Gignese

La prima volta che sono stato accompagnato a Gignese avevo quattro anni.

Fonte: Wikipedia
Fonte: Wikipedia

Ci ero salito con un trenino, che nel mio ricordo è sempre risultato a cremagliera, un trenino che già nel 1964 non ho più ritrovato.

Mio padre qualche anno fa mi confermò un mio nitido ricordo circa un bicchiere di metallo argentato, legato alla fontana con un catenella, che nella vicina frazione dell’Alpino in occasione di quella nostra prima escursione era servito per dissetarci con un’acqua deliziosa.

Gignese, sopra Stresa, sponda piemontese del Lago Maggiore.

Anche un posto per ricchi, o parvenu, come constatai a quattordici anni.

Le mie memorie più care del luogo sono altre, più leggere.

Difficile fare ordine. Ci tornerò su altre volte, penso.

A nove anni di età ebbi lassù l’occasione di leggere in edizioni integrali, e già antiquarie, “I tre moschettieri”, “Il Corsaro Nero” ed altro, che adesso non rammento. Ringrazio ancora a distanza di anni idealmente nonno B., sarto, nativo del luogo, nonno di quel cugino di mio padre che è pressoché mio coetaneo.

Qui sopra un dipinto abbastanza, si fa per dire, recente di uno scorcio di Gignese, realizzato da un cognato di mio prozio. E c’erano anche in casa di mia nonna materna quadri di quel simpatico signore, per quei singolari incroci di frequentazioni di un tempo lontano, che medito di rievocare in un’altra occasione. Da bambino (lo faccio pure oggi che sono miei!) li contemplavo incantato per la magia di quel villaggio così lontano da questa Riviera dei Fiori.

Madonna del Sasso, Isola Bella, dove arrivai in battello sui vent’anni dalla costa lombarda, Il San Carlone di Arona, sono solo alcuni dei nomi misteriosi che sentivo da piccolo.

Sono tornato in quel cortile di Gignese un po’ più di due decenni fa, facendo un’improvvisata. Tutto il caseggiato, per me dalla forma di casale, con quel grande portone che veniva sbarrato, ormai ben ristrutturato, era diventato tutto di proprietà dei nostri cugini e dei loro altri cugini. Rimane, dunque, una lontana visione quella stanza con accesso esterno in legno, pavimentata anch’essa in legno, dove venivano conservate, se ben ricordo, pere e noci (o castagne e mele oppure tutto ed altro ancora?) e dove ci addormentavamo con grande divertimento nel fruscio di foglie secche in compagnia del cugino io e mio fratello, se per caso erano saliti altri parenti a fare visita.

Della bella vera del pozzo scriverò magari un’altra volta. Così come del sovrastante Mottarone. Del Museo dell’Ombrello, che nonna B. mi portò a visitare nel 1956. E forse di altro ancora.

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