Fermatevi nella curva di Latte

Rimbombò come un grido di guerra. Come uno di quelli che si allargavano sulle pagine di Pecos Bill, lanciati dai sioux o dai comanche. Dapprima sembrò prendere la via del cielo, in direzione del Gran Carro, poi se ne tornò giù a fuoco d’artificio sopra i pini della Miruna, aprendosi come una scheggia di granata verso la Punta della Nave, quella di Begliamino e oltre.
Un grido violento e straziante che sembrò scuotere la piatta del mare e le fronde degli ulivi e le stelle appese in cielo. Einbow. Un grido che tuonò anche di una interna, faticata gioia.
Poi si spense senza eco e la notte tornò bellissima e normale, una notte di primo settembre con l’aria ancora dolce di gelsomino e oleandro, di profumo di vigna carica di rossese. In quel silenzio che l’onda corta si stava riprendendo a carezze sugli scoglietti di Mamante, si chiuse una persiana e una voce incolore disse: – È nato.
Se nessuno accennò, nei giorni, nei mesi successivi, a quel grido, molti invece sembrarono notare, dopo quella sera, strani avvenimenti. Per esempio giù a Latte la fontana della Benella si era messa a buttar acqua solo al pomeriggio:
come se alla mattina, e proprio quando la gente se ne arrivava con fiaschi e secchielli, qualcuno dall’alto, verso il Gran Mondo, mettesse un piede o un tappo alla fonte.
[…] Era una bellissima serata da totani, allo scoglio rondo, sotto Mamante. Il mare era olio e neppure un filo di brezza tirava da terra. Baciui non voleva farsi scappare l’occasione e lo disse alla Luciana di non aspettarlo, che se ne andava a Begliamino a tirare giù il gozzo.
[…] La notte poteva diventare indimenticabile. E in qualche modo lo fu. I totani erano tanti e si lasciavano prendere come non avessero più voglia di stare in mare. Sembravano ubriachi d’acqua, galleggiavano in superficie, non c’era bisogno d’ami, Baciui e Marti lavoravano incessantemente di salabro, e quando l’acetilene della lampada venne a mancare tirarono un sospiro di sollievo.
[…] Luciana si era appoggiata al davanzale, nuda, dietro le persiane socchiuse, quell’unico spiraglio aperto proprio sullo scoglio rondo, a un centinaio di metri, dove galleggiava la Spipureta del marito […] Poteva vedere Baciui mentre tirava un totano dopo l’altro, a intervalli regolari.
[…] Luisò se andò a mezzanotte, le gambe fiacche, la vista annebbiata. Per risalire la scarpata della ferrovia dovette aiutarsi con un po’ di pila, perchè non riusciva a tenersi in piedi sul sentiero.
Nico Orengo, La curva del Latte, Einaudi, 2002

Un grido fortissimo, quasi inumano, rompe il silenzio notturno in una borgata che si affaccia sul mare. E’ un bimbo illegittimo, clandestino, che annuncia la propria nascita e innesca nello stesso tempo la storia iridescente raccontata da Nico Orengo nel romanzo La curva del Latte: il nome di un torrente e di un paesino che appartiene da sempre alla geografia dell’autore ma concede forse una allusione al latte reclamato da quella nascita per più versi prodigiosa. E tale appare non soltanto per gli eventi naturali che l’accompagnano (la sorgente inaridita, la vigna malata, l’invasione di meduse) ma perché interviene a turbare quella che è una vera e propria notte degli inganni, percorsa da luci illusorie che si accendono e spengono. Il grido cala sui conciliaboli tra Libero, il capo dei comunisti locali, e un clandestino cubano. Mette in fuga Luisò dalla stanza di una amante smaniosa. Impensierisce Dolora, che sta dispensando blandizie erotiche a un vecchio malandato per carpirgli l’eredità di un terreno. Si suggeriscono così le linee portanti di una storia fitta di piccoli misteri che mobiliteranno le investigazioni e i pettegolezzi della comunità, il suo ilare e pensoso chiacchiericcio. Mentre si profilano anche i toni dominanti, riconducibili, con