a cavallo tra il 1945 e il 1946, in concomitanza con il congelamento dei rapporti internazionali Usa-Urss e la campagna elettorale per le successive elezioni di giugno. Fu proprio a causa di questi avvicinamenti che Togliatti, il 5 agosto del 1944, sentì la necessità di inviare una lettera a Nenni nella quale – rispondendo a richieste di delucidazioni di quest’ultimo circa il nuovo atteggiamento comunista verso i credenti – affermava che “il punto relativo ai cattolici deve essere oggetto tra noi di discussione” <46.
Era il segnale che la politica togliattiana si delineava come effettivamente innovativa, e tale da dover essere in qualche modo delucidata e commentata.
[NOTE]
39 A. Giovagnoli, La cultura democristiana, Laterza, Roma-Bari 1991, pp. 125-126.
40 Già nel radiomessaggio di due anni prima si erano mossi i primi passi in questa direzione, e nel biennio successivo la nuova posizione vaticana fu preparata da un intenso lavoro diplomatico e dottrinale della Segreteria di Stato. Cfr. F. Malgeri, La Chiesa di Pio XII tra guerra e dopoguerra, e I. Garzia, La diplomazia vaticana e il problema dell’assetto postbellico, in A. Riccardi (a cura di), Pio XII, Laterza, Roma-Bari 1984, pp. 93-121, 211-229.
41 R. Service, Storia della Russia nel XX secolo, Editori Riuniti, Roma 1999, pp. 303-304; A. Roccucci, Stalin e il patriarca. La Chiesa ortodossa e il potere sovietico, Einaudi, Torino 2011.
42 E. Reale, Comunisti e cattolici, in «La Rinascita», giugno 1944, n. 1, anno I, pp. 17-18.
43 Cfr. l’intervento di Giuseppe Vacca a Pieve Tesino del 18 agosto 2011, intitolato De Gasperi visto dal PCI, scaricabile su www.degasperi.net.
44 Cfr. P. Togliatti, Opere, vol. V, 1944-1955, a cura di L. Gruppi, Editori Riuniti, Roma 1984, pp. 55-78. Per la risposta di De Gasperi del 23 aprile, dal titolo La democrazia cristiana e il momento politico, cfr. R. Gualtieri, L’8 settembre dei partiti. Alle origini della democrazia italiana, Editrice L’Unità, Roma 2003, pp. 47-59. Secondo l’informativa dell’OSS, l’intesa era stata favorita dall’incontro riservato tra Togliatti e Montini del 10 luglio. Cfr. l’informativa confidenziale dell’agente Z dell’OSS del 13 luglio 1944, Togliatti e il Vaticano stabiliscono un primo contatto diretto, in N. Tranfaglia, Come nasce la Repubblica. La mafia, il Vaticano e il neofascismo nei documenti americani e italiani 1943-1947, Bompiani, Milano 2004, pp. 235-237. Per il proseguo dei rapporti tra Togliatti e Montini cfr. G. Vacca, Togliatti sconosciuto, Editrice L’Unità, Roma 1994, pp. 75-88.
45 G. Vacca, Togliatti e la storia d’Italia, in (R. Gualtieri, C. Spagnolo, E. Taviani, a cura di), Togliatti nel suo tempo, cit., pp. 9-10.
46 Archivio Centrale dello Stato (da ora ACS), Fondo Nenni, busta 41, fasc. 1927, carteggio Togliatti.
Lorenzo Ettorre, La questione cattolica nel PCI (1944-1953), Tesi di dottorato, Università degli Studi della Tuscia di Viterbo, 2016