varie sfumature, alla passione politica e alla passione d’amore.Orengo sceglie come punto di vista e di raccordo l’anno 1957, specialmente significativo per quanto riguarda Libero e i compagni, gli ex partigiani che non si rassegnano ai ritardi della Rivoluzione. Il primo Sputnik dell’Unione Sovietica arriva come un balsamo sulle ferite provocate dal rapporto Kruscev e dalle sollevazioni dell’Est, dalle infide manovre dei socialisti italiani. Ma delude anche il calo di tensione nel partito, prigioniero di una burocrazia tanto occhiuta quanto ottusa. L’imbarazzo dell’onesto Libero, costretto a vigilare, oltrechè sugli intrighi della Reazione, sulla moralità degli iscritti e su ogni aspetto della vita sociale, detta a Orengo pagine esilaranti, per quanto punteggiate di agro (sarà improprio o indelicato pensare a Guareschi?). Del resto, che il mondo stia cambiando, e non sempre in meglio, lo dimostra l’avvio della speculazione edilizia, l’impianto di una pompa di benzina e di una fabbrica di concimi che inquinano il cielo della Riviera.Ma a Latte e dintorni germogliano altri misteri, che s’intrecciano con quelli segnalati dal grido, ben più incisivo dello sputnik, come espressione di un vitalismo irriducibile, sul comportamento degli abitanti. Rispunta ad esempio la vicenda di una statua della Madonna, alla quale nei giorni di guerra è stata rubata una testa che riapparirà all’improvviso, fomentando speculazioni di opposto segno politico. E ritorna la leggenda dei mostri creati in laboratorio, sopra Grimaldi, dal dottor Voronoff, che innestava su uomini le ghiandole genitali dei suoi scimmioni. Sarà stato uno di loro, sopravvissuto sui monti, ad aggredire l’anziana signora Pym mentre dipingeva acquarelli? Ne è sicura la maestra Canzani, patita di occultismo, che attraverso le onde corte della sua Phonola intrattiene rapporti con un giovane repubblichino morto nella guerra civile. Sì, tra le loro file combatteva un essere peloso, gigantesco e invulnerabile, quasi un’arma segreta sperimentata dai tedeschi contro il comunismo mondiale. Sarà un altro rompicapo, che resterà insoluto, per Libero e i suoi.Orengo ha l’aria di divertirsi addentrandosi in questa ipotesi fantascientifica, che lascia del resto alla responsabilità di uno spettro […]
Lorenzo Mondo, Orengo: un anno d’inganni dietro la curva del Latte, La Stampa, tuttolibri, 1 febbraio 2002

[…] “La curva del Latte” (Einaudi, 2002), riesce invece a darci un’idea completamente differente di quella terra, proiettandoci nel 1957 in un’Italia di frontiera che Nico Orengo ha saputo raccontare con grande passione.
È tipico dei suoi romanzi calare sulle pagine vite reali, testimonianza diretta di gente che ha popolato la Liguria di Ponente, volendole bene o male, martoriandola o difendendola dalla speculazione edilizia, dalle colate di cemento e dal turismo di massa.
[…]
Un intrecciarsi appassionato e divertente di storie di liguri di frontiera che affrontano cambiamenti epocali. Tra il lancio dello Sputnik, il matrimonio di Grace Kelly e il Festival di Sanremo, gli avvenimenti della società si intrecciano con storie individuali, drammi, momenti grotteschi e vite di passaggio.
Qualcuno ha definito questo suo romanzo fiabesco. E forse lo è per davvero. Un fiabesco di roccia e di scoglio, di azzurri accecanti che si confondono con l’asfalto, di veicoli sempre più veloci, di odore del mirto che si mescola a quello del carburante. Tutto in un’epoca di speranze figlie dell’utopia. Latte, è in questo libro il luogo simbolo della frontiera, del paesaggio che cambia e della ricchezza promessa dal boom economico.
[…]
Se quest’estate vi capiterà di passare da quelle parti, fermatevi nella curva di Latte [ndr: Frazione di Ventimiglia (IM)]: è inevitabile incapparci dentro, prendendo l’Aurelia.
Sostate anche solo un attimo, senza far nulla, guardando le macchine che passano, le persone che vanno e vengono. Quel movimento da una parte all’altra della frontiera ha ancora dentro di sè il sentimento del cambiamento.
Fabio Regis, “La curva del Latte” di Nico Orengo, per Giorgia Magni, fuoridalcomune.it, 2 agosto 2014

[…] Nel 1957, anno in cui si svolge la vicenda narrata da Orengo, si notano, invece, i primi segnali di disgelo: il ritiro, dai territori occupati, delle forze armate israeliane, la riapertura del canale di Suez, la nascita del Mec e dell’Euratom, e la messa in orbita del primo Satellite artificiale, lo Sputnik, che nel romanzo d’Orengo ha, come vedremo, un ruolo fondamentale. E’ l’anno in cui, in Italia, si avvia, sia pure lentamente, la modernizzazione che non sempre, però, è stato sinonimo di miglioramento o di progresso: si pensi alla speculazione edilizia, deplorata in quegli stessi anni anche da Calvino, alla creazione di fabbriche inquinanti e maleodoranti, alla diffusione lenta ma capillare della televisione, che ha finito col condizionare i costumi, gl’interessi e i gusti di noi Italiani e, talvolta, col manipolarne le coscienze. Ma la modernizzazione avanzava anche a ritmo di musica e nel romanzo si parla di alcuni cantanti, tutti americani, che hanno rivoluzionato il mondo della musica leggera, imponendosi all’attenzione di un pubblico vastissimo: Paul Anka; Harry Belafonte e il grandissimo Elvis Preesley. L’Italia, quindi, vive una delicata fase di cambiamento, di passaggio da una civiltà contadina con le sue opere, i suoi riti, le sue antiche abitudini di solidarietà ad una società gretta e individualista, proiettata nevroticamente verso il consumismo più sfrenato ed Orengo, in questo romanzo, attraverso i suoi personaggi eterogenei, molti dei quali realmente vissuti, ne descrive le ansie, gli umori, le speranze e le delusioni. Il romanzo ha una struttura corale, nel senso che non esiste un protagonista e le attenzioni dello scrittore sono equamente suddivise tra i vari personaggi e se, tra questi, Libero sembra avere una maggiore autorevolezza, per il suo rigore morale e per le responsabilità di cui è investito, nonché per essere depositario di alcuni segreti e custode delle armi che sono state sotterrate dai partigiani nelle fasce sopra Latte, il più tenero e disarmato di tutti è, senza dubbio alcuno, il maestro elementare Puglisi, originario della Sicilia, che dalla sua camera, affacciata sul mare, prova e riprova, facendo scorrere le dita su una tastiera di pianoforte, le note di una canzone, con la quale spera di partecipare al Festival di Sanremo. Timido e romantico, Puglisi s’innamora, come un collegiale, di Dolora, che nottetempo, furtivamente, ad uno zio vecchio e malandato, nella speranza di ottenere in eredità un terreno, dispensa visioni beatifiche di porzioni appetitose del suo corpo giovane e piacente. Altre donne, invece, bruciano in una frenesia dei sensi i loro istinti e le loro smanie amorose, è il caso di Luciana che non riesce a frenare i propri ardori e vive una relazione adulterina, rovente, con Luisò e che nell’ultimo appassionato rendez-vous (incontro) mette a repentaglio la propria vita e quella dell’a­mante, convinta com’è che nel pericolo lieviti il piacere; ma è anche il caso della maestra Canzani, che, a dispetto dell’età, drappeggiata in una vaporosa vestaglia, esibendo un reggicalze, color rosso fuoco, soddisfa le fantasie erotiche di un giovane repubblichino morto a 18 anni durante la guerra civile ed evocato attraverso pratiche spiritiche. Ed è qui che si esercita l’ironia lieve e graffiante d’Orengo, nel delineare questa storia fitta di misteri e segreti che mettono in moto una serie d’investigazioni, d’insinuazioni, di pettegolezzi. Si parla anche della testa di una statua secentesca della Madonna, scomparsa durante la guerra e ricomparsa improvvisamente in cambio delle armi nascoste, che verranno dirottate ai guerriglieri algerini.
La restituzione della testa della Madonna nelle intenzioni di Libero doveva arginare la mobilitazione crescente della curia vescovile nei confronti dei comunisti, atei e generatori di mostri e il ritrovamento della stessa sarà contrabbandato com’evento miracoloso da Don Lercari, sempre più timoroso che la fede della sua comunità possa essere minata dai successi riportati dall’Unione Sovietica (mi riferisco, nel caso specifico, al lancio dello Sputnik, perfettamente riuscito e adegua­tamente enfatizzato da Libero e i suoi compagni di partito). Ed in questa trama così fitta s’inserisce anche la leggenda dei mostri creati in laboratorio dal bizzarro conte Voronoff
[…] Rimane, in ogni modo, di là del plot narrativo, complesso ed intricato, la Liguria, questa terra meravigliosa che per Orengo non è solo uno spazio incantevole, intriso di luce e d’odori, ma anche e soprattutto una stagione della vita, il tempo mitico dell’adolescenza, l’epoca avventurosa delle scoperte, quando i sogni riempiono le giornate ed i personaggi mitici della carta stampata e della celluloide diventano i nostri abituali interlocutori e compagni di gioco, come traspare dalla pagina conclusiva alla quale avevo accennato precedentemente. A tutto ciò si aggiunga che negli anni cinquanta, questa striscia di terra, al confine con la Francia, era frequentata da tantissimi personaggi, famosi ed affascinanti, si pensi a Hemingway, a Chaplin, ai Roshild e da attrici bellissime e seducenti penso a Grace Kelly che nel 1955 ha interpretato “Caccia al ladro” di A. Hitchcock, prima di diventare la principessa di Monaco e Ava Gardner, splendida protagonista, nel 1954 di “La contessa scalza” di J. Mankiewicz, girato proprio in questi luoghi. Un mondo, quindi, ed una stagione indimenticabili che Nico Orengo rievoca spesso nei suoi romanzi (si pensi a “Le rose d’Evita” e “La guerra del basilico“) e sempre con una straordinaria leggerezza di tocco, con un’ironia lieve e divertita che gli suggerisce pagine fresche e talvolta esilaranti, con un’attenzione, diretta o riflessa, ma sempre commossa e sincera per il paesaggio ligure in tutta la sua magnificenza e bellezza e con una scrittura piana e ricercata al contempo ma sempre godibilissima. Un romanzo, insomma, delizioso che attraversa la storia in punta di piedi, rimanendo sospeso tra cronaca e poesia, ed esercitando un fascino indiscutibile anche sul lettore più distratto e superficiale […]
Francesco Improta, “La curva del Latte” di Nico Orengo (2002), BDM, 17 maggio 2008

Ha detto Cesare Segre a proposito di Nico Orengo e della sua infinita fantasia: «La fantasia di Orengo è in questo romanzo inesauribile… Bravissimo a mescolare il riso e un filo di amarezza». Provate ad immaginare una notte perfetta, ma non troppo, una notte che potrebbe profumare di gelsomino e fico, una di quelle notti che tutto sembra essere chiaro e che i totani aspettano solo di essere pescati. Con un’ambientazione così, probabilmente, anche voi sareste indotti a consumare un po’ del vostro spirito in intrighi e tradimenti. Ma forse, perché la trasgressione possa essere viva in voi come qualcosa di magico, dovreste tornare idealmente indietro nel tempo, negli anni Sessanta, subito dopo il primo Dopoguerra, quando le discoteche ancora non esistevano e uomini e donne vivevano alla giornata. Siamo però sicuri che gli anni Sessanta fossero davvero incontaminati? Nico Orengo ci svela ne La curva del latte che l’innocenza umana non esiste se non come idealismo, o forse come scoperta; inevitabilmente, in entrambi i casi, si consumerà presto perché travolta dal tempo e dagli accadimenti.
Nico Orengo, sapiente narratore, disegna una Italia “piccina piccina”, un microcosmo che è il perfetto quadro degli anni Sessanta, dei suoi sogni, delle sue speranze, ma anche quel prodromo che porterà la società a prostituirsi al “materialismo”, al “facile”, all’”ipocrisia”. Ora, intendiamoci, Nico Orengo non afferma affatto che gli anni Sessanta fossero esenti da imperfezioni, anzi le evidenzia e le mette a nudo, ma disegna anche il dubbio che forse ieri si agiva con meno predeterminazione rispetto a oggi. I giorni non possono fare a meno di trascorrere sotto la coperta della notte, ma questa è lacerata, improvvisamente, da un urlo, e dopo questo urlo “bestiale”, niente sarà più lo stesso: il paese cambierà, e con esso gli uomini che lo abitano. L’urlo risveglia vecchi rancori, passioni assopite, ma anche un mondo fantastico che è patrimonio del futuro. Il paese sulla curva del Latte descrive, con accorta sapienza, gli uomini che lo abitano, ma, soprattutto, la storia che ci appartiene, quella di oggi e che è tanto simile a quella di ieri. E’ un ritratto ironico di una Italia che è fermento di passioni civili e amorose.
[…] Ritratto ironico, sfrontato, dell’Italia, Nico Orengo disegna un mondo pulsante di passioni: le pagine vagamente svagate conducono il lettore lungo una strada lieve che è memoria della nostra storia. Il Dopoguerra è ormai quasi una porta che si sta per chiudere alle spalle degli italiani e gli anni Sessanta bussano prepotentemente alle porte del paese. Il cambiamento è ineluttabile: ogni giorno passato non si ripete, e la nuova alba porta seco la consapevolezza, che per quanto il paese possa essere tagliato fuori dal mondo industriale, alla fine sarà conquistato. Questa lingua di terra compresa fra il Ponente ligure e la geografia francese presto, molto presto, non sarà più la stessa, perché il mare è blu, perché le onde corte della radio vengono raccolte e soffocate dalla naturale prepotenza della profondità del mare blu e dai suoi marosi, perché la canzone dell’insegnante tanto timido forse diventerà simbolo della canzone italiana, del Festival di Sanremo.
Nel ’57 sembrava che la supremazia dovesse essere quella sovietica, ma alle elezioni vincevano i democristiani; i distributori di benzina furono presto sostituiti dai ristoranti, e gli uomini vecchi, volenti o nolenti, si rassegnavano a vivere la modernità, a mangiare la cucina dei grandi ristoranti, però non smettevano di combattere contro i miasmi chimici che coprivano il saporoso sentore di un passato di rose e garofani […]
Giuseppe Iannozzi, “La curva del Latte” di Nico Orengo, iannozzi giuseppe, 15 marzo 2014

È una notte dolce sul mare che profuma di gelsomino e fico. Una notte buona per pescare i totani, per consumare intrighi e tradimenti. Poi un grido esplode nel buio, illuminando a giorno il piccolo paese sulla curva del Latte. È come l’inizio di un viaggio tra memoria e modernità. La ribelle Jolanda ha un figlio da un padre segreto mentre strani avvenimenti turbano gli umori di Libero e dei suoi uomini, incaricati dal Partito di tenere sotto controllo campagne e paese in tempo di elezioni. Intanto le beghine reclamano la testa trafugata della Vergine di Sant’Anna, il ricordo favoloso del matrimonio di Grace Kelly continua ad aleggiare nell’aria e sulle colline appare l’ultimo mostro creato dalla bizzarria del conte Voronoff. Dopotutto è il 1957, e mentre il paese ribolle di passioni civili e amorose il cielo è attraversato dallo Sputnik e dalle note di una canzone fatta solo di blu, che meriterebbe di andare al Festival di Sanremo.
Il ritratto in acquaforte, ironico e appassionato, di un’Italia che sembrava sparita appena ieri.
Presentazione Einaudi de “La curva del Latte” di Nico Orengo

Precedente Circa palazzo Cigala Fulgosi a Piacenza Successivo Tra i modelli letterari di Conte si possono rintracciare anche Melville e Conrad